A proposito di diritto internazionale

http://www.repubblica.it/2005/b/rubriche/glialtrinoi/balwant/balwant.html

E’ solo una combinazione di coincidenze sfortunate o c’è del metodo dietro tanta sciatteria? Davvero si fa fatica a crederci. L’Italia, un grande paese, che in modo sistematico offende i parenti delle vittime di un’enorme tragedia: la più grande sciagura navale avvenuta nel Mediterraneo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Nello scorso aprile era toccato al rappresentante delle famiglie pachistane. Adesso è stata la volta del suo omologo indiano, Balwant Singh Khera. Manca solo il rappresentante dei tamil dello Sri Lanka e la nostra burocrazia potrà dire di aver sistemato buona parte del subcontinente asiatico.

La tragedia è il cosiddetto “naufragio fantasma” avvenuto nel Canale di Sicilia la notte tra il 25 e il 26 dicembre del 1996. Le vittime furono 283 giovani uomini provenienti dall’India, dal Pakistan e dallo Sri Lanka. Da oltre un anno – pressoché ignorato da giornali e televisioni – è in corso a Siracusa un processo contro i responsabili. Si svolge davanti alla Corte d’assise perché l’accusa contestata è tra le più gravi: omicidio plurimo aggravato. Probabilmente è la prima volta in tutto il mondo che un paese tratta con tanta severità una tragedia dell’immigrazione: i mercanti di uomini accusati di essere dei killer, alla sbarra per un reato da ergastolo. A leggere il capo d’imputazione si resta ammirati per tanta fermezza.

Ma se, in un giorno di udienza, si entra nell’aula del palazzo di giustizia di Siracusa, l’impressione cambia. E’ un deserto. Da una parte i due giudici togati e i sei popolari, dall’altra gli avvocati, in mezzo il pubblico ministero. Poi basta: di imputati neanche l’ombra. Per trovare la spiegazione è sufficiente dare un’occhiata agli atti processuali. Si scopre che l’imputato è uno solo, il trafficante pachistano residente a Malta Ahmed Turab Sheik (il quale è da tempo in libertà). Tutti gli altri membri dell’organizzazione – un’ottantina di persone – o non sono mai entrati nel processo o ne sono rapidamente usciti.

Il gigantesco divario tra gravità dell’accusa e sostanza del processo può agevolmente essere considerato una metafora delle condizioni attuali del nostro paese. Ma va detto che, almeno in questo, le responsabilità non sono solo italiane. Il fatto è che non esiste un giudice internazionale per i trafficanti di essere umani e così le prove raccolte tra L’India, il Pakistan e lo Sri Lanka (paesi di reclutamento dei migranti), Malta e la Grecia (sedi sociali dell’organizzazione), l’Egitto, la Siria e la Turchia (porti intermedi e basi logistiche) sono rimaste sparse nel globo senza che nessuno potesse metterle assieme. Il solo fatto che questo strano processo sia stato instaurato può essere considerato un piccolo miracolo giuridico. E’ un processo che con tutta probabilità si concluderà nel nulla. Vale in quanto tale, come rituale laico di giustizia.

Così l’hanno inteso, quando si sono costituiti in giudizio, i familiari delle vittime. Così l’hanno vissuto i superstiti che, a prezzo di enormi sacrifici, hanno raggiunto Siracusa per testimoniare. Come il pachistano Shakoor Ahmad che quella notte del 1996 vide morire annegati i suoi migliori amici. Si è presentato davanti ai giudici, ha fatto violenza a se stesso per ricordare quei momenti, a un certo punto ha chiesto una pausa perché le parole si confondevano col pianto. E ha definito il suo stato attuale con la precisione d’un poeta: “Malattia della memoria”.

O come il vecchio Zabihullah Bacha, padre di Syed Habib, un ragazzo che già viveva in Italia ed era in attesa di permesso di soggiorno, quando all’inizio del 1995, per far visita alla madre gravemente malata, tornò in Pakistan. Ad agosto, quando la madre stava meglio, decise di rientrare a Roma e dovette farlo da clandestino. Una vittima del Mediterraneo e della burocrazia. Come abbiamo raccontato qualche mese fa, Zabihullah Bacha, giunto in Italia nel dicembre del 2004, ottenne dalla corte d’assise l’autorizzazione a restare in Italia per seguire l’intero processo ma, per un pasticcio burocratico, si ritrovò senza permesso di soggiorno, fu condotto in questura come “clandestino” e per un soffio non finì in un Centro di permanenza temporanea. Rilasciato decise di tornare in Pakistan.

Anche Balwant Singh Khera è un uomo anziano ed è anche un capo spirituale nella sua regione. Nel 1998, quando l’Italia aveva ormai rimosso il “naufragio fantasma”, venne a Roma e tentò invano di incontrare i responsabili del governo. Poi, assieme ai suoi accompagnatori, si sistemò con dei cartelli in via della Conciliazione. Qualcuno ricorda ancora quei cinque uomini col turbante che, immobili, tentavano di spiegare ai pellegrini diretti verso Piazza San Pietro la tragedia del “naufragio fantasma”. Intervenne la polizia e Balwant finì in questura per qualche ora.

A luglio la corte d’assise ha deciso di convocarlo come testimone. Decisione obbligata: Balwant Singh Khera in questi anni ha raccolto un formidabile dossier sull’organizzazione dei trafficanti indiani, ha mantenuto i contatti con i superstiti che sono rientrati in India e molto difficilmente potranno venire in Italia per testimoniare. Il suo arrivo in aula era atteso per una settimana fa, mercoledì 12 ottobre. Non si è visto. Il legale di parte civile delle famiglie degli indiani, Ezechia Reale, ha spiegato perché: semplicemente Balwant Singh Khera non ha ottenuto il visto d’ingresso per l’Italia.

(19 ottobre 2005)

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