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“Se uno vuole, il lavoro lo trova”

In tempi di precariato diffuso, e per chiarire che non è che la gente non abbia voglia di lavorare, vorrei descrivere due colloqui di lavoro a cui mi sono presentata in questi ultimi tre giorni.

Premetto che ho 31 anni, sono laureata in Lingue con 110 e lode e che nel corso dei miei studi ho trascorso un periodo in Inghilterra ottenendo la borsa di studio Erasmus. A sei anni dalla laurea, purtroppo sono ancora alla ricerca di un lavoro stabile, visto che le numerose esperienze di lavoro che ho avuto, tra l’altro molto diverse tra loro, sono sempre state di breve durata grazie alle nuove forme di lavoro “flessibile”: ho fatto l’impiegata, la segretaria, l’interprete, l’insegnante d’inglese, la centralinista e, da ultimo, la bidella.

Marta a Milano in occasione di un colloquio di lavoro nel 2005

Lunedì scorso ho consegnato il mio curriculum presso un’agenzia di viaggi specializzata nell’organizzazione di congressi internazionali. La titolare, da subito dimostratasi molto interessata al mio profilo, verifica seduta stante il mio livello d’inglese facendomi leggere e tradurre un documento dell’agenzia scritto in lingua. Dopo essersi complimentata per il mio inglese, mi spiega che per questo lavoro l’inglese è fondamentale, visto che l’agenzia intrattiene quotidianamente rapporti con l’estero per via dei congressi, e che la loro attività è di un certo livello e richiede molta competenza e serietà, nonchè un abbigliamento decoroso (!) e sempre il sorriso in bocca. L’elegante titolare mi chiede quindi di ritornare il giorno dopo in modo che anche la sua socia mi possa conoscere. Ritorno quindi martedì, faccio la conoscenza della sua socia e mi viene proposto un periodo di prova di un mese retribuito in modo forfettario come collaborazione occasionale, “giusto per conoscerci reciprocamente e per vedere se lei è portata per questo tipo di lavoro..” (da notare che ho già avuto esperienza di lavoro presso un’agenzia di viaggi). “Poi, terminato il mese di prova, se la cosa dovesse rivelarsi positiva sia per lei che per noi, potremmo magari pensare ad un eventuale contratto a progetto o ad un contratto a tempo determinato per qualche mese…. In seguito, se davvero vediamo che lei lavora bene ed è la persona giusta per noi, potremmo eventualmente pensare ad un qualcosa di più definitivo…”

Nonostante le condizioni poco allettanti, do la mia disponibilità per questo eventuale periodo di prova e la titolare si congeda dicendomi che mi farà sapere entro il giorno dopo.

Passano due giorni e mi chiama al telefono con voce squillante e positiva dicendomi che se per me va bene posso iniziare il mese di prova da domani. Chiedo, per mia informazione, retribuzione ed orario di lavoro: mi risponde che la retribuzione sarà di 5 Euro l’ora per 40 ore settimanali, quindi un forfait di 800 Euro per questo mese di prova…. Rimango allibita: le faccio notare che 5 euro l’ora mi sembrano un po’ pochi, considerando che il mese di lavoro è a titolo di “una tantum” pagato come collaborazione occasionale e non tramite un contratto da dipendente anche solo a tempo determinato, che comunque prevede un periodo di prova…. Mi risponde che proprio perchè si tratta di un periodo di prova non mi può dare più di 800 Euro, perchè devo imparare un lavoro nuovo e loro per insegnarmelo devono perdere del tempo prezioso…. Rispondo che anche il mio tempo ha un valore, che non è certo di 5 Euro l’ora, che ho 31 anni, una laurea e che come ha potuto constatare, il mio livello d’inglese (fondamentale per questo lavoro) è molto buono, di conseguenza ritengo che anche questo vada riconosciuto. Oltretutto, nemmeno un operaio (con tutto il rispetto) guadagna 800 Euro al mese… Come minimo io mi aspetto un forfait di almeno 1000 Euro… Con tono alquanto indispettito, la signora mi dice che come primo mese 800 Euro le sembrano più che sufficienti e che c’è gente che il periodo di prova lo fa addirittura a titolo gratuito…. Le dico che una proposta del genere non è dignitosa, al che mi risponde “non è detto che poi, una volta terminato il periodo di prova, la retribuzione non cambi….” Dico “certo, con la prospettiva di un contratto a progetto immagino non cambi di molto…!” A questo punto la signora, dopo avermi messa in attesa ed essersi consultata brevemente con la sua socia, ritorna al telefono dicendomi con tono sprezzante che se per me queste condizioni non vanno bene allora non se ne fa più niente. Ribadisco che non accetto una proposta del genere e mi risponde che in questo modo non troverò mai lavoro. Così dicendo, mi informa che non ha altro da dirmi e mi saluta.

Il secondo brillante colloquio l’ho avuto ieri presso un’azienda che si occupa dell’organizzazione di fiere ed eventi, alla ricerca di persone da inserire nell’area commerciale. Dopo aver atteso 40 minuti dall’orario stabilito per il colloquio, finalmente mi fanno parlare con due responsabili. Iniziando con un lungo preambolo in cui mi illustrano le varie attività dell’azienda e nello specifico le mansioni che comporta il lavoro per cui ho risposto all’annuncio, mi dicono che l’azienda richiede di avere la partita iva, perchè quella è la loro politica e le persone che già lavorano lì, circa una ventina, sono tutti collaboratori in possesso di partita iva. Si comincia con un periodo di “prova” (dev’essere di moda, questa parola….) di una settimana; se si instaura un buon rapporto tra loro e me, farei poi 2-3 mesi di collaborazione occasionale, ed in seguito eventualmente mi aprirei la partita iva e continuerei così la collaborazione. Uno dei due responsabili dà un rapido sguardo al mio curriculum e vede che ho già lavorato per un’azienda che organizza fiere; mi chiedono cosa ne penso di un eventuale lavoro così come me l’hanno descritto e domando come mai bisogna avere la partita iva e se non è più semplice assumere i loro collaboratori come lavoratori dipendenti…. Forse per una questione di rsparmio? Perchè, come faccio loro notare, proprio di questo si parlava nella trasmissione “Ballarò” la sera prima…. Mi ripetono che quella è la politica aziendale, non una questione di risparmio, e che su questo non si transige. Chiedo a questo punto a quanto ammonterebbe la retribuzione mensile una volta aperta la partita iva, e la risposta è 1000 Euro lordi al mese, ovvero 800 euro netti…. Incredula, per completezza d’informazioni chiedo anche l’orario di lavoro: 9.00 – 18.00 con un’ora di pausa, ma c’è da tenere presente che nei giorni di fiera bisogna lavorare anche nei week-end ed essere presenti in loco presso le fiere…. Chiedo se in tutta onestà loro ci camperebbero con 800 Euro al mese: si guardano imbarazzati e uno dei due mi risponde “beh, no, ma è solo per il periodo iniziale, e poi comunque ci sono i premi di produzione e quanto uno guadagna dipende anche da come uno lavora e da quanti risultati ci porta…..”. Alla fine li ho salutati dicendo che la loro proposta mi sembrava ridicola e poco dignitosa.

Siccome di questo tipo di colloqui ne ho già avuti parecchi (e quasi sempre, mio malgrado, ho dovuto accettare proposte di lavoro sottopagate come quelle sopra descritte) ritengo che ad un certo punto sia sbagliato dire sempre di sì a qualsiasi tipo di proposta con la giustificazione che “almeno è meglio di niente…” o “intanto iniziamo così, poi magari si vedrà”: esiste una dignità della persona che va rispettata, e credo che ultimamente nel mondo del lavoro ci si stia dimenticando di tutto questo.

Per non parlare poi di quanto venga tenuto in considerazione il titolo di studio e la preparazione di una persona…. Ormai da tempo non mi faccio più illusioni; solo vorrei non dover mentire e dire che NON sono laureata quando mi capita di fare colloqui per lavori meno qualificanti (vedi bidella o commessa) dai quali sarei esclusa se dicessi che ho una laurea….

Tutto questo a 31 anni e senza prospettive per il futuro: ma mi dicono, ironicamente, che nella vita le soddisfazioni sono altre……

Marta Vettore

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