Togliere agli architetti il cemento armato

di Bepi Contin (dal Mattino del 6.10.09)

Solo a vedere sul mattino di Padova le foto del Canale Battaglia con tutto quel cemento armato c’è da sbarrare gli occhi, stare increduli e chiedersi se la reazione sia un affare per pochi. Chiedersi come mai in alcuni di noi scatta immediato questo senso di contrasto, di sovrapposizione culturale, di annullamento, di perdita, mentre in altri no. Come mai in alcuni la cosa lascia indifferenti; anzi vi è stupore fastidio per queste invasioni di campo in ciò che appare del tutto normale, logico, giusto e ovvio? Come mai la sensibilità urbanistica che fin dall’inizio del progetto ha reso impensabile un interramento e farla finita col canale (come è successo al centro della città di Padova una cinquantina di anni fa) non ha raggiunto il fronte della tecnica costruttiva, edilizia, del restauro? Una risposta è possibile se ci si occupa del cemento armato «culturalmente» prima che tecnicamente, poichè esso è la parte fondante del mondo tecnico che vede in questo materiale la soluzione di tutto come ieri era per il legno. Lo sfottò «Còmprateo o fàteo del legno» andrebbe oggi sostituito con «fàteo de cemento», con questo materiale così duttile da far pensare che si presti a tutto. E invece no: contrariamente a quel che si crede, è inadatto a quasi tutto ed è anche il meno collaudato, conosciuto, il meno prevedibile e controllabile. Correttamente dovrebbe dirsi «Calcestruzzo armato» come sentono dire fin dalla prima lezione di Scienza delle costruzioni i futuri architetti, che sono (erano e ora non saprei) fin da principio messi sul chi va là: «Oh, tòsi, piàn col calcestruzzo armato, perchè mica sappiamo che fine faranno le opere, i ponti e gli edifici di oggi e di ieri in un domani, fra secoli. Pure potrebbe crollare tutto ». E’ almeno solido, offre alte prestazioni? Macchè, quel che offre di buono è per merito dell’acciaio, da solo vale una cicca: si dilava e corrode, è sempre sporco e pieno di muffe e non isola da nulla: è sempre più? freddo del freddo e pi?ù caldo del caldo. Pi?ù umido dell’umido e se non lo tratti è un colabrodo; ha pure un colore tetro e greve che lo fa ancora pi? pesante di quel che è. Dunque estremamente pericoloso e difficilissimo da realizzare; ogni getto è diverso dall’altro e uno straccio di certezza non c’è e non pochi sono gli strutturisti che perdono il sonno prima che siano tolti ponteggi e casseri, prima del disarmo. Chi l’ha impiegato decentemente a volte fino a farne un’opera d’arte? Pochi, si possono contare sulle dita di una mano; tutto il resto è stato un vero disastro appunto per non avere il calcestruzzo una sua dignità, una sua propria forma. Pochi, e per questo vanno citati: Pier Luigi Nervi, Oscar Niemeyer, Le Corbusier e Carlo Scarpa; tutta gente che ha prodotto il bello con qualsiasi materiale perchè l’arte fa la differenza e il bàton non è materiale alla portata di tutti: troppo povero, non ti aiuta; anzi, ti mette in braghe di tela, dichiara a tutti quel che sei e sai fare. E’ un materiale pericoloso staticamente ed esteticamente e tanto dovrebbe bastare per metterlo al bando. Proibirne l’uso come droga che devasta il potenziale creativo delle giovani menti,dei giovani progettisti, quindi per nulla paragonabile ai materiali da costruzione veri, come il legno, l’acciaio e le leghe metalliche, il vetro e la plastica. Ma c’è un motivo capitale per il quale di questo materiale non si dovrò proprio pi?ù sentir parlare: non è quasi riciclabile (non è riciclabile). Come se non bastasse c’è un impiego del tutto improprio nel restauro poichè, si pensa, consente una forte riduzione dei costi nel punto in cui non si possono ripristinate le situazioni con le tecniche antiche (ritenute a torto assai pi? costose). E’ un tema che riguarda il mondo della formazione in un Paese come questo che sarà sempre più? spesso chiamato a tutelare il patrimonio storico ora che si è alzata la soglia di attenzione anche se «dopo». Ben dopo che è successo il guaio e la lista si allunga ad ogni intervento di «restauro». Vediamo di darci un taglio: chiudiamo con il cemento armato nel restauro, non impieghiamolo più?. Rassegandoci, non potrà aiutarci; costa meno preparare del personale specializzato in questo genere di lavori. Un settore che è sguarnito e che potrebbe davvero essere oggetto di un piano d’incentivi. Sì, vivere in questo Paese, in questo Veneto, è una seccatura per tutto quel che ci ha mollato la storia, per tutto quello che questa regione non potrà eludere; eludere la conservazione e il ripristino della sua ossatura culturale fatta anche dalle opere di idraulica, i cui acciacchi è meglio prevenire e curare anzichè farla morire sotto i ferri (d’armatura).

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