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5 favole dedicate al Cavaliere di Andrea Camilleri

Il Cavaliere e la Morte

 Il Cavaliere, girando campagne e campagne, s’imbattè in una vecchia scheletrica vestita di nìvuru, con una lunga falce in mano. La riconobbe subito e fece fare uno scatto al suo cavallo. "Schifosa comunista!", murmuriò. La morte era d’orecchio fino e lo sentì. Si mise a ridere. "Tutte me le hanno dette! Ma comunista mai! Si può sapere perchè?" "E che è più comunista di te? Tu consideri tutti allo stesso modo, ricchi e poveri, belli e brutti, re e pezzenti! E questo non è giusto, gli uomini non sono uguali. Io per esempio, sono il Cavaliere, l’uomo più ricco del paese, milioni di uomini mi ascoltano, mi seguono …". "Basta, basta", l’interruppe la Morte che non era nè comunista nè liberale, ma solo una grandissima carogna, "Mi hai convinto. Tu sei degno di un trattamento speciale, avrò un occhio di riguardo. Ti dico l’anno, l’ora, il minuto primo e il minuto secondo della tua morte". E glielo disse, scomparendo. Il Cavaliere, paralizzato dallo scanto e incapace di fare altro, cominciò a contare i secondi che passavano, passavano, passavano …

Il bene pubblico

 Mentre se ne stava stinnicchiato al sole, al Cavaliere scappò un bisogno urgente. Visto che la spiaggia era deserta, s’arriparò darrè un cespuglio. In quel preciso momento vide passare uno scarafaggio merdarolo che faticosamente trascinava nella sua tana una pallina di sterco. "Ti basterà per mangiare tutta l’invernata", spiò il Cavaliere. "Non credo", arrispunnì lo scarafaggio. "Siamo tutti preoccupati. Quest’anno, tra una cosa e l’altra, abiamo raccolto picca e nenti". "Ci sono qua io!", disse il Cavaliere. E fece il bisogno suo. Sul quale si gettarono tutti gli scarafaggi merdaroli inneggiando alla generosità del Cavaliere.

 Il Cavaliere e la mela

 Quand’era picciliddro, e quindi non ancora Cavaliere, il futuro Cavaliere vide un compagnuccio che stava a mangiarsi una grossa mela. Gliene venne gana irresistibile. Facendo finta di niente, si accostò al compagnuccio, gli strappò la mela e la pigliò a morsi. La zia monaca del futuro Cavaliere, che era una santa fimmina, a quella scena aspramente rimproverò il nipote. "Non sono stato io a rubare la mela", ribattè il piccilidro continuando a dare morsi al frutto. "La colpa è tutta colpa del mio compagno che se l’è lasciata arrubari".

Il Cavaliere e la Volpe

 Nel paese chiamato Iliata c’era un Cavaliere il quale ce l’aveva a morte con la Volpe. Non passava giorno che il Cavaliere, attraverso i suoi banditori che erano tanti e ben pagati, non raccontassero le malvagità della Volpe, ladra, invidiosa dei beni del Cavaliere e sempre pronta a portarglieli via, ricettacolo d’odio, spergiura, mentitrice, inaffidabile. E tutto questo perchè? Solo perchè il pelame della Volpe era rosso e il Cavaliere, assai più di un toro nell’arena, inferociva appena vedeva quel colore. Un giorno il Cavaliere, nascosto, vide che la volpe voleva mangiarsi un grosso grappolo d’uva alta sopra un pergolato. La volpe saltava e saltava con tutte le sue forze, ma per quanto si impegnasse allo spasimo spiccando balzi sempre più ali, a un tratto si fece persuasa che quel grappolo era, per lei, irrangiungibile. "Perche’ sto qui a sprecare energia?", si domandò. "Oltretutto sicuramente quell’uva è troppo agra". E se ne andò. il Cavaliere, nel suo nascondiglio, immediatamente si convinse che quell’uva era buonissima e che la volpe aveva detto che era agra solo perchè non era riuscita a prenderla. Così, avvicinatosi alla pergola, senza manco scendere da cavallo, agguantò il grappolo e ne fece un solo boccone. S’attossicò. L’uva era veramente agra.

Il pelo, non il vizio

In Iliata ci fu un Cavaliere che, in pochi anni, accumulò una fortuna immensa. Un giorno alcuni magistrati cominciarono a interessarsi dei suoi affari. E cominciarono a piovergli addosso accuse di falso, corruzione, concussione, evasione fiscale e altro ancora. Arrivarono le prime sentenze di condanna. il Cavaliere, attraverso i suoi giornali, le sue televisioni, i suoi deputati (aveva fondato un partito), scatenò una violenta campagna contro i magistrati che indagavano su di lui accusandoli d’esercitare una giustizia di parte. Lui stesso si definì un perseguitato politico. Tanto fece e tanto disse che molti iliatesi gli credettero. Poi un giorno (come capita e capiterà a tutti), morì. Nell’aldilà venne fatto trasìre in una càmmara disadorna. C’era un tavolino malandato darrè il quale, sopra una seggia di paglia, stava assittato un omino trasandato. "Tu sei il Cavaliere?", spiò l’omino. "Mi consenta", fece il Cavaliere irritato per quella familiarità. "Mi dica prima di tutto chi è lei". "Io sono il Giudice Supremo", disse a bassa voce l’omino. "E io la ricuso", gridò pronto il Cavaliere che aveva perso tutto il pelo, la carne, le ossa, ma non il vizio.

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