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Un listino di borsa per pensioni a rischio: un libro importante

di Cristian Marazzi, tratto da “il manifesto”, 21 aprile 2004

L’anno scorso, a dieci anni dal decreto legge di Giuliano Amato dell’aprile 1993, i fondi pensione italiani hanno conosciuto un sensibile aumento degli iscritti (1 milione e 400 mila persone in più rispetto al 2002). Complessivamente, i fondi chiusi, quelli aperti e le 550 mila polizze assicurative individuali, che assieme costituiscono la pensione integrativa o secondo pilastro, riguardano il 12% dei lavoratori italiani (2.634.819 persone). Se si guarda ai rendimenti, sempre nel 2003, dei fondi rispetto alla valorizzazione del “Trattamento di fine rapporto” (Tfr, o liquidazione), i primi sono stati del 5%, la seconda del 3,2%. Negli anni di crisi di Borsa (2000-03) i Tfr avevano avuto un rendimento nettamente superiore a quello dei fondi. E’ quindi lecito chiedersi se nei prossimi anni, andamento borsistico permettendo, il nodo pensionistico verrà sciolto a vantaggio del sistema a capitalizzazione. Per tentare di dare una risposta a questo interrogativo, il libro di Paolo Andruccioli, La trappola dei fondi pensione (Feltrinelli), è un contributo decisamente utile. Andruccioli, ripercorrendo “dall’interno” gli anni in cui si afferma il capitalismo dei fondi pensione, dimostra come, nel passaggio dal Welfare State renano (basato sul principio della ripartizione e della pensione proporzionale al reddito) a quello “puritano anglosassone” (basato sul principio della contribuzione e della capitalizzazione), più o meno tutti abbiano dato una mano alla costruzione del “capitalismo popolare” dell’azionariato diffuso.
E’ bene ricordare, infatti, che i sindacati dei metalmeccanici e dei chimici (si veda il 3 capitolo del volume) sono stati i veri pionieri dei fondi pensione italiani. Ma la matrice contrattuale/negoziale, che originariamente doveva assicurare ai sindacati confederali Cgil, Cisl e Uil la rappresentanza dei lavoratori dipendenti, si scontra ben presto con i mutamenti del mercato del lavoro: “I sindacati incontrano perciò una serie di difficoltà, oggi, a generalizzare il modello dei fondi pensione chiusi (che pure sarebbe più conveniente almeno dal punto di vista dei costi e della trasparenza) proprio perché si riduce la percentuale degli occupati assunti a tempo indeterminato nelle grandi categorie dell’industria e dei servizi”. Ricordiamo che negli Stati Uniti, i piani pensionistici a contribuzione definita, i famosi 401(k) in cui la rendita dipende dai rendimenti dei titoli in cui sono stati investiti i risparmi dei lavoratori, vennero creati nel 1981, in coincidenza con la perdita di importanza del settore manifatturiero, a lungo roccaforte dei sindacati e dei piani pensionistici su base retributiva. Il declino industriale e la flessibilizzazione del mercato del lavoro autorizzano a credere che anche in Italia la “svolta pensionistica” verso la società del rischio sia ormai matura.
L’emergenza pensioni, come sostiene Giovanni Mazzetta, non è un’invenzione, ma un modo di interpretare l’evoluzione sociale nei paesi sviluppati. Mazzetta prende ad esempio la questione delle “culle vuote”, ovvero il crollo della natalità, e si chiede: si è mai visto un neonato o un adolescente badare ai nonni? E’ vero il contrario, vale a dire che chi non si è ancora affacciato al mondo della produzione dipende da coloro che producono. Ne consegue che le cosiddette culle vuote, invece di sottrarre risorse ad altri possibili usi, le rendono disponibili per altri impieghi, evidentemente anche per gli anziani.
La riduzione nei prossimi 30-40 anni del numero di persone in età compresa tra 0 e 25 anni, a fronte di un aumento del numero degli ultrasessantacinquenni, non comporta dunque un peggioramento delle forme di dipendenza. Sotto il profilo della creazione delle risorse, assai più delle culle vuote, conta il numero di neonati al lavoro. Ma con tassi di disoccupazione crescenti e con la proliferazione di forme di lavoro precario, dare la colpa alla denatalità è senza dubbio fuori posto. D’altra parte, fino a quando il tasso di invecchiamento sarà, come è, inferiore al tasso di produttività del lavoro, il problema non sarà mai quello della mancanza di ricchezza, se mai delle modalità della sua distribuzione.
Il crollo della natalità rappresenta di per sé una riduzione della domanda aggregata che scaturisce dai bisogni di coloro che dipendono da altri in età prelavorativa. Se alla crescita della popolazione anziana non corrisponderà un aumento proporzionale della quota di reddito che essa percepisce, quella riduzione non sarà bilanciata dalla domanda aggregata dei milioni di anziani che, essendo impoveriti, potranno comperare meno di quello che comprano oggi. E ad una domanda aggregata più bassa corrisponderà una disoccupazione più alta o, il che è lo stesso, un crollo dell’attività produttiva.
Di fronte al rischio di riduzione della domanda aggregata risponde cinicamente l’ultima indagine dell’Economist (“Forever young”, 27 marzo di ques’anno), invitando gli anziani a tornare sul mercato del lavoro con salari dimezzati. Si tratta, scrive lEconomist, di fare con gli anziani la stessa operazione che si è fatta con le donne o gli immigrati negli anni `70 e `80, ossia iniettare forza-lavoro a buon mercato per comprimere i salari della popolazione in età lavorativa. Il che dimostra che le scelte fatte dai governi di tutta Europa non sono frutto di una incomprensione delle leggi macro-economiche da parte dei governanti, ma un preciso attacco politico ai sistemi previdenziali gestiti su scala nazionale.
Si consideri la critica del sistema pensionistico a ripartizione da parte di coloro che sostengono il sistema basato sulla capitalizzazione. E’ questo il filo rosso del libro di Andruccioli, che si interroga sui rischi che corrono i lavoratori che affidano i propri soldi al rendimento altalenante delle Borse. Solo degli ingenui possono pensare che i guadagni in Borsa corrispondono ad una maggiore ricchezza reale per la società nel suo insieme. Ciò potrebbe essere vero solo se ad un aumento delle quotazioni corrispondesse un aumento del prodotto interno, il che è lungi dal rappresentare il funzionamento reale dei mercati finanziari. In entrambi i sistemi pensionistici, in ogni caso e in ogni momento sono i redditi degli attivi che finanziano i redditi degli inattivi. Ed è il reddito generato oggi che permette di finanziare le rendite di oggi. Questo vale anche per il regime della capitalizzazione. Infatti, da dove verrà il denaro per pagare le pensioni dei pensionati del 2040? Risulterà dalla vendita dei titoli borsistici nei quali hanno investito i loro risparmi nel corso della vita attiva. Ma chi acquisterà questi titoli? Potranno essere soltanto gli attivi del 2040 che, se lo vorranno, piazzeranno in borsa in quel preciso momento i loro risparmi tramite i fondi pensione.
Il rischio del crollo delle rendite pensionistiche e del valore dei titoli è quindi elevato, se solo si ricorda che il consumo, prima ancora del risparmio, è il motore della crescita. Per “sconfiggere la demografia” i fondi pensione tendono sempre più ad investire all’estero, così invece di sottrarre ricchezza esclusivamente agli attivi nel proprio paese, i futuri pensionati potranno attingere alla ricchezza creata dai lavoratori in altri paesi, preferibilmente emergenti. In questo modo, il sistema della ripartizione, distrutto su scala nazionale dal sistema della capitalizzazione, viene di fatto ricostruito su scala globale. E dal conflitto inter-generazionale si passa al conflitto interno alla moltitudine globale.

Un utile documento che spiega quanto percepiremo con le leggi attuali (riforma delle pensioni) quando andremo in pensione.

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