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lettere dal carcere

E’ utilissimo ascoltare chi ha sbagliato

Andrea è ormai un uomo sulla quarantina che, a vederlo gironzolare per le vie del centro in sella alla sua bici, si potrebbe pensare abbia trascorso una vita come tutte le altre persone: ma non è così. Andrea quand’era un adolescente ha iniziato a drogarsi, è stato un eroinomane, ha ucciso una persona, è stato in carcere e rimarrà per sempre un assassino. Ho ascoltato la sua storia attraverso un video, a scuola, e quando sono tornata a casa, raccontando a mia madre di questa nostra prima fase del “Progetto Carceri”, sostanzialmente le ho detto questo. Ho tralasciato volutamente i dettagli della storia che descrivevano la famiglia dalla quale Andrea proviene, il percorso che l’ha portato al mondo della droga e soprattutto come vive ora da quando ha finito di scontare la sua pena; non mi interessava e non volevo far apparire Andrea come una vittima, per certi aspetti, di vari problemi adolescenziali o compagnie sbagliate. Drogarsi è una scelta, fumare è una scelta, uscire con le persone sbagliate è una scelta e poiché le conseguenze della droga ora si sanno molto di più rispetto agli anni scorsi, drogarsi e di conseguenza uccidere qualcuno diventa una colpa. E se io ritenevo folle dover andare un’intera mattinata ad ascoltare altre testimonianze di ex-detenuti o ancora carcerati poiché lo ritenevo inutile, non avevo in realtà capito che la folle ero io: presuntuosa liceale diciottenne che pensava di dover andare lei a spiegar loro gli sbagli che avevano fatto e far loro una predica morale sulla vita. Ero uscita di casa quella mattina prima dell’incontro, volendo chiedere a quelle persone se non si vergognavano quando vedevano la loro immagine riflessa nello specchio, e invece, mentre ascoltavo la storia di Paola, un’ex-detenuta una volta all’interno di un’organizzazione che spacciava cocaina, che raccontandosi, aveva gli occhi bassi e si toccava freneticamente mani, capelli e viso, provavo vergogna io stessa per la facilità con la quale avevo giudicato queste persone, che chissà per quale e quanta debolezza e senso di solitudine sono andate dietro le sbarre. L’unica domanda che ho sempre in testa è : “Perché?” perché, se ne sapevano le conseguenze, l’hanno fatto lo stesso? Ma in mente ho sempre la risposta di un attore del film “Radiofreccia” di Luciano Ligabue, in cui il protagonista disintossicatosi dalla droga, alla domanda “Perché ti sei bucato quella sera?”, risponde che l’unica cosa che pensò mentre aveva la siringa in mano era: “Perché no?”. Anche Andrea, nel suo racconto, ha detto più o meno la stessa cosa: nonostante l’educazione, la consapevolezza, l’estate dei suoi diciotto anni, tutti i suoi valori a poco a poco sono precipitati nel nulla. Ammiro Andrea, Paola e gli altri detenuti e non, che hanno avuto il coraggio di raccontare la loro storia senza mezzi termini, senza giustificazioni, consapevoli che avevano sbagliato e che l’unica cosa davvero utile ora è informare soprattutto noi giovani di cosa vuol dire non pensare alle conseguenze dei propri gesti, perché ci si vede tutta la vita davanti e il mondo sotto il nostro controllo, perché anche noi adolescenti possiamo vedere le vicende da un altro punto di vista e soprattutto perché le persone come me, prima di giudicare, imparino ad ascoltare e a pensare che tutti possono commettere errori e che la differenza sta nel voler ricominciare.

Alessandra (Liceo Marchesi-Fusinato)

(dalla rubrica “Lettere dal carcere” del Mattino di oggi)