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Il grande bluff della sicurezza

di Daniele Ceschin

La veloce conclusione delle indagini sul delitto di Conegliano ci ha risparmiato la consueta caccia alle streghe che ogni fatto di cronaca nera suscita nell’immaginario collettivo. Già in alcuni blog e siti dei giornali online erano apparsi commenti che attribuivano senza ombra di dubbio la responsabilità a orde di immigrati clandestini, che esaltavano la politica di Sarkozy contro i rom, che inneggiavano alla pena di morte per i colpevoli, che deprecavano la politica lassista dei comunisti che da vent’anni sono al governo in Italia. Del resto non è colpa di nessuno se negli anni Settanta ministri come Bossi e Maroni hanno militato in formazioni di estrema sinistra come il Manifesto e Democrazia Proletaria. “Scommettiamo che sono i soliti rom, o rumeni, o serbi o albanesi”? “Crimini, omicidi e reati commessi da questa teppaglia di intrusi clandestini sono ormai matematicamente compiuti ogni giorno: da quelli meno gravi (furti e scippi) a quelli allucinanti per brutalità. Anche questo omicidio ha grosse probabilità di essere stato commesso da uno straniero”. Un campionario di bestiali istinti verbali quasi sempre coperti dall’anonimato. Fortunatamente il caso è chiuso e i colpevoli (tutti italiani e quasi tutti veneti) sono stati assicurati alla giustizia. Fortunatamente, perché nei giorni scorsi abbiamo appreso che le ronde volute dalla Lega, e poi disciplinate dal decreto Maroni dell’aprile 2009, in realtà non sono mai partite e anzi non servono più. Erano circa una settantina un anno fa, oggi si contano sulla dita di una mano. Ora la gente ha acquisito un nuovo senso civico, collabora nel segnalare le persone “sospette” e i reati sono diminuiti, dicono dalle parti del Carroccio. Ma è tutto merito del dibattito sulle ronde? Tra il 2008 e il 2009 ne erano nate di tutti i colori: verdi, ovviamente, ma anche nere, azzurre e perfino tricolori. Una trovata dove un po’ tutti i partiti si erano gettati a capofitto, perché la bandiera della sicurezza portava voti. Nel marzo del 2009 l’attuale assessore regionale Remo Sernagiotto aveva annunciato i primi corsi per i volontari della sicurezza, organizzati in collaborazione con le forze dell’ordine; non delle ronde di partito, ma dei gruppi di cittadini a disposizione di sindaci e prefetto. Una partita, pareva di capire, tutta interna al centrodestra per strappare consensi alla Lega. Sulle ronde i dirigenti di una formazione di estrema destra avevano le idee chiare: “Il modello sono le antiche legioni romane. Oggi si tratta di ripulire le strade delle nostre città dal marciume, in particolare da quello portato dai non italiani; certi immigrati sono un pericolo per la nazione”. In realtà, il recente rapporto sulla sicurezza in Italia curato da Ilvo Diamanti, dimostra come tra il 2007 e il 2008 si sia registrata una “bolla dell’insicurezza mediatica” alimentata da alcuni telegiornali nazionali come il Tg1 e il Tg5, che hanno privilegiato il racconto di fenomeni di criminalità comune rispetto a quelli di criminalità organizzata. Ciò è avvenuto in concomitanza con le elezioni politiche anticipate del 2008, con il risultato di accrescere la percezione di insicurezza dei cittadini e di spostare una parte di consensi verso il centrodestra e in particolare verso la Lega. E anche oggi i telegiornali italiani dedicano uno spazio enorme ai crimini che hanno una rilevanza sociale e mediatica, molto più spazio rispetto a qualsiasi televisione, pubblica o privata, di paesi come la Spagna o la Germania. Ad esempio il Tg1 dedica l’82% delle notizie “ansiogene” alla criminalità (reati contro la persona e contro le cose) e solo il 6,8% alla distruzione dell’ambiente, il 4% all’insicurezza economica, il 4% al terrorismo, il 2% ai problemi di salute. Questo avviene nel Tg della maggiore rete Rai, quello (ancora) più visto, figuriamoci in altri telegiornali da avanspettacolo sui quali è meglio non consumare nemmeno una riga. La sicurezza insomma viene intesa solo come protezione nei confronti di un’offesa che può venire dall’esterno. Ma oggi il 47% degli italiani ritiene che la priorità o l’emergenza principale sia la disoccupazione, solo il 12% la criminalità comune, il 12% l’aumento del costo della vita, il 9,5% la qualità dei servizi sociali e sanitari, il 6% i danni ambientali, il 4,5% la viabilità e il 3,6% l’immigrazione.

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