Categorie
Generale

La sinistra e le pensioni

Londra, settembre 2003. Il leader laburista Tony Blair cena con alcuni sindacalisti della Tuc, le Trade Unions, base e linfa storica del partito. I giornalisti hanno raccontato di una cena nervosa a base di battute polemiche. I sindacalisti chiedevano a Blair una cosa precisa: il ripensamento sul welfare e le privatizzazioni. Di fronte ai buchi dei fondi pensione dovuti al crollo delle Borse e alla crisi del modello privato introdotto dalla Thatcher, i leader sindacali proponevano di rilanciare una politica di sinistra sul welfare e la previdenza sociale. Blair era teso, infastidito da quelle che per lui erano in fondo solo inutili provocazioni. Forse per questo si è lasciato andare a una battuta: il Labour Party non tornerà mai più a essere un partito di sinistra.

[…]

Sul primo punto, quello dell'effettiva "copertura" della previdenza complementare della maggioranza dei lavoratori, siamo ancora all'anno zero. In Italia siamo in presenza di tre fenomeni che stanno rischiando di produrre una miscela esplosiva. Il primo: la scarsa adesione dei lavoratori che hanno già fondi pensione operativi. Il secondo: l'assenza assoluta di fondi per intere categorie; il caso più clamoroso è quello dei dipendenti pubblici, ancora privi del loro fondo pensione stabilito nel 1995 insieme a quello dei lavoratori privati. È un buco incredibile della riforma Dini ed è stato possibile per un motivo molto semplice: lo stato, che come azienda avrebbe dovuto versare una parte dei contributi per creare il fondo pensione come fanno le aziende private, non ha mai versato un centesimo. Solo adesso si è in presenza delle prime difficili trattative per costruire il fondo pensione degli insegnanti. Il terzo fenomeno: l'impossibilità di far accedere al sistema dei fondi chiusi, ma anche a quello dei fondi aperti, la stragrande maggioranza dei nuovi lavoratori intermittenti e precari. Il modello dei fondi, per ora, non sembra estensibile. Si produce così una situazione di esclusione e divaricazione profonda delle condizioni dei lavoratori. Laddove i lavoratori non possono accedere a un fondo pensione e quindi giovare dei contributi versati dalle aziende e delle agevolazioni fiscali che cosa si proporrà? E che cosa significa spingere la gente al risparmio previdenziale quando magari non ci sono le condizioni di base, ovvero dei redditi che permettono accantonamenti consistenti?

 

(dal libro "La trappola dei fondi pensione" di Paolo Andruccioli che ho terminato di leggere il 20 dicembre 2006) 

Lascia un commento