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Una mucca da mungere

dal "Mattino" di domenica 18.06.2006

Quasi nove anni fa, ancora pochi giorni prima di morire, mio padre leggeva con attenzione i quotidiani, sia nazionali che locali. In questi ultimi trovavano già ampio spazio articoli relativi alle schermaglie in corso per la designazione del suo successore alla Presidenza della Camera di Commercio. Non ha mai rivelato se quella lotta sulle sue spoglie mentre ancora era in vita lo ferisse sul piano umano, di certo quel principio di «zuffa» gli mostrò come la legge che riformava le Camere di Commercio, da lui fortemente condivisa e sostenuta, stesse manifestando un difetto non in sè, ma nel modo in cui veniva interpretata dai soggetti cui la ormativa stessa attribuiva ampi poteri di gestione sull’ente. E mi confidò, con evidente delusione: «Distruggeranno tutto». Uno dei nodi fondamentali della riforma riguardava le modalità di nomina degli organi direttivi non di carriera dell’ente: Consiglio, Giunta e Presidente venivano a porsi come espressione del peso proporzionale dei diversi raggruppamenti di imprese impresedella provincia. Nel modo in cui si dibatteva della sua successione mio padre colse, con la consueta lucidità, il segnale che coloro ai quali i riformatori avevano inteso offrire gli strumenti per migliorare le Camere di Commercio le avrebbero rese meno efficaci e meno utili, impoverendone la capacità di agire come strumenti di sviluppo e di supporto per il tessuto imprenditoriale e di essere indipendenti dalla politica e dagli interessi di parte. Ho sempre tenuto per me quelle parole amare di mio padre. Ora, sia pure con grande riluttanza, sento di poter rendere pubblico il suo pensiero. Abbiamo di fronte a noi una desolante dimostrazione di come, con il contributo prezioso di una classe politica mediocre e avida, le associazioni di categoria siano ormai agitate da conflitti intestini che ben poco hanno a che fare con le effettive esigenze degli associati. I segnali, purtroppo, si erano manifestati già nei mesi seguenti la nomina di Chiesa alla Presidenza della Camera di Padova, frutto del patto tra associazioni «delle piccole e medie imprese» costruito con l’usuale astuzia dal direttore di Ascom Luigi Vianello. Un patto che si era faldato subito, portando al conflitto con il Presidente di Upa Peloso e a tensioni divario genere. Ne è seguita una gestione dell’ente che, mi pare, ha risentito più delle necessità economiche delle associazioni che non dell’effettiva capacità di identificare nuove strutture e nuovi meccanismi idonei a sostenere e favorire le imprese padovane: la grande visione strategica e la progettualità della Camera di Commercio si sono in gran parte improvvisamente dissolte, svilendo il patrimonio costruito dal professor Volpato. E le premesse per il futuro non sono certamente buone. Quel che accade da alcuni mesi a questa parte nelle associazioni di categoria sta a dimostrare la crisi profonda di queste istituzioni, le cui contese interne inducono a prevedere che la sostituzione di Chiesa alla guida dell’ente camerale, in programma nel 2007, avvenga in modo non propriamente positivo per l’ente stesso. Quale più quale meno, tutte le organizzazioni imprenditoriali mostrano segni gravi di malessere: vuoi per ragioni di presunta cattiva gestione, vuoi per interferenze più o meno marcate della politica, vuoi per insufficiente ricambio sia dei rappresentanti degli associati sia di dirigenti e funzionari, in ogni caso tutte sembrano poco pronte a svolgere il proprio ruolo, che è quello di sostenere le attività degli associati nei rapporti con la politica e con le altre parti sociali e sui mercati. I motivi di tale crisi sono tanti. E io sono lontano dall’ambiente da troppo tempo per potermi permettere una diagnosi precisa e la definizione di una terapia. Posso, tuttavia, evidenziare un punto che ho sempre giudicato essenziale e che, in base ad alcune decisioni e ad alcuni commenti, ad esempio, di Fernando Zilio, mi sembra costituire anche oggi un problema assai grave. Mi riferisco all’eccesso di prestazioni di servizi, contabili e non, da parte delle associazioni di categoria. Se davvero, come sostiene l’attuale presidente di Ascom, compito delle organizzazioni imprenditoriali è la rappresentanza di interessi (lobbying), allora risulta incomprensibile perché esse continuino a svolgere attività proprie, ad esempio, dei commercialisti e dei consulenti del lavoro, esercitate attraverso strutture pesanti e costose, il cui complesso mantenimento finisce per influire sui rapporti anche con gli enti, come la Camera di Commercio, che possono erogare finanziamenti. A me pare che esista un sostanziale conflitto di interessi in organizzazioni che intendono difendere i propri associati e che, nello stesso tempo, vogliono vender loro servizi. E che tali servizi intendono vendere non già direttamente, ma attraverso varie entità parallele, poste al di fuori delle case di vetro di cui oggi si fa un gran parlare. Le singole situazioni, com’è ovvio, risultano diverse. Resta, tuttavia, evidente che le associazioni di categoria sono organismi burocratici e come tali tendono a proteggere e alimentare se stesse, con ciò anteponendo i propri interessi a quelli delle imprese che nominalmente dovrebbero difendere: per far questo hanno bisogno di procurarsi risorse. E la Camera di Commercio, a tale riguardo, a Padova come altrove, viene oggi apertamente considerata una splendida e florida mucca da mungere.
Non sono un veterinario, quindi non posso trovare nella scienza motivi di conforto, come cittadino temo che, alla lunga, la mungitura spregiudicata finisca per portare l’animale alla morte.

Roberto Frigo – Padova 

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