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Il primo bisogno emozionale

Come bisogna reagire a quelle che sono possibili minacce e pericoli? Perché alcuni eventi o interazioni con gli altri ci fan­no piombare nella Zona di negatività? Pensateci bene, non ci si rende quasi mai conto del processo che si sta mettendo in moto dentro di noi. Anche quando cominciamo a capta­re l’insorgere di emozioni negative, di solito ci sforziamo di ignorarle o di dare la colpa a qualcun altro piuttosto che pen­sare a cosa ci ha condotto a tanto.

E ancora, poiché il male è più forte del bene, gli stimoli negativi lasciano solchi profondi nella memoria. Quando chiediamo ai nostri clienti di ricordare una minaccia re­cente, generalmente nessuno ha particolari difficoltà e col passare degli anni abbiamo raccolto migliaia di esempi. Nella stragrande maggioranza dei casi è possibile ricon­durre le origini della minaccia alla sensazione di essere sottovalutati o sminuiti da parole o comportamenti altrui. Il primo bisogno emozionale è sentirsi stimati e al sicuro: le sfide rivolte al nostro senso di valore personale di solito provocano l’effetto contrario, facendoci sentire svalutati e insicuri, a disagio nel migliore dei casi, insopportabili nel peggiore.

James Gilligan, professore di psichiatria alla Università della Pennsylvania ha studiato il fenomeno della violenza per quarant’anni. «Mi stupisce la frequenza con cui ricevo la stes­sa risposta da prigionieri o pazienti psichiatrici alla domanda: “Perché avete assalito o ucciso le vostre vittime?”.»4 «Ogni volta mi sento dire: “Perché mi hanno mancato di rispetto”.» Lo psichiatra ha scoperto che il motivo che spesso innesca una rapina a mano armata è proprio il desiderio di ottenere rispetto piuttosto che denaro. «Di volta in volta chi aveva commesso tali crimini ripeteva: “Non mi hanno mai rispettato così tanto come quando ho puntato la pistola in faccia a qualcuno”.»

Gilligan ci ha raccontato la storia di un prigioniero appa­rentemente incontrollabile. Continuava ad assalire le guardie nonostante le severe punizioni, tanto che fu messo in isola­mento. Ma anche così, non appena la porta si apriva, passava all’attacco. A quel punto fu chiamato Gilligan. «Cosa desi­deri talmente tanto da essere disposto a rinunciare a tutto il resto per ottenerlo?» Il prigioniero, che di solito si esprimeva in maniera confusa e poco comprensibile, si alzò e rispose al­lo psichiatra con straordinaria chiarezza: «Orgoglio, dignità, autostima». Quindi aggiunse: «E ucciderei per averli. Senza orgoglio non hai niente».

Questo bisogno di essere rispettati è fondamentale per la sopravvivenza. Anche Elijah Anderson, sociologo di Yale, ha trascorso molti anni a studiare il fenomeno della violenza e in particolare quello che chiama il «codice della strada» delle periferie più degradate, dove le possibilità di scalata sociale sono scarse se non nulle.5

«Tutto si basa sul rispetto» scrive Anderson «definito a grandi linee come l’essere trattati bene… il rispetto è una cosa che si conquista con molta fatica, si può perdere da un mo­mento all’altro e quindi bisogna continuamente stare all’er­ta.» Un articolo del «codice della strada» recita: «Se qualcu­no vi manca di rispetto, dategli una bella raddrizzata, senza farvi intimidire».

Il risultato è uno solo: sopravvive solo il più forte. «Una persona può guadagnare importanza solo se riesce a schiac­ciarne un’altra. Non si deve avere rispetto di nessuno, tutti provano a ottenere più considerazione possibile della poca a disposizione.» Facendo eco all’esperienza di Gilligan con il prigioniero violento, Anderson ha scoperto che «molti ragaz­zi dei quartieri più umili desiderano a tal punto il rispetto da rischiare la vita per ottenerlo e conservarlo».

I dirigenti con cui abbiamo lavorato hanno sicuramente più modo dei ragazzi cresciuti in strada di guadagnarsi il rispetto degli altri. Ma anche per loro sentirsi apprezzati non è meno vitale e dopotutto, se non sentiamo dentro di noi di valere qualcosa, chi siamo? Per quanto non vo­gliamo essere influenzati dal giudizio degli altri, il valore che ci attribuiamo è profondamente influenzato dai giudizi esterni. «Vogliamo che approvino la nostra esistenza, che ci prendano in considerazione, che reagiscano alle nostre azioni», spiega William Irvine nell’opera dal provocatorio titolo Del desiderio. Che cosa vogliamo e perché.** «Voglia­mo che ci amino o che almeno, se non ci amano, che ci am­mirino e anche se non ci ammirano, cerchiamo il rispetto o il riconoscimento.» O, come sostiene Daniel Goleman: «Le minacce alla nostra integrità sono molto sentite a livello biologico, quasi quanto quelle alla sopravvivenza».7

Più di qualsiasi altro tipo di stress, la sensazione di essere criticati sembra esigere il dazio maggiore a livello sia fisico sia mentale. Analizzando 208 studi relativi allo stress le ri­cercatrici Margaret Kemeny e Sally Dickerson scoprirono che l’aumento maggiore di cortisolo – le risposte attacca o fuggi più estreme – viene innescato dalle «minacce all’io so­ciale o all’approvazione, all’autostima e al proprio status». Una fonte di stress come un allarme o una sveglia impazzita può essere ovviamente scocciante, ma provoca una risposta tutto sommato blanda. Quando ci si imbatte in fastidi del genere il livello di cortisolo aumenta, ma rientra nei limi­ti entro una quarantina di minuti. Al contrario le minacce all’autostima causano un innalzamento più significativo del cortisolo, che rimane in circolo per più di un’ora. Questo spiega perché le critiche che ci vengono rivolte, anche quel­le più «costruttive», non sempre servono e anzi sono spesso controproducenti. Per accettare realmente e analizzare dei pareri critici, questi devono essere avanzati da persone di cui ci fidiamo e che tengono davvero a noi. Siamo molto meno propensi ad ascoltare chi ci dice semplicemente «hai sbagliato» rispetto a un consiglio del tipo: «Fino a ora sei andato bene, ma penso che per andare oltre dovresti miglio­rarti sotto questo aspetto».

Da un’altra analisi, Baumeister e il collega Mark Leary conclusero che quella di «appartenenza» è una delle princi­pali motivazioni umane. Abraham Maslow coniò per primo questo termine negli anni Sessanta, collocandolo al secondo posto, subito dopo la sicurezza, nella gerarchia dei biso­gni. Baumeister e Leary cercarono allora prove empiriche .1 riconferma di questa teoria. «Compiamo gran parte delle nzioni umane nel tentativo di soddisfare il bisogno di appar­tenenza», conclusero dopo aver esaminato decine di studi.8 «Provare un senso di appartenenza è fondamentale, al pari del cibo», o, come sosteneva Matthew Lieberman, neuroscienziato alla Università della California di Los Angeles: «Per un mammifero, ricevere cure e attenzioni è necessario per la sopravvivenza».

Voler instaurare rapporti positivi con gli altri sottoli­nea ancora di più l’importanza del nostro volerci sentire al sicuro, una condizione fondamentale anche per la nostra efficienza. Più il nostro valore personale è a rischio, più consumiamo energia nel tentativo di difenderlo, meno ne rimarrà per essere efficienti in quello che facciamo. Una minaccia è un campanello d’allarme che mette in guardia da potenziali pericoli e che, sempre se prendiamo l’esem­pio dei nostri clienti, ha sempre a che fare con la sensazione ili essere sottovalutati. Qui di seguito riportiamo la lista delle minacce più temute:

  • Sentirsi rivolgere parole di accondiscendenza o poco ri­spettose
  • Essere trattati ingiustamente
  • Non sentirsi apprezzati
  • Non essere ascoltati
  • Essere derubati del merito di un lavoro svolto
  • Essere lasciati in attesa
  • Mancanza di interesse verso un lavoro che state coordi­nando
  • Sentirsi criticati o accusati
  • Avere scadenze impossibili
  • Avere a che fare con persone che si credono chissà chi

(dal libro “Non si può lavorare  così” di Tony Schwartz che ho terminato di leggere l’estate scorsa, ma che è sempre utile)

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