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Tasse quante bugie

di Laura Pennacchi

Anticipiamo un brano del nuovo libro di Laura Pennacchi, «L’eguaglianza e le tasse» (Donzelli)

Il fondamentalismo di mercato che ha dominato l’ultimo ventennio del Novecento, per quanto ridimensionato, non è oggi in ritirata. Uno dei suoi bracci armati più potenti rimane quella avversione oltranzistica alle tasse che fin dalle origini ne ha costituito la «faccia speculare», tanto sul piano ideologico quanto sul piano pratico. Tale specularità è plasticamente evidenziata dalle parole del ministro italiano Tremonti: «L’abc per il cambiamento è fatto di tre regole: libero mercato, riduzione delle tasse, meno regole».
Il rinnovato fondamentalismo anti-tasse è, anzi, l’anima della netta radicalizzazione anti-statale che le destre stanno imprimendo alle loro politiche in tutto il mondo.
Gli esiti che possono essere generati dalla combinazione di «fondamentalismo anti-tasse», «radicalizzazione anti-statale», «populismi di vario genere» sono ben esemplificati dall’attività dell’amministrazione Bush negli Stati Uniti e del governo Berlusconi in Italia. Quel che è chiaro è che la «crociata anti-tasse» mira a indurre nella cittadinanza l’ostilità contro quelli che da sempre il fondamentalismo di mercato ha considerato i suoi nemici più acerrimi: gli Stati e i governi nelle loro fondamentali funzioni pubbliche, in primo luogo erogazione di servizi e promozione egualitaria dei diritti.
Quando fanno tale denunzia, i democratici di tutto il mondo non propongono affatto di aumentare le tasse: questa è, al contrario, la mistificante pretesa con cui i seguaci di Bush e quelli, mutatis mutandis, del duo Berlusconi-Tremonti vorrebbero arrestare la caduta di consensi elettorali a cui si sentono esposti, tentando di colpire i loro oppositori con strumenti di propaganda falsanti. In realtà, i democratici pongono domande ardue, a cui nessuno statista responsabile può sottrarsi, relative al tipo di società in cui auspichiamo di vivere, al livello e alla qualità dei servizi di cui desideriamo disporre, alla natura – quanto alla libertà e quanto all’eguaglianza – delle relazioni di cittadinanza che aspiriamo a sviluppare.
In effetti, l’obiettivo vero degli aggressivi piani di tagli fiscali sostenuti dalle destre non è alimentare la crescita economica di breve periodo attraverso il sostegno della domanda, né quello di alimentare la crescita economica di lungo periodo attraverso il sostegno dell’offerta, e nemmeno quello di accrescere la libertà degli individui dall’invadenza pubblica.
Gli obiettivi veri – non dichiarati e, anzi, nascosti con la pretesa che i tagli fiscali siano, oltre che positivi per tutti i cittadini e per l’economia, «indolori» per i bilanci pubblici – sono presto detti. Il primo è decurtare i servizi pubblici, il cui costo è finanziato attraverso le entrate fiscali dello Stato e, decurtando e/o impoverendo tali servizi, incrementare il senso di disaffezione dei cittadini dallo Stato e rinvigorire le loro attitudini anti-statali e anti-governative. Il secondo obiettivo consiste nel privilegiare i già privilegiati ceti ricchi, visto che – è lapalissiano! – se si abbassano le aliquote marginali per le fasce al top della distribuzione, i maggiori benefici vanno a coloro che si trovano ai livelli più elevati di reddito semplicemente perché hanno le aliquote più alte. Tali, in effetti, sono i veri intenti della (contro)riforma fiscale del ministro Tremonti, intenti che, messi per qualche tempo tra parentesi per il dissesto della finanza pubblica causato dal «geniale» ministro stesso, il governo vuole ora risfoderare, varando prima del voto per le elezioni europee del giugno 2004 – con un ulteriore drammatico sfregio alle finanze pubbliche – misure che, contrabbandate a vantaggio di tutti, preparano in realtà la strada all’abbassamento al 33% dell’aliquota sui redditi più alti (con cui chi guadagna molto riceverebbe «regali» fiscali addirittura da 25mila euro in su all’anno).
Lo smascheramento di ciò che si annida in simili politiche passa attraverso l’adozione in via generalizzata del suggerimento che l’opinionista del New York Times, Thomas Friedman, dà agli americani: ogni volta che ascoltano i loro politici fare propaganda sulle tasse, i cittadini sostituiscano alla parola «tasse» la parola «servizi», così scolpendosi nella mente che «meno tasse» significa «meno servizi». Vorrei chiarire che la prospettiva opposta all’oltranzismo anti-tasse predicato dai neoconservatori non è certo quella del «più tasse per tutti», giacché, in specifiche condizioni, a vantaggio delle famiglie con redditi medio-bassi, una corretta terapia economica comprende mirate e selettive riduzioni fiscali. Il punto è che le destre, prescindendo dallo stato dell’economia e da ogni altra circostanza e condizione – per esempio, chi sono i beneficiari – visualizzano sistematicamente i tagli fiscali da un lato come una trovata sempre prodigiosa, dall’altro non come una componente tra le altre, ma come la soluzione miracolosa per tutti i problemi. Il punto è anche, e soprattutto, che bisogna rendere esplicito il limite oltre il quale una riduzione delle tasse compromette il livello e la qualità dei servizi di cui una società desidera disporre e altera la qualità e la natura dei beni collettivi e dei legami di cittadinanza propri di quella stessa società, i quali esprimono anche il grado di tolleranza sociale delle diseguaglianze e la coerenza desiderata tra libertà ed eguaglianza.
Delle politiche di tagli fiscali praticate oggi dalle destre occorre, dunque, considerare sia gli effetti economici, sia gli effetti sulla libertà individuale e l’eguaglianza fra le persone.
Quanto alle implicazioni redistributive, si tratta di ricostruire accuratamente chi sono i beneficiari dei tagli fiscali. Nel caso americano la famiglia tipo, tanto sbandierata da Bush nel 2001, agli inizi del suo mandato, come destinataria di uno sgravio fiscale di 1600 dollari l’anno, è così poco rappresentativa – appena il 10% delle famiglie si è trovato nelle condizioni richieste – da non essere affatto tipo. I poveri non hanno ricevuto nulla, mentre le grandi beneficiarie sono state le famiglie super-ricche appartenenti all’1% superiore della distribuzione del reddito, le quali da sole ottengono circa il 50% del totale della riduzione fiscale. Non diverso il caso italiano: con la (contro)riforma fiscale, a regime, il 20% più ricco delle famiglie italiane si appropria di circa il 78% dello sgravio complessivo, a fronte del 13% soltanto che andrebbe alle famiglie collocate nei primi cinque decili della distribuzione del reddito.
Quanto alla perdita di gettito dei tagli fiscali, in Italia essa è resa ancor più rilevante dalle innumerevoli misure con cui il governo Berlusconi-Tremonti ha creato deficit addizionale, compromettendo il risanamento finanziario realizzato tra il 1996 e il 2000 – periodo nel quale il deficit è sceso dal 7,7% allo 0,6% del Pil – senza nemmeno riuscire a rilanciare l’economia, ferma alla crescita zero. Negli Usa la perdita di gettito è così ingente che già oggi si valuta influisca per più della metà – l’altra metà essendo da imputare ai costi della guerra all’Iraq – sull’esplosione del deficit pubblico, in una situazione in cui si viaggia dall’attivo del 2% del Pil, lasciato in eredità da Clinton, verso il 5% di disavanzo, a cui si affianca l’altro corno del «debito gemello», il pesantissimo deficit commerciale.
Ma della perdita di gettito – negata, mascherata, sottostimata – è interessante rilevare un aspetto solo apparentemente bizzarro. La versione più semplicistica dei tagli fiscali sostiene che le tasse possono essere tagliate senza severe riduzioni della spesa pubblica, mentre la versione più rigorosa sostiene che le tasse debbono essere tagliate proprio perché obbligano a severi tagli a tale spesa. In realtà, la faccia «accattivante» della riduzione fiscale non è affatto in contraddizione con la faccia molto più «dura», anzi la prima ben si sposa con la seconda, essendo semplicemente la «foglia di fico» per un’agenda politica assai spietata. Essa viene sintetizzata da coloro – e sono tanti – che si autodefiniscono «incerti sui meriti economici dei tagli fiscali», ma si dichiarano tuttavia convinti delle loro possibilità politiche: attorno all’intento reale di «restringere il governo» usando il mezzo dei tagli fiscali, vedono la possibilità di creare «una nuova maggioranza», evidentemente ultraconservatrice, cosicché – senza tante sofisticherie e con molto cinismo – danno la priorità all’efficacia politica, non al deficit contabile del governo.
Negli Stati Uniti la versione più rigorosa è soprannominata anche starving the beast (affamare la bestia! E la bestia è proprio il governo!), dall’espressione che fu usata per la prima volta all’epoca di Ronald Reagan, quando nella cerchia dei consiglieri repubblicani nessuno credeva che i tagli fiscali del 1981 potessero essere finanziariamente sostenibili (e in effetti non lo furono), ma si consideravano i tagli stessi come mezzi per formare disavanzi tali da «affamare il bilancio pubblico, utilizzando l’“affamamento” come leva per abbattere la spesa». Anche oggi affamare l’amministrazione pubblica attraverso il deficit sembra essere un disegno intenzionale delle destre al potere: in Italia si depotenziano e dequalificano istruzione, sanità, previdenza, università, ricerca scientifica e tecnologica; negli Usa si punta a far deperire i grandi programmi sociali per le classi medie, Social Security, Medicare, indennità di disoccupazione.
La finalità comune è eliminare i programmi di questa natura o trasformarli in sistemi essenzialmente privati. È a tutto ciò che i neoconservatori puntano – afferma Paul Krugman – per «far regredire la nazione al governo limitato che essa aveva prima di Franklin Roosevelt», contando sul fatto che il crollo delle entrate renderà possibile «smantellare – in nome della necessità fiscale – programmi governativi immensamente popolari che altrimenti sarebbero stati intoccabili».

(tratto da www.unita.it)

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