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La mia esperienza di insegnante

dal sito http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=151333&sez=HOME_MAIL

Vorrei raccontare la mia esperienza professionale di insegnante di Lettere nella provincia di Frosinone e nella scuola statale italiana in generale. Devo la mia formazione, per buona parte, alla città di Cassino: mi sono diplomata al Liceo Carducci e laureata all’Università di Cassino in Lettere classiche, ammetto, con il massimo dei voti in entrambi i casi.

La vita mi ha portato un anno nel Regno Unito, nella moderna città di Milton Keynes, a nord di Londra, dove ho lavorato nel Customer Service della Opel Italia, all’interno del Centro Relazioni Clienti europeo della General Motors a Luton, quindi niente a che vedere con versi greci e latini. Nei miei ultimi mesi di permanenza lì ho trovato, poi, un lavoro aggiuntivo, part-time, presso il Comune di M.K. che mi ha dato grande soddisfazione: sono stata insegnante di Italiano in un corso serale per adulti chiamato Italian for holidays, finalizzato ad allievi absolutely beginners interessati a trascorrere le loro vacanze in Italia e ad avere un’infarinatura sulla lingua.

Per la prima volta ho avuto l’onore di rappresentare la cultura italiana all’estero, seppure nei suoi aspetti più quotidiani, quelli che incuriosivano i futuri vacanzieri, desiderosi di conoscere più i termini indicanti i gusti del gelato che il modo migliore per chiedere indicazioni per andare a visitare la Basilica di San Pietro a Roma. Nonostante il miglioramento della conoscenza della lingua inglese, il riconoscimento chiaro della mia dignità lavorativa in tutti gli aspetti e i nuovi corsi che il Comune di Milton Keynes mi offriva per il mese di settembre successivo, decisi comunque di lasciare la verde Inghilterra, perché sentivo che non stavo spendendo la mia laurea fin in fondo e perché mi mancava il sole della nostra penisola, ahimè, incantevole per certi aspetti.

Così ho tentato la selezione per accedere alla ormai superata S.S.I.S. e ce l’ho fatta, ma era soltanto l’inizio di due anni faticosi, fatti di viaggi, di corsi pomeridiani quotidiani, di tesine, di esami, insomma, altri due anni di università, coronati da un Esame di Stato finale che mi ha dato il titolo abilitante per insegnare nella scuola statale italiana, in particolare nella secondaria di secondo grado, altrimenti detta scuola superiore.

Pensando che il grosso fosse fatto, mi sono inserita nelle graduatorie provinciali e ho atteso, nei primi tre anni, le chiamate per le supplenze d’istituto, visto che di incarico dal Provveditorato ancora non se ne parlava. Nel frattempo ho fatto master universitari di dubbio spessore, ma di onere gravoso, pur di assicurarmi un punteggio migliore, ho viaggiato per conseguire anche il titolo di sostegno, grazie al quale oggi non sono lavoro e sono un’insegnante più completa, ho continuato a seguire anche i miei interessi paralleli, frequentando un corso estivo molto formativo per insegnare italiano agli stranieri, nonostante non mi abbia dato punteggio alcuno, ma procurandomi almeno la soddisfazione di rappresentare, ancora una volta e con orgoglio, la cultura e la lingua italiana.

Oggi sono forse a metà del cammino che mi porterà ad essere assunta a tempo indeterminato, ma non è semplice accettare di vedersi passare gli anni davanti, con incertezza sempre maggiore, con decisioni ministeriali, qualunque sia il governo, da noi docenti vissute come improvvise e sfumate, sempre pronte a essere ripensate.

Non è facile andare in giro per le scuole della provincia, ogni giorno a decine di chilometri di distanza, e vedere invece che i privilegiati delle scuole paritarie, non soggetti ad alcuna selezione di merito, hanno il posto garantito ogni anno sotto casa, sebbene io non li invidi affatto.

Non è facile incontrare tanti alunni, sempre diversi, e dare tanto a ciascuno di loro, per poi cambiare ogni settembre e andare a scuola il primo giorno col cuore stretto in una morsa, pensando ai giovani volti che ho lasciato e che probabilmente quella mattina avrebbero voluto rivedere il mio di volto, per andare avanti insieme, su una strada già iniziata, ma puntualmente stroncata.

Roberta Pelagalli

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