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In pensione ancora più tardi, anche se crollano le “aspettative di vita”

Tra gli auguri di buon anno, non poteva mancare l’arrivo di un altro “scalino” pensionistico. Pubblichiamo qui di seguito l’analisi dettagliata di Davide Grasso, pubblicata nel sito de “Il sindacato è un’altra cosa” (la componente di opposizione interna alla Cgil), che dà conto di tutti i dettagli “tecnici”.

Noi vorremmo però indirizzare l’attenzione dei lettori sulla contraddizione che comincia a diventare palese tra le ragioni addotte per “riformare le pensioni” dai vari governi criminali degli ultimi decenni e la dinamica reale degli andamenti demografici.

Come abbiamo sentito dire per anni, le “riforme” pensionistiche erano scelte obbligate per “adeguare l’età pensionabile alle aspettative di vita”. Formula infame, certamente, ma dall’apparenza innocente. Che c’è di male, in astratto (ma solo in astratto), a far lavorare qualche anno di più una popolazione che vede continuamente allungarsi nel tempo il momento del trapasso?

Le argomentazioni a contrasto sono state molte, e tutte serie (dai lavori cosiddetti “usuranti” alle pure constatazioni empiriche: come fa una maestra a fare lezione, o un muratore a camminare sui ponteggi, fino a 67 anni?). Ma non hanno spostato di una virgola i programmi dei governi /dalla “riforma Dini” del 1996 a quella “Boeri” in via di progettazione: tremate!).

Il principio basilare restava infatti quello contabile (se la gente vive più a lungo, “non possiamo pagare pensioni per un numero indefinito di anni”), perché le “aspettative di vita” effettivamente continuavano ad aumentare. E chissenefrega se a un quasi settantenne non si può chiedere la stessa efficienza lavorativa di un cinquantenne (a meno di non svolgere professioni esclusivamente intellettuali: giornalista, professore universitario, parlamentare, ecc).

Le ragioni di quell’aumento sono state più volte analizzate: un orario di lavoro limitato a otto ore, la sicurezza del posto (con tutele contro i licenziamenti, ferie, riposi, diritto a periodi di malattia o maternità, ecc), una sanità pubblica efficiente e semigratuita, un’istruzione altrettanto pubblica e semigratuita (che permetteva il funzionamento dell’”ascensore sociale”, verso mestieri meno stressanti sul piano fisico), e infine un’età pensionabile umana (mediamente intorno ai 57 anni, invece dei 67 che vanno a regime dal 1 gennaio).

Tutte queste condizioni favorevoli all’allungamento della vita sono state cancellate più o meno radicalmente (sanità e istruzione sopravvivono con molte difficoltà, ma l’attacco finale contro di esse non è stato ancora sferrato), e i risultati concreti si cominciano a vedere: nel 2015 ci sono stati 68.000 morti in più rispetto al 2014, + 11,3%.

I cambiamenti nei processi demografici sono in genere molto lenti, a meno di eventi socialmente catastrofici come le guerre. Quindi la percezione che se ne ha a livello di common people è ritardata; ossia, prima ci devono essere i mutamenti e poi ci si rende conto di quanto è ormai avvenuto.

In questo caso, però, abbiamo la possibilità di verificare in tempi abbastanza rapidi quel che sta avvenendo. Quel +11,3% del 2015 è un aumento che non si vedeva dagli anni in cui erano in corso due guerre mondiali anche sul nostro territorio. La stretta operata già ora sulle condizioni di vita e di lavoro della popolazione è insomma tale da produrre gli effetti tipici di una guerra. Ossia un abbassamento delle aspettative di vita.

Se, com’è prevedibile, questo andamento si confermerà anche nei prossimi due-tre anni (con ulteriori accelerazioni), tutti gli elementi che concorrono a produrre l’apposito “indice” subiranno variazioni negative tali da rendere impossibile continuare nella cantilena padronale sull’“adeguamento dell’età pensionabile, ecc”.  Resteranno a quel punto solo i brutali criteri contabili: inumani.

Secondo noi non c’è nessuna ragione di attendere che qualche centinaio di migliaia di persone scendano prematuramente nella tomba per cominciarsi ad incazzare. Si può fare anche subito. Esempi e numeri non mancano. Basta smettere di attendere che le cose migliorino per volontà divina. Come si è visto in questi anni, ogni messaggio “ottimistico” sparso da governo e media è solo oppio per invitare alla calma ed avere “fiducia”.

Quel tempo è durato anche troppo e deve finire. Altrimenti ne va della nostra vita…

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