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Le falsità politiche e contabili della riforma Fornero

di Sante Moretti

In queste prime settimane di campagna elettorale, due questioni rimangono in ombra: lavoro e pensioni. Si discute di alleanze, di massimi sistemi economici, di banche, di impresentabili. E si fanno tanti “pettegolezzi”. In verità la parola “lavoro” viene citata, ma non si parla di salario, di cassaintegrazione, della drammatica condizione dei disoccupati e dei giovani e ragazzi che col lavoro precario vengono privati del futuro. In merito all’occupazione, l’unica ricetta prospettata da Bersani, Monti e Berlusconi è una maggiore libertà di licenziare e di assumere senza regole; di ridurre i contratti a semplici riferimenti, cioè non vincolanti; di erogare incentivi a chi assume: in buona sostanza: garantire maggiori profitti alle aziende. Le pensioni invece sono ignorate. Un terzo dei pensionati, oltre sei milioni, riceve assegni inferiori ai 500 euro mensili, l’aumento del costo della vita ha fatto diminuire del 30% nell’ultimo decennio la capacità d’acquisto degli assegni pensionistici. Chi si pensionerà in futuro riceverà assegni modesti. Aumentano i poveri e dai dati Istat risulta che in gran parte si tratta di persone anziane e famiglie del Sud. Ogni tanto, nei dibattiti televisivi, mentre disquisiscono del sesso degli angeli, si lasciano scappare qualche frase sulle pensioni. Bersani: “Ci sono gli esodati” (ma il PD quella legge l’ha votata!); altri: “La CGIL di fronte alla legge sulle pensioni ha dato prova di responsabilità” (per sostenere che non è conservatrice) e poi “la legge Fornero è l’unica a favore dei giovani”, “lo Stato paga le pensioni”, affermazioni, queste ultime, pronunciate ad ‘Otto e mezzo’ da un certo Del Vecchio, un giovanotto belloccio e sorridente, senza un capello fuori posto e gonfio di supponenza che credo sia un candidato nella lista Monti: affermazioni lapidarie, ignorate sia dai presenti che dalla conduttrice. Sostenere che lo Stato paga le pensioni è come affermare che gli asini volano. Anche i sassi sanno che le pensioni non sono pagate dallo Stato, ma dagli istituti previdenziali con le quote di salario (contributi) versate dai lavoratori e dalle lavoratrici. In verità è lo Stato che preleva dal sistema pensionistico somme consistenti che permetterebbero, ad esempio, di aumentare gli assegni pensionistici a cominciare da quelli minimi. Il prelievo avviene con modalità diverse: il rimborso parziale di quanto l’Inps eroga per conto dello Stato per le prestazioni assistenziali (assegni sociali, invalidità civili…) e gli sgravi contributivi alle aziende; le ritenute fiscali sulle pensioni, pari a circa 30 miliardi l’anno sono un’anomalia italiana in quanto negli altri paesi europei le pensioni non vengono tassate, o lo sono solo simbolicamente. La crisi del fondo pensioni dei dirigenti e manager d’azienda lo Stato la fa pagare all’Inps, che interviene con 3 miliardi e 300 milioni. L’Inps ripiana anche il fondo clero e quelli degli agricoltori, dei commercianti, dei contadini, complessivamente per 10 miliardi e 500 milioni di euro circa l’anno. Gran parte del peso del decreto “Salva-Italia” è stato caricato sulle pensioni per circa 20 miliardi anche attraverso la sterilizzazione per due anni della rivalutazione delle pensioni superiori a 1.200 euro netti al mese, taglio che ha prodotto una diminuzione, per tutta la vita, dell’importo annuo della pensione mediamente di 1.000 euro. “Se non ci fosse l’Inps”, diceva Tremonti…Ma l’Inps c’è e i governi Berlusconi e Monti l’hanno utilizzato come un bancomat e senza limitazioni. La nuova legge sulle pensioni – dicono – sarebbe a favore dei giovani, ma quella legge, aumentando consistentemente l’età per il diritto alla pensione, blocca il turn-over, obbligando milioni di lavoratrici e lavoratori a non lasciare le aziende e impedendo l’ingresso nel lavoro dei giovani i quali continueranno a restare disoccupati. Non so se è ‘montiana’, ‘ tremontiana’ o ‘fassiniana’ l’idea che lavorando più a lungo si creano posti di lavoro. Ad ogni modo è certamente bizzarra, anzi illogica: se da un autobus alla fermata non scendono passeggeri come vi salgono quelli che devono partire? I meccanismi di calcolo della pensione previsti dalla legge Fornero hanno conseguenze micidiali per i futuri pensionati, ed in particolare per quanti si sono affacciati o si affacciano in questi anni sul mercato del lavoro. Una parte dei tanti che lavorano saltuariamente e con salari bassi rischiano di non versare la quantità minima di contributi per maturare il diritto alla pensione, molti altri matureranno assegni pensionistici simbolici, in ogni caso, anche i fortunati, dopo 40/50 anni di lavoro continuativo e discretamente remunerato riceveranno assegni pensionistici inferiori al 50% del salario che percepivano. Lor signori suggeriscono ai giovani che trovano lavoro solo precario o che sono disoccupati di accendere una polizza assicurativa o aderire ad un fondo pensione se vogliono un minimo di tranquillità quando cesseranno di lavorare: “dovete essere voi responsabili del vostro futuro”. Si afferma poi, ed è un coro quasi unanime, che le pensioni, gli ammortizzatori sociali, i contratti di lavoro, le regole per le assunzioni sono residuati del secolo scorso, roba da nostalgici e di una sinistra conservatrice…ma il risultato è che chi lavora ha sempre meno protezione, meno salario, meno diritti e non ha nemmeno la certezza di un’anzianità tranquilla e dignitosa. La legge Fornero sulle pensioni è palesemente negativa, in primo luogo per i giovani in quanto, ripeto, blocca il turnover e li manda in pensione sempre più vecchi e con pensioni più misere. So bene che è impossibile immaginare un faccia a faccia sulle pensioni con i responsabili del varo della legge Fornero, una legge talmente feroce che portò persino il Ministro a lacrimare mentre ne illustrava finalità e contenuti. È una legge che considera gli attuali pensionati e quelli futuri dei “mantenuti” dalla società, un peso insopportabile per lo Stato e non uomini e donne che hanno lavorato una vita e creato ricchezza, pagato le tasse. Diceva il grande sindacalista Di Vittorio: “la civiltà di una nazione si misura dalla condizione degli anziani e dell’infanzia”. da “Liberazione online” – 30.01.2013

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