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Il saluto di Michele a questa società che (in Italia) ha rubato la speranza ai giovani.

Ha avuto (per fortuna) una buona rilevanza sulle principali testate giornalistiche la lettera con cui Michele, trentenne friulano, si è suicidato stanco di anni di rifiuti e di tentativi di trovare lavoro come grafico.

Un pezzo della lettera pubblicata dal “Messaggero Veneto”

«Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto. Di “no” come risposta non si vive, di “no” si muore»

In risposta a questa lettera è apparso sull’Espresso un articolo di  Federica Bianchi che non commento nemmeno dato che ci hanno pensato le persone che hanno scritto in calce all’articolo. Cito uno dei commenti più equilibrati (onore e riconoscenza da parte mia per la grande onestà intellettuale di chi l’ha scritto): “Cara Federica, ho letto il tuo intervento e mi sono permesso anche di dare un’occhiata al tuo profilo linkedin. Io sono come te: ho studiato alla Bocconi, mi sono laureato brillantemente, prestigiosi studi post-laurea, ho un ottimo lavoro (all’estero). Io penso che un po’ di umiltà e sano realismo non guasterebbe; chi puo’ veramente accedere al caleidoscopio di opportunità? Noi, i privilegiati; magari anche bravi per carità, ma in primis fortunati e privilegiati. In Bocconi avevo dei compagni di corso che non erano nè brillanti, nè ambiziosi; e che comunque oggi hanno un buon lavoro e quindi il diritto ad una dignità. Giusto cosi, dovrebbe essere cosi per tutti. Ed invece in Italia appena butto la testa fuori da quel 5% di cui facciamo parte, vedo persone buttate li’, sfruttate e non valorizzate, rimbalzate da un precariato all’altro, indipendentemente da quanto valgono e da quanto si sbattono per farcela. Io non me la sentirei non solo di giudicare (il tuo commento non ha il tono del giudizio) ma nemmeno di commentare qualcosa che, devo ammetterlo, non ho mai sperimentato in prima persona. Nella vita mi occupo di economia; non bastano le statistiche sul PiL per avere coscienza della realtà. In metropolitana quando torno a Milano mi capita di guardare la faccia delle persone, e mi sembra di leggerci il vuoto, la disillusione, l’assenza totale di prospettiva; ecco, io quella faccia li’ non l’ho mai avuta, neanche quando lavoravo 20 ore al giorno per un società di consulenza. E negli ultimi dieci anni ne vedo sempre di piu di quelle facce. E se ti dovessi dire il primo sentimento che istintivamente provo è quello di provare un po di pudore e quasi vergogna.
C’è sola una cosa, che traspare anche nel tuo post, che avrei detto con tutto il cuore a Michele e che vorrei dire a tanti che si trovano nella stessa situazione: prima di mollare le speranze, perchè non andate via???!!!. Uscite dall’Italia, fuori non è cosi’, ho girato tanti paesi e guiro non è cosi’. Almeno provateci.”

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