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Il territorio violentato

di Daniele Ceschin

Noi veneti amiamo la nostra terra, ma non il nostro territorio. Non è stato sempre così. Fino a qualche decennio fa era vero il contrario: governavamo i fiumi, bonificavamo le paludi, curavamo i boschi, ma maledivamo quella terra che non era sufficiente a sfamarci e ci sputava oltre frontiera alimentando l’emigrazione. Poi i campi di mais, gli stessi che oltre un secolo fa portavano pellagra e follia, sono stati ricoperti di capannoni – 1500 zone industriali in 581 comuni – che hanno esaltato la piccola e media impresa dei mezzadri e degli operai divenuti finalmente “paroni”. Molti boschi che si alternavano in maniera armonica ai vigneti sono stati distrutti, le colline sbancate e ricoperte dalla monocoltura del prosecco. Un ricamo che si dispiega senza soluzione di continuità tra Conegliano e Valdobbiadene. La bulimia di profitto ha cambiato le tipologie produttive anche in pianura. Nel Quartier del Piave diversi privati hanno piantato vigneti persino nella zona dei Palù e delle grave del fiume. Per fortuna le amministrazioni locali sono intervenute.
Ora il territorio presenta il conto. A poco più di cinquanta giorni dall’alluvione che ha messo in ginocchio diversi comuni del Vicentino e del Padovano, il Veneto ha visto un’altra volta la natura ribellarsi all’uomo. Esondazioni, alluvioni, frane, smottamenti, falde che si sollevano, borghi evacuati. Per fortuna senza conseguenze per le persone, ma questo è un ulteriore segnale che la misura è colma. Le colline della pedemontana trevigiana stanno cedendo. Fanno notizia le frane che minacciano le case o che ostruiscono una strada, ma in questi giorni chi percorre le stradine sterrate delle colline che vanno da Valdobbiadene al Vittoriese può notare tanti piccoli smottamenti di terra che prima non c’erano. Piange il cuore assistere impotenti a tanta distruzione. Si tratta di un territorio in parte rimodellato, in parte cementificato e in parte abbandonato, dove le piccole manutenzioni non vengono più eseguite né dai privati, né tantomeno dagli enti locali che non hanno risorse sufficienti nemmeno per effettuare dei monitoraggi.
Se ingegneri idraulici e geologi rimangono delle Cassandre inascoltate, chi dovrebbe intervenire continua a fare spallucce. Infatti, alla voce “Tutela del territorio” la bozza del bilancio regionale 2011 presentata prima di Natale dalla Giunta Zaia prevede un bel meno 53,2%: solo 98 milioni di euro contro i 210 di quest’anno. Nello specifico, i tagli sono pesantissimi alle voci “Interventi per l’assetto territoriale” (-80,4%), “Studi, ricerche ed indagini per la geologia” (-85,2%), “Gestione e manutenzione ordinaria degli impianti di bonifica” (-84%), “Interventi infrastrutturali in materia di bonifica” (-91,9%), “Sistemazioni fluviomarittime” (-100%). Il capitolo relativo al rischio idrogeologico verrebbe ridotto del 30,6%: appena 26 i milioni a disposizione. E ciò è avvenuto tra un evento alluvionale e l’altro.
La fame di cemento e di metri cubi è tra le responsabili di questa situazione. Come ci ricorda Salvatore Settis, già presidente del Consiglio superiore dei Beni Culturali, ogni giorno in Italia vengono cementificati 161 ettari di terreno, l’equivalente di 251 campi da calcio. Abbiamo il più alto tasso di consumo di territorio in Europa; una cifra del tutto ingiustificata, dal momento che contestualmente abbiamo il più basso tasso di crescita demografica. Si è ridotta la superficie agricola utilizzata (del 17% dal 1990 al 2005, oltre 3 milioni e seicentomila ettari). Negli ultimi vent’anni noi veneti ci siamo dati da fare: abbiamo cementificato un totale di 153.000 ettari, in pratica 20 ettari al giorno. Secondo alcune recenti stime, gli edifici ad uso abitativo già realizzati nella nostra regione sarebbero sufficienti a soddisfare la domanda fino al 2022. Si è costruito troppo e spesso anche male. Sarà per questo che gli stessi costruttori, a fronte dei troppi immobili invenduti e di un’oggettiva crisi del settore che coinvolge un indotto enorme, sono ora giustamente indirizzati verso il recupero e la riqualificazione degli edifici. Tuttavia i signori del cemento non vanno mai in ferie e sono in cantiere cinque grandi progetti per complessivi 820 ettari, più della metà (450) solo per il Motorcity di Verona. Non solo. Come noto, un mese fa il Consiglio regionale ha approvato una serie di modifiche alla normativa in materia urbanistica (regolata dalla legge n. 11 del 2004). Tra queste, grida vendetta la possibilità di ampliamento fino a 800 metri cubi per gli edifici da ristrutturare posti in zone rurali, anche se il proprietario degli immobili non è un imprenditore agricolo. Un regalo agli speculatori, che da un pollaio possono ricavare tre appartamenti di 90 metri quadri. Siamo assurti ancora una volta alle cronache nazionali con titoli che non lasciano spazio a interpretazioni: “Lega di lotta e di cemento”.
P.S. L’assessore regionale Renato Chisso ha replicato al mio editoriale del 24 dicembre dedicato allo stato delle ferrovie in Veneto. Lo ringrazio, perché nella sostanza ha confermato quanto dicevo. Anzi, molto onestamente, si è spinto oltre: “i servizi ferroviari nel Veneto sono da Terzo Mondo”. Sulla fonte dei miei dati che non sarebbe attendibile: la fonte è il Rapporto Pendolaria 2010 di Legambiente che cita dati della Regione Veneto. Da un semplice controllo, i dati complessivi e disaggregati coincidono. Non ho ragione di dubitare che i dati della Regione Veneto siano più che attendibili. Poi i soldi a qualcuno possono sembrare tanti, ad altri pochi. Rimane il fatto che il fornitore del servizio (Trenitalia), a fronte di un contratto oneroso, scontenta sia il cliente (la Regione) che gli utenti (i passeggeri). Buon Anno e buon lavoro all’assessore Chisso e buon viaggio a noi pendolari.

“la Tribuna”, 2 gennaio 2011

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