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L’alcool: la proibizione provoca la sbornia

dal "Corriere" di oggi

Disoccupazione giovanile? Macché. Ecco alcune professioni del futuro: falsario specializzato in documenti d'identità, mediatore di bevande alcoliche, trasportatore delle medesime, rianimatore stradale. Tutti mestieri che in America – dove sono sempre avanti, anche nelle cattive abitudini – esistono da tempo. Da quando, cioè, si sono messi in testa di combattere la sbronza giovanile (binge drinking) coi divieti.

Anche la Finanziaria (art.90) introduce un divieto di vendita di sostanze alcoliche ai minori di 18 anni. Non è il difetto maggiore della nuova legge (che resta quello identificato da un "Italian" online: "Come far pagare le tasse allo psicoterapeuta che a fine seduta mi propone 160 euro 'con' o 90 'senza'; al parrucchiere, 50 euro 'con' o 30 'senza'; al fisioterapista 35 euro e solo 'senza', perché 'con' non ci pensa neppure?"). Ma anche l'età minima per la birra non sembra – diciamolo – una grande idea.

Sia chiaro: è bene non bere, da ragazzi. Ma se c'è un modo sicuro per spingere un sedicenne verso la bottiglia, è renderla illegale. L'ebbrezza dell'alcol infatti non è niente, rispetto alla goduria dell'infrazione. L'ho scritto quest'estate dal New England, lo ripeto: la sbornia maligna e sistematica è la piaga dell'università americana. Intorno ai colleges esiste una fiorente industria di falsicazione delle patenti; ma spesso non è nemmeno necessario, perché basta un maggiorenne – o un ventunenne, dipende dallo Stato – per comprare da bere per tutti. E poi giù, finché non si crolla (o peggio).

Le strategie USA puntano sul proibizionismo: e non hanno funzionato. Lo stesso fanno le politiche giovanili del Nordeuropa: e di nuovo è stato un fallimento. In Scozia – posto bello e civile, pieno di gente affabile – l'alcol è ormai un problema idraulico: chi beve dieci pinte (quasi cinque litri, è la media serale) poi deve farle fuori da qualche parte. Andate un sabato sera a Roma, a Siena, a Cagliari o nella mia piccola Crema: le ragazze e i ragazzi preferiscono studiarsi a vicenda, piuttosto che pisciare o vomitare contro un muro.

L'Unione Europea se ne rende conto? Credo di sì. Eppure un recente rapporto della Commissione (http://ec.europa.eu/health-eu/news_alcoholineurope_en.htm) dopo sensate considerazioni sui danni e i drammi dell'alcol, al momento delle raccomandazioni (pag 403 ss) sembra propendere per un approccio proibizionista/nordeuropeo. Proprio quello che ha dimostrato di non funzionare: così qualcuno ci sta ripensando.

Torno da Londra, dove il governo laburista – contro il parere di giornali, accademici, medici – nel novembre 2005 ha liberalizzato gli orari di vendita degli alcolici (introdotti novant'anni prima!). Ebbene: dati alla mano, sono diminuite le risse e gli ubriachi per le strade. Fidatevi: se funziona con gli inglesi, funziona dappertutto.

Una considerazione finale, utile a smorzare subito gli entusiasmi dei produttori e distributori italiani di alcolici. Il rapporto della Commissione – con troppe parole, come al solito – dice però cose giuste sulla necessità dei controlli sulle strade (in Italia, ridicoli) e sul divieto di pubblicità degli alcolici. L'autoregolamentazione non basta. Le bevande colorate a bassa gradazione puntano cinicamente i giovanissimi. E alcune pubblicità televisive appaiono soavemente irresponsabili (o vagamente delinquenziali, dipende dai punti di vista). Spacciano infatti l'equazione alcol=fascino & felicità. Quella che ha messo nei guai gli USA e il Nordeuropa: e noi non vogliamo.

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