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L’anomalia legalizzata (da www.repubblica.it)

L’anomalia legalizzata (da www.repubblica.it)
di GIOVANNI VALENTINI

NESSUNO poteva ragionevolmente pretendere che Silvio Berlusconi, da capo della maggioranza e del governo, facesse "motu proprio" quello che il centrosinistra non era riuscito a imporgli quando lui era all’opposizione. E cioè, scegliere tra gli affari e la politica, cedere la sua azienda o quantomeno separarne effettivamente la proprietà dalla gestione. Ma era lecito sperare che il presidente del Consiglio, mantenendo l’impegno assunto in campagna elettorale di risolvere il conflitto di interessi entro i "primi cento giorni", evitasse di favorire nel frattempo le sue reti televisive consolidando e ampliando il suo strapotere mediatico per arricchirsi ulteriormente, a danno di tutti i concorrenti e ancor più del pluralismo dell’informazione.

Oggi, dopo ben 1153 giorni di governo o di malgoverno, il centrodestra si ricorda finalmente di chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati. Anzi, quando sono stati lasciati volontariamente scappare. Basti dire che il nostro beneamato premier, se questa legge-burla fosse stata approvata prima, non avrebbe potuto firmare il cosiddetto "decreto salva-reti" che gli ha consentito di sottrarre Retequattro al trasferimento sul satellite, disposto dalla legge antitrust e avallato dalla Corte costituzionale. Per quanto inadeguata e insufficiente, la burla in forma legislativa che porta il nome del ministro Frattini non avrebbe permesso al presidente del Consiglio e al suo governo neppure di presentare quell’altra legge-vergogna che reca la firma del ministro Gasparri.

Più che risolvere il conflitto di interessi, in realtà questo tardivo provvedimento lo legalizza: nel senso che conferisce una legittimità di facciata a una macroscopica e insanabile anomalia. Qui non si tratta, infatti, di proprietà private in senso stretto; né soltanto di beni materiali o immateriali, imprese, patrimoni immobiliari o finanziari. Nel caso specifico di Berlusconi, si parla di concessioni pubbliche, rilasciate temporaneamente dallo Stato su un bene collettivo come l’etere. E dunque, il presidente del Consiglio si ritrova nell’assurda situazione di essere controparte di se stesso, concedente e concessionario, locatore e locatario, padrone di casa (pro tempore, s’intende) e inquilino: tant’è che l’anno prossimo, quando scadranno le concessioni televisive assegnate nel ’99, lui o comunque il suo ministro delle Comunicazioni dovrà trattare le condizioni del rinnovo con i dirigenti in carica di Mediaset, dipendenti a tempo pieno del medesimo Berlusconi.

Sì, adesso legge-beffa di Frattini proibisce ai membri del governo di fare alcunché per favorire le proprie aziende. Ma che altro mai potrebbe fare il presidente del Consiglio in questo senso? Chiudere definitivamente la Rai? Impossessarsi di tutte le frequenze, analogiche e digitali, a disposizione? Il problema, piuttosto, è un altro: quello di impedire alle sue reti televisive di favorire lui, la sua maggioranza e il suo governo, com’è avvenuto finora. E magari, di evitare che il premier continui ad agitare il "manganello mediatico" contro l’opposizione e anche contro i partners riottosi, come ha fatto ancora nei giorni scorsi con il povero Follini.

Perfino la proprietà e la presidenza del Milan potrà tenersi ora Berlusconi, in forza di questo raggiro parlamentare che farà ridere il mondo del calcio e non solo quello. Una legge-barzelletta che non gioverà certamente alla sua immagine né tantomeno alla credibilità internazionale dell’Italia, sul piano politico ed economico prima che sul piano sportivo. Il vicepresidente rossonero continuerà tranquillamente a fare il presidente della Lega calcio. E il presidente del Consiglio nominerà il presidente dell’Authority che deve controllare i suoi atti e, direttamente o indirettamente, sceglierà anche il presidente della Rai che è la principale concorrente della sua azienda televisiva. Ciascuno può giudicare liberamente e magari ricordarsene alle prossime elezioni.

(14 luglio 2004)

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