Il diario di Fable

Se tre persone si scambiano un euro, ciascuno avrà un euro, se però si scambiano un'idea, alla fine tutti avranno tre idee.

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Arriva la stangata anche chi viaggia in treno. Dal prossimo primo ottobre i biglietti dei treni a media e lunga percorrenza costeranno il 10 per cento in più. È la seconda volta in un anno. Lo scorso primo gennaio, infatti, era scattata la prima tranche dei rincari, con un aumento sempre del 10 per cento.
«Il prezzo dei biglietti dei treni erano fermi da cinque anni», si giustificano le Ferrovie, ricordando che nel 2008 i prezzi dovrebbero restare fermi, per tornare invece a salire, ad un ritmo del 5 per cento, dal 2009 al 2011. Gli adeguamenti per ora non riguarderanno invece i treni regionali e interregionali, che sono quelli più utilizzati soprattutto dai pendolari. Nessun rincaro nemmeno per gli espressi che servono i collegamenti notturni a lunga distanza.

Gli aumenti, complessivamente, saranno compresi fra il 3 per cento per le tratte meno redditizie e dalla domanda meno sostenuta e il 15 per cento per i collegamenti di fascia alta o a livello europeo, come alta velocità, Eurostar e Intercity. Immediata la protesta del Codacons, che giudica gli aumenti ingiustificati, visto che «la qualità del servizio è peggiorata nel tempo, i treni sono fatiscenti, in ritardo e spesso sovraffollati».

Dallo scorso 17 settembre, inoltre, è partita l’operazione «mai più senza biglietto» che prevede un inasprimento delle multe per chi viaggia senza biglietto e un potenziamento dei controlli sia sui treni che in stazione. Le nuove sanzioni ammontano sono raddoppiate, passando da 25 a 50 euro. Ma non basta. Per chi non concilia subito, la sanzione può raddoppiare e quadruplicare nel giro di poche decine di giorni, fino a 224 euro. Un giro di vite contro l’evasione che non trova d’accordo la Federconsumatori. «Bisogna distinguere tra chi non vuole e chi non può acquistare il biglietto – sottolinea l’associazione – Trenitalia, prima di applicare le nuove norme, avrebbe dovuto accertarsi che i treni e le stazioni funzionassero al meglio e avrebbe dovuto confrontarsi con i pendolari e i consumatori sulla reale possibilità di accedere alle biglietterie».

Il mio ultimo ritorno da Rimini : dopo 3 ore per 114km, un ritorno tra Bologna e Padova all'insegna dei continui rallentamenti

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dal “Mattino” di oggi

Padova-Rovigo in treno storie di ordinaria follia
Sono un pendolare e cinque giorni alla settimana uso il treno per recarmi al lavoro. Ho sottoscritto un abbonamento regionale trimestrale, che rinnovo regolarmente, valido per il tragitto Adria-Padova con cambio a Rovigo, ma non sono soddisfatto dei servizi delle Ferrovie dello Stato Non mi soffermo sulla vetustà e sulla inadeguatezza delle carrozze sul tratto Adria-Rovigo: la loro scomodità, rumorosità, l’impossibilità di avere una ventilazione adeguata è davvero proverbiale. Sul tratto Rovigo-Padova le cose non migliorano: i ritardi che spesso i treni accusano, la ressa nelle ore di punta, la dilagante presenza di extracomunitari che trasformano gli scomparti nei loro accampamenti, il continuo pellegrinaggio degli accattoni ecc. contribuiscono a rendere il viaggio poco piacevole e ricco di incognite. A tale proposito credo che l’episodio che mi è capitato martedì 18 settembre u.s. valga la pena di essere raccontato.
Al termine della giornata lavorativa raggiungo a piedi la stazione di Padova per salire sul treno delle 16,33 ma nell’androne ferroviario regna il caos. Il tabellone generale è completamente impazzito, ci sono treni in ritardo anche di 5 ore, le partenze e gli arrivi sono segnalati soltanto dall’altoparlante, i messaggi registrati si alternano confusamente alle informazioni «in diretta». Sul volto dei viaggiatori è visibile l’espressione di sconcerto.
Tutti attendono un segnale, qualcuno che indichi quando e da dove partirà il loro treno.
Appena l’altoparlante segnala una partenza in direzione Bologna, mi precipito su quel binario senza chiedermi di quale categoria di treno si tratti ma con la sola speranza
che fermi a Rovigo.
Quando arrivo sul binario uno mi accorgo che tratta di un Euro Star, mi avvicino comunque e, sperando che il controllore comprenda la gravità della situazione, salgo.
Trovo subito l’addetto e mi affretto a chiedere se ferma anche a Rovigo.
Purtroppo no! In quell’istante le porte si richiudono alle mie spalle, tento di riaprirle per scendere ma non è più possibile, sono in trappola! Mentre il treno si avvia lentamente chiedo al controllore cosa posso fare dato che non è mia intenzione andare a fino a Bologna e che il mio abbonamento vale solo in ambito regionale.
Con un sorriso beffardo il ferroviere mi risponde che devo scendere alla fermata successiva: Terme Euganee e che nel frattempo deve redigere il verbale.
Rimango inebetito sul pianerottolo di accesso al vagone mentre il solerte funzionario apre il taccuino e comincia a scrivere. «In fondo», penso fra me e me, «cosa sarà mai, si tratta di pochi chilometri, pagherò solo qualche euro». Tasto il portafoglio e ricordo di avere in tasca solo cinque euro, di solito uso il bancomat.
Mentre il celere incaricato termina di mettere le crocette su tutte le caselline il treno inizia a rallentare, Terme Eu-gane è ormai vicina.
Mi fa il conto: 12 euro e 50 centesimi.
Gli dico che non ho con me quella somma ma che posso pagare con il bancomat (non chiedo l’impossibile dato che ne ha uno del tipo portatile in mano).
Mi risponde che non funziona e che riesce a stampare solo i biglietti a supplemento; perciò devo pagare un sovra-prezzo per «esazione differita» così il conto passa a 17 euro e 50 centesimi. E’ troppo, non ci vedo più dalla rabbia.
Gentilmente, per quanto possibile, faccio notare al controllore che il suo modo di operare è troppo zelante, che mi auguro di non trovarlo mai più sulla mia strada e che, se mi fossi comportato in modo analogo con la mia clientela avrei certamente avuto dei problemi a mantenere il mio posto di lavoro.
Non c’è verso, devo pagare! Mi intima di firmare il verbale! Rifiuto!
Annota: «Si rifiuta di firmare»! Scendo a Terme Euganee e ho la sensazione di essere finito sotto ad un camion anzi sotto a un treno.
Mi guardo intorno, non capisco se sono dalla parte del torto o della ragione, sono inferocito.
Intorno a me vedo altra gente scesa dallo stesso treno, sento parlare di un regionale che passerà di lì a poco. E’ evidente che si tratta di altri poveracci che, come me, hanno tentato la stessa mossa.
Finalmente salgo sul regionale, ma quando arrivo a Rovigo la coincidenza è ormai persa.
Mi aggiro come un fantasma intorno alla stazione in attesa della successiva partenza.
Cerco di non pensare all’accaduto ma non ci riesco.
Dopo circa un’ora finalmente il treno parte.
Mi siedo, chiudo gli occhi, cerco di rilassarmi.
Il frastuono del treno è forte ma mi pare di sentire un rumore di passi che si avvicinano, apro gli occhi e mi trovo davanti al controllore che mi chiede: «Biglietto!»

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da “Repubblica” di oggi

“Quando sono arrivato alla Cei, nel 1986, si trovavano a malapena i soldi per pagare gli stipendi di quattro impiegati”. Camillo Ruini non esagera. A metà anni Ottanta le finanze vaticane sono una scatola vuota e nera. Un anno dopo l’arrivo di Ruini alla Cei, soltanto il passaporto vaticano salva il presidente dello Ior, monsignor Paul Marcinkus, dall’arresto per il crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. La crisi economica è la ragione per cui Giovanni Paolo II chiama a Roma il giovane vescovo di Reggio Emilia, allora noto alle cronache solo per aver celebrato il matrimonio di Flavia Franzoni e Romano Prodi, ma dotato di talento manageriale. Poche scelte si riveleranno più azzeccate. Nel “ventennio Ruini”, segretario dall’86 e presidente dal ‘91, la Cei si è trasformata in una potenza economica, quindi mediatica e politica. In parallelo, il presidente dei vescovi ha assunto un ruolo centrale nel dibattito pubblico italiano e all’interno del Vaticano, come mai era avvenuto con i predecessori, fino a diventare il grande elettore di Benedetto XVI. Le ragioni dell’ascesa di Ruini sono legate all’intelligenza, alla ferrea volontà e alle straordinarie qualità di organizzatore del personaggio. Ma un’altra chiave per leggerne la parabola si chiama “otto per mille”. Un fiume di soldi che comincia a fluire nelle casse della Cei dalla primavera del 1990, quando entra a regime il prelievo diretto sull’Irpef, e sfocia ormai nel mare di un miliardo di euro all’anno. Ruini ne è il dominus incontrastato. Tolte le spese automatiche come gli stipendi dei preti, è il presidente della conferenza episcopale, attraverso pochi fidati collaboratori, ad avere l’ultima parola su ogni singola spesa, dalla riparazione di una canonica alla costruzione di una missione in Africa agli investimenti immobiliari e finanziari. Dall’otto per mille, la voce più nota, parte l’inchiesta di Repubblica sul costo della chiesa cattolica per gli italiani. Il calcolo non è semplice, oltre che poco di moda. Assai meno di moda delle furenti diatribe sul costo della politica. Il “prezzo della casta” è ormai calcolato in quattro miliardi di euro all’anno. “Una mezza finanziaria” per “far mangiare il ceto politico”. “L’equivalente di un Ponte sullo Stretto o di un Mose all’anno”.
Alla cifra dello scandalo, sbattuta in copertina da Il Mondo e altri giornali, sulla scia di La Casta di Rizzo e Stella e Il costo della democrazia di Salvi e Villone, si arriva sommando gli stipendi di 150 mila eletti dal popolo, dai parlamentari europei all’ultimo consigliere di comunità montane, più i compensi dei quasi trecentomila consulenti, le spese per il funzionamento dei ministeri, le pensioni dei politici, i rimborsi elettorali, i finanziamenti ai giornali di partito, le auto blu e altri privilegi, compresi buvette e barbiere di Montecitorio. Per la par condicio bisognerebbe adottare al “costo della Chiesa” la stessa larghezza di vedute. Ma si arriverebbe a cifre faraoniche quanto approssimative, del genere strombazzato nei libelli e in certi siti anticlericali. Con più prudenza e realismo si può stabilire che la Chiesa cattolica costa in ogni caso ai contribuenti italiani almeno quanto il ceto politico. Oltre quattro miliardi di euro all’anno, tra finanziamenti diretti dello Stato e degli enti locali e mancato gettito fiscale. La prima voce comprende il miliardo di euro dell’otto per mille, i 650 milioni per gli stipendi dei 22 mila insegnanti dell’ora di religione (“Un vecchio relitto concordatario che sarebbe da abolire”, nell’opinione dello scrittore cattolico Vittorio Messori), altri 700 milioni versati da Stato ed enti locali per le convenzioni su scuola e sanità. Poi c’è la voce variabile dei finanziamenti ai Grandi Eventi, dal Giubileo (3500 miliardi di lire) all’ultimo raduno di Loreto (2,5 milioni di euro), per una media annua, nell’ultimo decennio, di 250 milioni. A questi due miliardi 600 milioni di contributi diretti alla Chiesa occorre aggiungere il cumulo di vantaggi fiscali concessi al Vaticano, oggi al centro di un’inchiesta dell’Unione Europea per “aiuti di Stato”. L’elenco è immenso, nazionale e locale. Sempre con prudenza si può valutare in una forbice fra 400 ai 700 milioni il mancato incasso per l’Ici (stime “non di mercato” dell’associazione dei Comuni), in 500 milioni le esenzioni da Irap, Ires e altre imposte, in altri 600 milioni l’elusione fiscale legalizzata del mondo del turismo cattolico, che gestisce ogni anno da e per l’Italia un flusso di quaranta milioni di visitatori e pellegrini. Il totale supera i quattro miliardi all’anno, dunque una mezza finanziaria, un Ponte sullo Stretto o un Mose all’anno, più qualche decina di milioni.
La Chiesa cattolica, non eletta dal popolo e non sottoposta a vincoli democratici, costa agli italiani come il sistema politico. Soltanto agli italiani, almeno in queste dimensioni. Non ai francesi, agli spagnoli, ai tedeschi, agli americani, che pure pagano come noi il “costo della democrazia”, magari con migliori risultati. Si può obiettare che gli italiani sono più contenti di dare i soldi ai preti che non ai politici, infatti se ne lamentano assai meno. In parte perché forse non lo sanno. Il meccanismo dell’otto per mille sull’Irpef, studiato a metà anni Ottanta da un fiscalista all’epoca “di sinistra” come Giulio Tremonti, consulente del governo Craxi, assegna alla Chiesa cattolica anche le donazioni non espresse, su base percentuale. Il 60 per cento dei contribuenti lascia in bianco la voce “otto per mille” ma grazie al 35 per cento che indica “Chiesa cattolica” fra le scelte ammesse (le altre sono Stato, Valdesi, Avventisti, Assemblee di Dio, Ebrei e Luterani), la Cei si accaparra quasi il 90 per cento del totale. Una mostruosità giuridica la definì già nell’84 sul Sole 24 Ore lo storico Piero Bellini. Ma pur considerando il meccanismo “facilitante” dell’otto per mille, rimane diffusa la convinzione che i soldi alla Chiesa siano ben destinati, con un ampio “ritorno sociale”. Una mezza finanziaria, d’accordo, ma utile a ripagare il prezioso lavoro svolto dai sacerdoti sul territorio, la fatica quotidiana delle parrocchie nel tappare le falle sempre più evidenti del welfare, senza contare l’impegno nel Terzo Mondo. Tutti argomenti veri. Ma “quanto” veri?
Fare i conti in tasca al Vaticano è impresa disperata. Ma per capire dove finiscono i soldi degli italiani sarà pur lecito citare come fonte insospettabile la stessa Cei e il suo bilancio annuo sull’otto per mille. Su cinque euro versati dai contribuenti, la conferenza dei vescovi dichiara di spenderne uno per interventi di carità in Italia e all’estero (rispettivamente 12 e 8 per cento del totale). Gli altri quattro euro servono all’autofinanziamento. Prelevato il 35 per cento del totale per pagare gli stipendi ai circa 39 mila sacerdoti italiani, rimane ogni anno mezzo miliardo di euro che il vertice Cei distribuisce all’interno della Chiesa a suo insindacabile parere e senza alcun serio controllo, sotto voci generiche come “esigenze di culto”, “spese di catechesi”, attività finanziarie e immobiliari. Senza contare l’altro paradosso: se al “voto” dell’otto per mille fosse applicato il quorum della metà, la Chiesa non vedrebbe mai un euro. Nella cultura cattolica, in misura ben maggiore che nelle timidissime culture liberali e di sinistra, è in corso da anni un coraggioso, doloroso e censuratissimo dibattito sul “come” le gerarchie vaticane usano il danaro dell’otto per mille “per troncare e sopire il dissenso nella Chiesa”. Una delle testimonianze migliori è il pamphlet “Chiesa padrona” di Roberto Beretta, scrittore e giornalista dell’Avvenire, il quotidiano dei vescovi. Al capitolo “L’altra faccia dell’otto per mille”, Beretta osserva: “Chi gestisce i danari dell’otto per mille ha conquistato un enorme potere, che pure ha importantissimi risvolti ecclesiali e teologici”. Continua: “Quale vescovo per esempio – sapendo che poi dovrà ricorrere alla Cei per i soldi necessari a sistemare un seminario o a riparare la cattedrale – alzerà mai la mano in assemblea generale per contestare le posizioni della presidenza?”. “E infatti – conclude l’autore – i soli che in Italia si permettono di parlare schiettamente sono alcuni dei vescovi emeriti, ovvero quelli ormai in pensione, che non hanno più niente da perdere…”. A scorrere i resoconti dei convegni culturali e le pagine di “Chiesa padrona”, rifiutato in blocco dall’editoria cattolica e non pervenuto nelle librerie religiose, si capisce che la critica al “dirigismo” e all’uso “ideologico” dell’otto per mille non è affatto nell’universo dei credenti. Non mancano naturalmente i “vescovi in pensione”, da Carlo Maria Martini, ormai esiliato volontario a Gerusalemme, a Giuseppe Casale, ex arcivescovo di Foggia, che descrive così il nuovo corso: “I vescovi non parlano più, aspettano l’input dai vertici… Quando fanno le nomine vescovili consultano tutti, laici, preti, monsignori, e poi fanno quello che vogliono loro, cioè chiunque salvo il nome che è stato indicato”. Il già citato Vittorio Messori ha lamentato più volte “il dirigismo”, “il centralismo” e “lo strapotere raggiunto dalla burocrazia nella Chiesa”. Alfredo Carlo Moro, giurista e fratello di Aldo, in uno degli ultimi interventi pubblici ha lanciato una sofferta accusa: “Assistiamo ormai a una carenza gravissima di discussione nella Chiesa, a un impressionante e clamoroso silenzio; delle riunioni della Cei si sa solo ciò che dichiara in principio il presidente; i teologi parlano solo quando sono perfettamente in linea, altrimenti tacciono”.
La Chiesa di vent’anni fa, quella in cui Camillo Ruini comincia la sua scalata, non ha i soldi per pagare gli impiegati della Cei, con le finanze scosse dagli scandali e svuotate dal sostegno a Solidarnosc. La cultura cattolica si sente derisa dall’egemonia di sinistra, ignorata dai giornali laici, espulsa dall’universo edonista delle tv commerciali, perfino ridotta in minoranza nella Rai riformata. Eppure è una Chiesa ancora viva, anzi vitalissima. Tanto pluralista da ospitare nel suo seno mille voci, dai teologi della liberazione agli ultra tradizionalisti seguaci di monsignor Lefebrve. Capace di riconoscere movimenti di massa, come Comunione e Liberazione, e di “scoprire” l’antimafia, con le omelie del cardinale Pappalardo, il lavoro di don Puglisi a Brancaccio, l’impegno di don Italo Calabrò contro la ‘ndrangheta. Dopo vent’anni di “cura Ruini” la Chiesa all’apparenza scoppia di salute. È assai più ricca e potente e ascoltata a Palazzo, governa l’agenda dei media e influisce sull’intero quadro politico, da An a Rifondazione, non più soltanto su uno. Nelle apparizioni televisive il clero è secondo soltanto al ceto politico. Si vantano folle oceaniche ai raduni cattolici, la moltiplicazione dei santi e dei santuari, i record di audience delle fiction di tema religioso. Le voci di dissenso sono sparite. Eppure le chiese e le sagrestie si svuotano, la crisi di vocazioni ha ridotto in vent’anni i preti da 60 a 39 mila, i sacramenti religiosi come il matrimonio e il battesimo sono in diminuzione. Il clero è vittima dell’illusoria equazione mediatica “visibilità uguale consenso”, come il suo gemello separato, il ceto politico. Nella vita reale rischia d’inverarsi la terribile profezia lanciata trent’anni fa da un teologo progressista: ” La Chiesa sta divenendo per molti l’ostacolo principale alla fede. Non riescono più a vedere in essa altro che l’ambizione umana del potere, il piccolo teatro di uomini che, con la loro pretesa di amministrare il cristianesimo ufficiale, sembrano per lo più ostacolare il vero spirito del cristianesimo”. Quel teologo si chiamava Joseph Ratzinger.
(Hanno collaborato Carlo Pontesilli e Maurizio Turco)

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Ad una cena di beneficenza per una scuola che cura bambini con problemi di apprendimento, il padre di uno degli studenti fece un discorso che non sarebbe mai più stato dimenticato da nessuno dei presenti. Dopo aver lodato la scuola ed il suo eccellente staff, egli pose una domanda: ”Quando non viene raggiunta da interferenze esterne, la natura fa il suo lavoro con perfezione. Purtroppo mio figlio Shay non può imparare le cose nel modo in cui lo fanno gli altri bambini. Non può comprendere profondamente le cose come gli altri. Dov’è il naturale ordine delle cose quando si tratta di mio figlio?”.

Il pubblico alla domanda si fece silenzioso. Il padre continuò: “Penso che quando viene al mondo un bambino come Shay, handicappato fisicamente e mentalmente, si presenta la grande opportunità di realizzare la natura umana e avviene nel modo in cui le altre persone trattano quel bambino”. A quel punto cominciò a narrare una storia.

Shay e suo padre passeggiavano nei pressi di un parco dove Shay sapeva che c’erano bambini che giocavano a baseball. Shay chiese: “Pensi che quei ragazzi mi faranno giocare?” Il padre di Shay sapeva che la maggior parte di loro non avrebbe voluto in squadra un giocatore come Shay, ma sapeva anche che se gli fosse stato permesso di giocare, questo avrebbe dato a suo figlio la speranza di poter essere accettato dagli altri a discapito del suo handicap, cosa di cui Shay aveva immensamente bisogno. Il padre di Shay si avvicinò ad uno dei ragazzi sul campo e chiese (non aspettandosi molto) se suo figlio potesse giocare. Il ragazzo si guardò intorno in cerca di consenso e disse: ”Stiamo perdendo di sei punti e il gioco è all’ottavo inning. Penso che possa entrare nella squadra: lo faremo entrare nel nono”. Shay entrò nella panchina della squadra e, con un sorriso enorme, si mise la maglia del team. Il padre guardò la scena con le lacrime agli occhi e con un senso di calore nel petto. I ragazzi videro la gioia del padre all’idea che il figlio fosse accettato dagli altri. Alla fine dell’ottavo inning, la squadra di Shay prese alcuni punti ma era sempre indietro di tre. All’inizio del nono inning Shay indossò il guanto ed entrò in campo. Anche se nessun tiro arrivò nella sua direzione, lui era in estasi solo all’idea di giocare in un campo da baseball e con un enorme sorriso che andava da orecchio ad orecchio salutava suo padre sugli spalti.

Alla fine del nono inning la squadra di Shay segnò un nuovo punto: ora, con due out e le basi cariche si poteva anche pensare di vincere e Shay era  incaricato di essere il prossimo alla battuta. A questo punto, avrebbero lasciato battere Shay anche se significava perdere la partita? Incredibilmente lo lasciarono battere. Tutti sapevano che era una cosa impossibile per Shay che non sapeva nemmeno tenere in mano la mazza, tantomeno colpire una palla. In ogni caso, come Shay si mise alla battuta, il lanciatore, capendo che la squadra stava rinunciando alla vittoria in cambio di quel magico momento per Shay, si avvicinò di qualche passo e tirò la palla così piano e mirando perché Shay potesse prenderla con la mazza. Il primo tirò arrivò a destinazione e Shay dondolò goffamente mancando la palla. Di nuovo il tiratore si avvicinò di qualche passo per tirare dolcemente la palla a Shay. Come il tiro lo raggiunse Shay dondolò e questa volta colpì la palla che ritornò lentamente verso il tiratore. Ma il gioco non era ancora finito. A quel punto il battitore andò a raccogliere la palla: avrebbe potuto darla all’ uomo in prima base e Shay sarebbe stato eliminato e la partita sarebbe finita. Invece… Il tiratore lancio la palla di molto oltre l’uomo in prima base e in modo che nessun altro della squadra potesse raccoglierla. Tutti dagli spalti e tutti i componenti delle due squadre incominciarono a gridare: “Shay corri in prima base! Corri in prima base!” 

Mai Shay in tutta la sua vita aveva corso così lontano, ma lo fece e così raggiunse la prima base. Raggiunse la prima base con occhi spalancati dall’emozione. A quel punto tutti urlarono: “Corri fino alla seconda base!”. Prendendo fiato Shay corse fino alla seconda trafelato. Nel momento in cui Shay arrivò alla seconda base la squadra avversaria aveva ormai recuperato la palla.. Il ragazzo più piccolo di età, che aveva ripreso la palla, sapeva  quindi di poter vincere e diventare l’eroe della partita, avrebbe potuto tirare la palla al compagno in seconda base ma fece come il tiratore prima di lui, la lanciò intenzionalmente molto oltre la terza base e in modo che nessun altro della squadra potesse raccoglierla. Tutti urlavano: “Bravo Shay, vai così! Ora corri!”. Shay raggiunse la terza base perché un ragazzo del team avversario lo raggiunse e lo aiutò girandolo nella direzione giusta. Nel momento in cui Shay raggiunse la terza base tutti urlavano di gioia. A quel punto tutti gridarono:” Corri in prima, torna in base!!!!” E così fece: da solo tornò in prima base, dove tutti lo sollevarono in aria e ne fecero l’eroe della partita. 

“Quel giorno” disse il padre piangendo “i ragazzi di entrambe le squadre hanno aiutato a portare in questo mondo un grande dono di vero amore ed umanità”. 

Shay non è vissuto fino all’estate successiva. E’ morto l’inverno dopo ma non si è mai più dimenticato di essere l’eroe della partita e di aver reso orgoglioso e felice suo padre.. non dimenticò mai l’abbraccio di sua madre quando tornato a casa le raccontò di aver giocato e vinto.

 

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dal sito del mio amico AlexP: http://www.alexp.eu/alex/?p=315

Ormai sembra proprio esser guerra quella tra Caprotti (Esselunga) e le Coop “Rosse”.. a chi dare ragione? Domani esce il tanto discusso libro del proprietario della catena Esselunga e a quanto pare alle Coop questa mossa non è andata proprio giù, tanto da convocare in tutta risposta una conferenza stampa in cui chiedono 300 milioni di euro e denunciano la scorrettezza di Caprotti che avrebbe complottato alle spalle di Coop per ottenere prezzi di vantaggio dalla grande distribuzione.. (qui il testo delle dichiarazioni Coop). Ora, per i consumatori è più grave che Esselunga e il suo “patron” abbiano ottenuto in chissà quale modo gli stessi sconti (si parla del 7%) che altrimenti avrebbe avuto solo la Coop e che il povero cliente attento al portafoglio abbia avuto più possibilità di risparmiare.. o è più grave che le Coop abbiano impedito ai concorrenti (e non solo Esselunga) di aprire Store e Supermercati in molte zone d’Italia (maggiormente Emilia e Toscana) impedendo di fatto la libera concorrenza (si sa.. se metti uno vicino all’altro solo supermercati Coop, difficilmente si metteranno a fare concorrenza spietata di prezzi tra di loro!!) e facendo pagare di più i prodotti?!?! E il bello è che le Coop con le agevolazioni che hanno potrebbero veramente fare la differenza e proporre prezzi stracciati! Secondo quanto riportato da una inchiesta del settimanale Panorama, le Coop a parità di utile lordo, hanno il 17% di tassazione contro il 43% circa delle altre società di distribuzione. E per ultimo una curiosità che forse non molti sanno: la legge Amato del 2001 (legge 231) prevedeva che fossero esentati dall’articolo 18 tutti i soci-lavoratori delle Cooperative, ovvero che potevano essere licenziati anche senza giusta causa, senza “ma” e senza “se”.. ecco perchè la maggiorparte dei dipendenti Coop sono anche soci.. tutte queste agevolazioni però non hanno portato un vantaggio concreto ai consumatori.. basta vedere la tabella in alto a destra di una indagine Altroconsumo (il valore 100 è il più basso, più è caro il supermercato, più sale il valore), per capire che sono ben altri i supermercati italiani dove si risparmia e, al primo posto non ci sono le Coop, che arrivano ben ultime! A voi che leggete i commenti..

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..che negli altri paesi europei, salvo aumentare del 10-15% i prezzi dei treni IC/ES ogni anno negli ultimi tre anni. Leggo alcuni interventi di utenti di questo sito:

ho provato a prendere un biglietto parigi-marsiglia per fine settembre e mi sono ritrovato con prezzi a partire da 25 euro in 2 classe e 45 in 1 classe!!la tariffa standard in 2 classe e di 76,80…..ma niente paura se non avete prenotato con largo anticipo potete comprare con l’offerta”last minute”e sempre un parigi-marsiglia vi costa 68 euro in 1 classe!!!!per le altre destinazioni sempre col last minute ho trovato prezzi molto piu’ bassi.

ho fatto lo stesso in italia prendendo un biglietto milano-napoli(paragonabile come km al parigi-marsiglia)e il costo della tariffa standard e di 67 euro che scendono a 53,60 con la promozione “amica”.

c’e da dire inoltre che in francia quella tratta la percorri nella meta’del tempo!!
provate a guardare anche voi su www.tgv.com e vedrete che prezzi….

Un bagno di una carrozza dell'Intercity

[...]

La tariffa IC italiana è molto simile a quella svizzera con metà prezzo (che per 100 euro all’anno permette di viaggiare pagando la emtà su tutti i mezzi di trasporto, anche autobus e moltissime ferrovie turistiche come la Jungfrau).
[...]
E un figlio accompagnato (con la carta junior, 13 euro l’anno) viaggia
sempre gratis. Per fare bene i confronti forse ci vorrebbe un sistema esperto, ma bisogna considerare non solo il biglietto singolo, ma che cosa realmente si va a comprare.
In Italia per viaggiare con un figlio o due, il treno è clamorosamente più caro della macchina, checché abbia delirato in un’intervista Moretti, e questo è attualmente il più grande freno ad usare il treno per quanti (e ce ne sono!) si sono scocciati della macchina

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Decine di manifesti , depliant e anche qualche pezzo di pagina di giornale comprata. Trenitalia festeggiava circa tre anni fa l’abolizione degli interregionali sulla tratta Venezia-Verona ed il contestuale raddoppio dei treni intercity (tra Verona e Milano, rimangono un interregionale ogni ora più gli altri intercity/euro star ecc.) con una grande campagna mediatica : “ 48 treni al giorno sulla Milano-Venezia”. 48 treni al giorno , sicuramente distribuiti molto male. Da Verona a Padova per ben due ore la mattina non c’è alcun treno ; Vicenza soffre ovviamente dello stesso problema (11.20-13.20, chiamala “ora non di punta” !), per cui Trenitalia garantisce tre corriere tra Vicenza e Padova con tempi molto competitivi : un’ora circa – traffico permettendo – per un percorso di poco meno di 30km.

Un Eurostar City in arrivo a Mestre

Ma se a qualcuno venisse la malaugurata idea di finire tardi la sua giornata lavorativa nel capoluogo veneziano, si troverebbe a piedi. L’ultimo treno per Milano parte infatti alle 19.51 . Fine. Stop. Un treno che pure percorre quella tratta , l’Euronotte per Nizza, ferma solo a Verona saltando Desenzano Brescia e Milano. Troppi furti o forse troppo poche le cinque carrozze che compongono il treno.

Il genio del marketing di Trenitalia ha colpito ancora , di recente: complice l’attivazione importantissima dei quadruplicamenti veloci (220km/h) tra Padova e Mestre e tra Pioltello (MI) e Treviglio, la separazione dei flussi di traffico dei treni regionali dalle altre tipologie di treno permette di lanciare un nuovo Eurostar : 1 ora e 54 minuti per percorrere i 230km tra Padova e Milano senza fermate intermedie, alla velocità commerciale di circa 120km/h (la linea Venezia-Milano consente velocità mai inferiori a 150km/h e per una trentina di km anche di oltre 200km/h). Quando sono andato ad acquistare il biglietto per quel treno, che impiega appena dieci minuti in meno di un Eurostar city che però ferma in altre 4 stazioni intermedie, ho notato che il prezzo era di 4 euro più caro (25 euro contro 21).

Quindi, ipotizzando che i viaggiatori siano comunque in numero inferiore in un treno che serve un numero minore di stazioni, con questa politica tariffaria certamente Trenitalia vuor far scappare i viaggiatori da un treno che ancora nessuno conosce. Complimenti. E dire che invece la funzione di tale treno dovrebbe essere quella di alleggerire i treni ordinari (oramai solo intercity) che fermano in molte stazioni e che spesso accumulano ritardi per il sovraffollamento nelle ore di punta !

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Tre signori rispondono ad un annuncio di lavoro e vengono convocati per un colloquio. Per avere il lavoro devono saper contare da 1 a 10.

 Il primo comincia: 1, 3, 5, 7, 9, e la tizia che lo sta esaminando gli

chiede: “ma lei cosa faceva prima?”. Lui: “il postino, dal lato dei numeri dispari”. Viene scartato.

 Il secondo comincia: 2, 4, 6, 8, 10, e la tizia che lo sta esaminando gli chiede: “ma lei cosa faceva prima?”. Lui: “il postino, dal lato dei numeri pari”. Viene scartato.

 Il terzo: “Asso, due, tre quattro, cinque, sei sette, donna, cavallo, re”. L’esaminatrice gli chiede “ma lei cosa faceva prima?”. E lui:

“Lavoravo alla regione”.

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dal “Mattino” di oggi

TREVISO. Carrozze stipate all’inverosimile, più di un carro bestiame che di un mezzo di trasporto, nell’efficienza inseguita senza risultato da Trenitalia. L’ennesimo viag-gio-incubo si è consumato domenica mattina nel convoglio partito alle 9.23 da Castelfranco Veneto (in arrivo da Trento) e giunto a mezzogiorno a Venezia Santa Lucia. Scene tragicomiche con il controllore che prova a far scendere passeggeri ansiosi di solcare calli e campielli veneziani. «Dovete scendere e attendere il prossimo treno, queste carrozze sono troppo colme e il treno in queste condizioni non parte» ripeteva ai passeggeri già stretti come sardine e sudati al pari di anguille, come se la giornata fosse già al termine e non solo all’inizio. Ma non è finita qui, il vecchio locomotore della storica «littorina» si mette a far le bizze perdendo gasolio. Quindi partono una serie di controlli da parte dei meccanici e il tempo scorre inesorabile. Le carrozze erano cinque ma per viaggiare comodi non ne sarebbero bastate il doppio. Esternare le proprie considerazioni di disagio al controllore è risultato inutile. La risposta ricevuta è stata disarmante: «E’ ovvio che ci sia grande affluenza in un treno per Venezia in una domenica di settembre». Ma se è così ovvio si poteva almeno programmare meglio il convoglio, visto che proprio a Venezia domenica, le carrozze ferme erano decine. E al ritorno, replica.

Aln668 , le stesse di cui si parla nell'articolo

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Sul sito www.simpsonizeme.com si può utilizzare una propria foto in formato .jpg ed ottenere il proprio personaggio corrispondente della famiglia Simpson. Ahimè, questo sono io:

Fable Simpson