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Generale

E la chiamano missione di pace….

Oggetto:  [OT]manette per i giornalisti scomodi al governo
Da:  nickhammond(at)libero.it (Hammond)
Gruppi:  it.arti.scrivere
Organizzazione:  [Infostrada]
Data:  Nov 21 2004 16:29:57

[Dal Manifesto]

Nelle redazioni arriva la legge marziale
Legge marziale permanente. Due giorni fa il Senato ha approvato una delega al governo che potrebbe sbattere in carcere per vent’anni i giornalisti inviati di guerra che raccolgono «notizie concernenti la forza, la preparazione o la difesa militare» e le divulgano. Ma a finire dentro potrebbero essere anche i pacifisti che solidarizzano col nemico o si battono «per la neutralità», e le ong che «somministrano al nemico provvigioni». Nelle missioni di Peace keeping in Italia e nei paesi invasi sarà in vigore lo «stato di guerra». A decidere su tutto sarà la magistratura militare, oggi in declino ma che il governo punta a rilanciare
estendendone i poteri. Contro le restrizioni per i giornalisti e contro l’applicazione della legge marziale protestano Ds, Rifondazione, Federazione della stampa, Osservatorio per la tutela del personale civile e militare.
«Se la legge passa – dicono – vivremo in uno stato per metà civile e per metà militare». L’inviato Mimmo Càndito al manifesto: «Fermiamoli»

Carcere duro per stampa e pacifisti

Legge marziale permanente. La delega approvata al Senato rischia di mandare in galera gli inviati di guerra, ma anche le Ong e i pacifisti colpevoli di «collaborare col nemico» e di «nutrirli»
SARA MENAFRA
Non ci saranno solo gli inviati di guerra nel mirino del codice militare, se la delega per la riforma approvata due giorni fa al Senato dovesse essere confermata alla Camera. Due giorni fa il senatore diessino Elvio Fassone, che ha seguito passo passo il testo in commissione Difesa, spiegava che i giornalisti inviati in territori di guerra, che «si procurano notizie concernenti la forza, la preparazione o la difesa militare» e le diffondono, rischiano pene che vanno da cinque a vent’anni di reclusione. Anche se gli obiettivi erano tutti puntati sull’ennesimo rimpasto di governo è scoppiatoil caso, con giornalisti e parlamentari su tutte le furie.

A guardarci meglio, però, si scopre che la delega approvata dal Senato, con 132 voti favorevoli e 45 contrari, ha contenuti parecchio più ampi e capaci di trasformare il paese in uno stato militarizzato lmeno per tutta la durata delle missioni di Peace keeping in cui siamo coinvolti.

L’idea di fondo della delega n. 2493 è che durante le missioni di guerra la giustizia militare applichi il Codice militare di guerra così com’era stato scritto nel 1941, salvo qualche piccola modifica. Durante i periodi di «conflitto armato» come quelli di Peacekeeping, appunto, il parlamento decreta lo«Stato di guerra», che non è il «Tempo di guerra» previsto dalla Costituzione e di fatto mai applicato dal 1945 ad oggi, ma una condizione adatta alle guerre di oggi, in cui si interviene manu militari senza dichiarare niente a nessuno e che in pratica attiverebbe comunque il Codice militare di guerra, ovvero la legge  arziale.

Applicare il codice di guerra durante le missioni di Peacekeeping darebbe un potere enorme ai giudici della magistratura militare, che oggi hanno invece competenze sempre minori (basti pensare che tutta la magistratura militare italiana nell’ultimo anno ha prodotto sì e no 1000 sentenze). Ma attiverebbe
anche una serie di norme pensate mentre l’Italia era in guerra, e forse persino quelle pensate nel 1930 dal Codice Rocco. Il nostro Codice penale, che non è altro quello del Fascismo riformato, prevede una serie di norme che entrano in vigore in «Tempo di guerra» e visto che la delega non lo esclude esplicitamente, potrebbero entrare in vigore anche durante il nuovo «Stato di guerra». Per dirne uno l’articolo 245 che punisce con la reclusione «da cinque a quindici anni» «Chiunque tiene intelligenze con lo straniero per impegnare o per compiere atti diretti a impegnare lo Stato italiano alla dichiarazione o al mantenimento della neutralità». E se in questa previsione finissero pure i pacifisti o i social forum che si riuniscono a livello globale per parlare di pace, magari invitando anche rappresentanti politici o di governo? Persino le Ong colpevoli di «Somministrazione al nemico di provviggioni» (art. 248) potrebbero rischiare la «reclusione non inferiore ai cinque anni». E a voler essere cattivi, i tranistoppers di due anni fa che bloccavano treni e navi potrebbero essere imputati di «distruzione o sabotaggio di opere militari» (art. 253).

«Il buonsenso dice – spiega il senatore Fassone- che una serie di norme siano adeguate all’oggi o abrogate. Però è anche vero che questa è una delega a modificare, dunque tutto ciò per cui non c’è un mandato specifico deve essere lasciato così com’è, e quindi queste norme potrebbero diventare
attuali». E’ quello che accadrebbe per gli articoli 72 e 73 del codice di guerra, quelli che potrebbero spedire in galera i giornalisti. Cambierà poco, invece, per i militari impegnati nelle suddette missioni di
Peacekeeping che applicano il codice militare di guerra già da due anni. Su diretta richiesta della Nato, per la missione «Enduring freedom» del 2002 l’Italia ha approvato una legge che sottopone i militari impegnati nelle missioni internazionali al codice militare di guerra. Grazie a quella legge i quattro elicotteristi di Viterbo, che la primavera scorsa si sono rifiutati di volare perché i loro mezzi non erano sufficientemente protetti, sono ancora sotto indagine per «ammutinamento» e «codardia», anche se circa un mese fa la procura militare di Roma ha chiesto di archiviare l’inchiesta.

Nel 2002 furono in pochi a stracciarsi le vesti, visto che si parlava di militari. Per fortuna questa volta che l’estensione della legge marziale rischia di spedire in carcere fino a vent’anni pure i giornalisti, ad arrabbiarsi sono già in parecchi. Oltre al senatore Fassone, ieri ha protestato contro la legge anche la deputata Elettra Deiana di Rifondazione comunista e membro della commissione Difesa della Camera secondo cui « Siamo di fronte ad una vera e propria decostituzionalizzazione di fatto dell’articolo 11 della Costituzione (quello che garantisce la libertà di stampa ndr)». Secondo Deiana siamo di fronte all’«introduzione della legge marziale «senza garanzie né procedurali né politiche ma a totale discrezionalità del potere politico-militari e con la possibilità
dell’estensione della stessa legge marziale anche in ambiti personali». Durissimo pure il commento di Domenico Leggiero dell’Osservatorio per la tutela del personale civile e militare: «L’idea di fondo è la  eparazione definitiva delle forze armate dal resto dello stato italiano. Se la delega sarà approvata avremo due stati, uno militare e uno civile, nello stesso paese».

MIMMO CANDITO
«E’ la fine del nostro lavoro»
Parla l’inviato: «Vince la guerra sulla libertà di stampa»
TOMMASO DI FRANCESCO
Sulla riforma del Codice penale militare approvata già in prima lettura al Senato, che mette di fatto a rischio carcere ogni «rivelazione» sulle missioni di pace, abbiamo rivolto alcune domande a Mimmo Càndito, tra i più importanti inviati speciali, commentatore di politica internazionale, corrispondente da quasi tutte le ultime guerre e una delle firme di prestigio de La Stampa.

Come giudichi questa «riforma» che espande il codice militare di guerra anche alle missioni di pace?

Credo che rientri all’interno di quel processo di militarizzazione della politica che si sta sempre più estendendo, prendendo come modello evidentemente le logiche che operano agli interno degli Stati uniti, al rapporto subordinato fra società e potere militare che si va sempre più estendendo in ogni parte del mondo. Io ricordo sempre quello che hanno scritto i due colonnelli cinesi Ghao Yang e Bang Sansuy che hanno scritto un libro decisivo, Guerra senza fine, dove dicono sostanzialmente
che il baratro che un tempo divideva il territorio della guerra da quello della non guerra ormai è pressoché colmato. La guerra sta  ccupando anche i territori che prima non gli appartenevano: è il processo di militarizzazione della
politica. Ora estendere il codice militare anche alle missioni di pace è sicuramente un cambiamento culturale impressionante. Per effetto di queste decisioni diventano operativi gli articoli 72/73 del
Codice penale militare sulla «illecita raccolta pubblicazione e diffusione di notizie militari»…

Non più di alcuni mesi fa un collega venne inquisito dalle parti di Nassiriya perché aveva pubblicato delle informazioni e ancora non si era all’interno di questa logica. Ci possiamo immaginare una volta che questa
diventi istituzione giuridica quali siano i rischi connessi . Cioè che tutto venga sostanzialmente affidato alla discrezionalità con la quale un comandante militare potrà decidere se quello che noi stiamo cercando di pubblicare rientra all’interno di questa normativa. Addio libero esercizio del nostro lavoro.

Già, che fine fa il nostro lavoro? Perché si dice in questi articoli che è punito con la reclusione militare da due a dieci anni «chiunque si procura notizie concernenti la forza, la preparazione o la difesa militare, la
dislocazione o i movimenti delle forze armate, il loro stato sanitario, la disciplina o le operazioni militari e ogni altra notizie che non essendo segreta ha tuttavia carattere riservato». Se poi le notizie raccolte vengono diffuse gli anni di carcere passano da un minimo di cinque ad un massimo di venti…

Che il nostro lavoro lo andiamo a fare in carcere. No bisogna opporsi fermissimamente a questo non soltanto per quello che riguarda la definizione giuridica della norma ma per l’atteggiamento culturale che comporta. Perché trasporta il nostro lavoro all’interno di un processo del quale il controllo
militare finisce per essere l’unica forma possibile di confronto e di dialettica. Io mi rifiuto di immaginare che la mia attività possa essere sottoposta al giudizio discrezionale di un comandante che decide se mandarmi in tribunale o meno, farmi processare o meno. Questo elimina qualsiasi esercizio libero e discrezionale della mia personale attività giornalistica, cioè della libertà di informazione. E’ un atto  ravissimo perché sposta su un terreno diverso quello che è stato finora l’esercizio dell’attività giornalistica. Che a quel punto non è più un libero esercizio d’informazione che riguarda la società civile e che nasce all’interno di una società civile ma viene collocata all’interno della logica strettamente militare. E’ come
se ci venisse messa addosso la divisa militare, esattamente come durante la I e la II guerra mondiale.

I giornalisti diventerebbero tutti embedded o sarebbero in difficoltà perfino loro?

Non si salvano nemmeno gli embedded. Tutto infatti è affidato alla discrezionalità di chi dice: tu stai infrangendo una norma del codice militare. Si ritorna a Lord Cadrington, comandante militare nel 1854 nella
guerra di Crimea, che decise per la prima volta il principio della censura militare sulle notizie, di fronte al fatto che il Times aveva inviato sul posto William Russel, il primo corrispondente di guerra moderno che aveva cominciato a raccontare le miserie di quel conflitto. Siamo tornati 150 anni indietro.

Guerra ai giornalisti di guerra
di Toni Fontana
[da l’Unità]

Arrivano le manette per i giornalisti scomodi al governo, contrari alla guerra e critici sulla missione in Iraq. Su proposta del centrodestra il Senato ha infatti approvato ieri una «riforma» del codice penale militare
che prevede tra l’altro pene gravissime e lunghe detenzioni per i giornalisti che scriveranno articoli sulle missioni militari, compresa quella in corso a Nassiriya.

L’iniziativa della maggioranza di governo sta già provocando proteste e suscitando polemiche. Il senatore Ds, Elvio Fassone, sostiene che la riforma «rischia di avere conseguenze molti gravi anche nel campo della libertà di informazione». Il segretario della Federazione della Stampa italiana, Paolo
Serventi Longhi, parla di «misura gravemente lesiva dell’indipendenza e dalla libertà dell’informazione». La riforma, che appare studiata allo scopo di chiudere la bocca a tutti coloro che contestano le finalità e la natura della missione italiana nella guerra dell’Iraq, si configura come un’ estensione del codice penale militare di guerra anche alle missione di pace.
La missione a Nassiriya è appunto considerata dal governo un missione di pace e, di conseguenza, la nuova normativa verrà estesa (se la Camera confermerà il giudizio del Senato) anche ai servizi giornalistici che provengono dall’Iraq. Per effetto delle norme approvate ieri dalla maggioranza di centrodestra a palazzo Madama diventano «operativi», cioè pienamente in vigore anche gli articoli 72 e 73 del codice penale militare italiano là dove la legge recita che viene punita «l’illecita raccolta, pubblicazione e diffusione di notizie militari». Viene punito con la reclusione militare, viene cioè affidato ad un carcere militare, il giornalista che «procura notizie concernenti la forza, la preparazione o la difesa militare, la dislocazione o i movimenti delle forze armate, il loro stato sanitario, la disciplina e le operazioni militari e, ogni altra notizia che, essendo stata negata, ha tuttavia carattere riservato». Il giornalista che verrà accusato di questi «reati» potrà essere condannato ad una pena variante tra i due e i dieci anni di carcere, ovviamente militare. Non è tutto. Se queste notizie verranno «divulgate» la pena potrà essere raddoppiata e arrivare fino a venti anni di carcere. Il minimo della condanna per il cronista che osa scrivere qualcosa che disturba è in questo caso di cinque anni.

Se la riforma seguirà il suo iter e verrà approvata dai due rami del Parlamento ai militari verrà dunque affidato un potere assoluto e arbitrario di discrezione e di intervento sulle attività dei cronisti che seguono le missioni all’estero. Le disposizioni sono così precise e dettagliate che, nei fatti, ogni articolo inviato dai teatri di guerra, in special modo da Nassiriya, potrà diventate un atto di accusa contro gli lo avrà scritto  che rischierà pene superiori a quelle comminate a molti incalliti criminali. Il senatore Ds Elvio Fassone interviene sulla decisione della maggioranza di «estendere l’ambito del codice militare di guerra»  iudicando l’iniziativa «una scelta molto inopportuna sotto molti aspetti, che rischia di avere conseguenze molto gravi anche nel campo della libertà dell’informazione».
Fassone si augura un «ripensamento» alla Camera. Serventi Longhi ricorda dal canto suo che la riforma «prevede il carcere duro per i giornalisti che diffondono notizie sull’attività del contingente italiano e,  forse, anche sulle operazioni dei contingenti alleati». Per il segretario della Fnsi si tratta di una misura «ricattatoria per i giornalisti invitati di fatto all’ autocensura». Serventi Longhi auspica di conseguenza che la riforma venga ritirata nella seconda lettura parlamentare, cioè a Montecitorio. Le misure approvate ieri al Senato appaiono appunto ispirate da quella parte del mondo politico e militare che da tempo sta  tentando di erigere un muro di gomma per impedire alla stampa di ribadire i pressanti interrogativi che
circondano la missione a Nassiriya sulla quale non si sanno molte cose avvenute nel corso dei combattimenti con i miliziani.

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