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Così si può morire di carcere

in cella un suicidio ogni 5 giorni
di ATTILIO BOLZONI

ROMA – Lo fanno con il gas e sempre di notte. Si avvicinano alla bombola dei fornelli e sniffano e sniffano fino a quando il torpore li porta via. Nel loro gergo è la “piccola neve”, butano e propano liquidi, al cervello non arriva più ossigeno, un po’ di euforia e poi l’avvelenamento. Se ne vanno senza un grido. Li trovano la mattina dopo immobili sul materasso, come fossero ancora nel sonno profondo. I referti medici li archiviano sbrigativamente come “incidenti”, a volte però le perizie si spingono a diagnosticare un “decesso per overdose”.

L’amministrazione penitenziaria preferisce seppellirli così: tossici in astinenza. Mostrano sempre una certa avversione nel riconoscere quelle morti. Sono troppo scomode. E troppe. Nelle carceri italiane c’è un suicidio ogni cinque giorni.

Si muore di disperazione nelle prigioni. E contrariamente a ciò che potrebbe sembrare ragionevole, si muore anche presto.

Dopo pochi mesi o solo dopo poche ore da quando si varca quel filo spinato, nelle sezioni, nei camminamenti per l’aria degli “isolati”, sotto le torrette, dietro le mura che separano dall’altro mondo. E sono gli uomini giovani che decidono di andarsene più degli altri, che si ammazzano.

Marco ha legato il lenzuolo alle sbarre e poi intorno al collo. E si è lasciato scivolare. Nunzio si è infilato un sacchetto di plastica alla testa e ha stretto stretto fino a quando non respirava più. E poi Maurizio a San Vittore con il fornellino, lo stordimento con il gas, anche lui con la piccola neve, lo “sballetto delle carceri”. Avevano tutti e tre meno di quarant’anni.

Nessuno di loro doveva passare il resto della vita in quella o in un’altra galera. Imputati di piccoli reati, pene brevi da scontare, erano in attesa di giudizio. Come Marco e come Nunzio e come Maurizio, il 40 per cento di chi si uccide aspetta ancora il processo di primo grado.

Ci si toglie la vita più che fuori, nelle prigioni d’Italia.
Diciotto volte di più: è il tasso dei suicidi tra la popolazione detenuta e l’altra, quella libera. E ci si uccide soprattutto nei penitenziari che sono diventati casba, le case circondariali dove in una cella ne ammucchiano sei o sette anche per un anno o due, dove i letti a castello quasi toccano il soffitto, dove sono pochi gli educatori e pochi gli psicologi, dove ancora meno sono i medici. E dove la doccia non la puoi fare tutte le mattine, perché l’acqua non basta mai per tutti. E le pareti trasudano di umidità. E c’è buio anche quando splende il sole.

I più a rischio sono proprio quelli che chiamano i “nuovi giunti”, smarriti, spaventati, non abituati al carcere. “I detenuti più giovani, quelli che entrano in penitenziario per la prima volta, non hanno dimestichezza con gli stili di vita, le regole e le gerarchie dominanti e sono sprovvisti di un “codice di comportamento” che li pone al riparo delle insidie e dai traumi della vita reclusa”, spiega il sociologo Luigi Manconi, garante dei diritti “delle persone private della libertà” per il Comune di Roma e autore di una ricerca con Andrea Boraschi sui suicidi in carcere negli ultimi anni. Sarà pubblicata nel prossimo autunno sulla “Rassegna italiana di sociologia”, è uno spaccato di quello che accade nel cupo isolamento dei bracci, numeri, storie, tabelle e grafici che svelano l’orrore della morte dietro le sbarre.

E’ uno studio che disegna l’identikit del detenuto suicida, che scopre a sorpresa come non c’è quasi mai relazione tra il togliersi la vita e la “riduzione della speranza”: non sono gli ergastolani che si impiccano, che si avvelenano, che si soffocano. Non è solo la lunga detenzione che fa paura. Dice ancora Manconi: “L’ineluttabilità della pena e la certezza di dover scontare una condanna pesano meno dell’incertezza sulla propria condizione. E la possibilità di essere riconosciuti innocenti non appare sufficiente a scongiurare la decisione del suicidio”.

E’ giovane il detenuto che si uccide, aspetta ancora di essere giudicato, è appena entrato in carcere. Quasi il 20% dei suicidi avviene tra il primo e il settimo giorno dall’ingresso alla “matricola”, il 50% nei primi sei mesi. E molti, subito dopo un trasferimento da un carcere all’altro.

Il cambiamento provoca uno stress che per alcuni è insopportabile. Per M. ad esempio, schizofrenico, già assolto per incapacità di intendere e di volere, ricoverato più volte in ospedali psichiatrici giudiziari. Appena l’hanno portato a Rebibbia, un primo maggio si è impiccato.

Spesso la stampa non viene a conoscenza di quelli che non ci sono più. Nessuno ne dà notizia. Il carcere custodisce tutti i suoi segreti. E tende a far sempre una sua conta di quei morti. Sono 25 in questi primi sei mesi dell’anno secondo il Dap, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria.

Sono 30 secondo Manconi e tutte quelle associazioni che provano a “guardare” nel pozzo nero dei bracci. È una guerra di numeri.

Come per i detenuti che muoiono per malattia. Le statistiche ufficiali non calcolano mai quelli che tirano l’ultimo respiro su un’ambulanza o in un reparto ospedaliero esterno. Alzano la media. “Viceversa dalle carceri arriva con inesorabile puntualità la segnalazione di tutti gli spettacoli musicali e teatrali, delle gare sportive, dei concorsi di pittura e di poesia”, scrivono su “Ristretti Orizzonti”, agenzia di informazione dal carcere che ha appena sfornato un altro dossier su suicidi e “morti per cause non chiare”. E aggiungono: “L’istituzione carcere vuole dare di sé un’immagine addolcita, troppo parziale”.

E’ guerra di numeri per il presente e per il passato. Dicono al Dap: “Negli ultimi tre anni i suicidi sono calati”. E hanno anche istituito un gruppo, l’Umes, l’unità di monitoraggio degli “eventi suicidiari”. Ma abbiamo già visto anche per altre vicende carcerarie come le direttive del centro non arrivino sempre a destinazione, nei penitenziari. C’è un carcere virtuale fatto di norme e di regolamenti, di progetti elaborati anche con le migliori intenzioni. E c’è un carcere reale, quello dove si sente il sudore dei corpi, l’odore della paura, il puzzo di morte. È un fosso. E in fondo al fosso ci sono loro, i suicidi.

Raccontano Stefano Anastasia e Patrizio Gonnella – il primo tra i fondatori dell’associazione Antigone e il secondo ex direttore di istituti di pena e attualmente presidente nazionale di Antigone – nel loro libro “Patrie galere”: “Dopo il primo morto, traumatico per tutti, a partire dal secondo ci si scandalizza sempre di meno. Una grande percentuale di detenuti esprime idee di morte. Alcuni ci provano. I tentativi di suicidio sono alcune migliaia l’anno…”. E quasi un quinto di chi minaccia di farsi fuori, poi lo fa davvero. Anche in questo 2005 ce ne sono stati tanti.

Ogni prigione italiana ha le sue croci. Gioia, quarant’anni, carcere di Parma. Detenuto italiano di ventotto anni, carcere di Bologna. Detenuta jugoslava di trentuno anni, carcere di Torino. Nunzio ventotto anni, carcere di Sulmona. Alfonso, trentacinque anni, carcere di Torino. Sergio, ventinove anni, carcere di Padova…
(2. continua)

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