Foto scattata al ristorante Brek di Padova: 5,10 euro per due fettine di prosciutto e due di melone (che costa, nelle piazze a 200 metri dal ristorante, 1 euro al kg!).
Foto scattata al ristorante Brek di Padova: 5,10 euro per due fettine di prosciutto e due di melone (che costa, nelle piazze a 200 metri dal ristorante, 1 euro al kg!).
Il disegno di legge n. 525 sull’indulto, all’esame del Parlamento, riduce di tre anni le pene irrogate per procedimenti penali già conclusi o ancora in corso per reati commessi entro il 2 maggio 2006. Ciò significa che chi ha commesso reati, anche molto gravi, vede decurtata la pena, mentre le conseguenze sanzionatorie di reati di media entità e comunque di rilevante allarme sociale restano di fatto impuniti. Si pensi, per tutti, agli omicidi colposi da infortunio sul lavoro che, se pur socialmente rilevanti, non vengono mai sanzionati con pene superiori al limite contemplato nell’indulto. D’altra parte l’indulto si aggiunge a tutti gli altri “sconti di pena” già previsti per motivi sostanziali o di rito, ad esempio il patteggiamento o il rito abbreviato. Una accorta condotta difensiva da parte dei legali dei rei comporterà in concreto una impunità generalizzata facendo girare a vuoto la giustizia penale nel prossimo futuro.
Nel campo del lavoro il colpo di spugna sarà pressoché totale e non soltanto per gli illeciti attinenti alla sicurezza del lavoro, le cui pene non sono mai molto alte, ma anche per odiosi illeciti di carattere economico quali il doloso impossessamento di trattenute previdenziali e fiscali operate sulla busta paga e i comportamenti truffaldini all’ordine del giorno nella fascia del lavoro nero o grigio. Si pensi in proposito alla diffusa prassi vigente nel mondo delle imprese medio piccole e marginali di obbligare il lavoratore alla restituzione di parte della retribuzione percepita o di costringere, con il ricatto occupazionale, a dare quietanza per importi superiori a quelli effettivamente ricevuti.
Il venir meno del timore di sanzioni penali concrete comporterà, come è ovvio (e già se ne è fatta l’esperienza in molte controversie in tema di omicidi “bianchi” per amianto), un irrigidimento o un rifiuto dei responsabili nel risarcire le vittime degli illeciti o dei loro eredi. Da questo punto di vista l’obiezione, pur tecnicamente fondata, che un indulto fa venir meno la pena, ma non il reato e dunque lascia aperta la strada al risarcimento del danno dell’illecito sul piano civile, non tiene conto delle effettive dinamiche della controversia. Infatti la sanzione penale e non quella civile, soggetta a tempi lunghissimi, è quella che maggiormente pone le basi per un’effettiva disponibilità del reo a pervenire a soluzioni risarcitorie.
Ricordiamo che in occasione di precedenti provvedimenti di clemenza si sono esclusi i reati riguardanti specificamente il cosiddetto diritto penale del lavoro, proprio in considerazione della valenza prevenzionistica e non solo repressiva della punibilità penale di atti illeciti commessi in danno dei lavoratori e dunque di particolare rilievo sociale.
In conclusione gli esempi che si potrebbero fare sono numerosi. Oltre la violazione del d.lgs. n. 626/1994 in materia di sicurezza del lavoro (in particolare artt. 89 e ss.), si può citare ancora il mancato adempimento all’obbligo del giudice in caso di condotta antisindacale (art. 650 c.p.); Somministrazione fraudolenta; Caporalato illecito; Truffa per erogazioni pubbliche disciplinate dall’art. 640 bis c.p.; Art. 38 dello Statuto dei lavoratori in materia di accertamenti sanitari illeciti; Controlli illeciti della guardiania dell’azienda; Discriminazione nelle assunzioni per appartenenza sindacale.
Da tutto quanto suddetto appare necessario che il Parlamento modifichi il disegno di legge n. 525, sulla materia del cosiddetto diritto penale del lavoro.
Giovanni Naccari – Marcello Tocco (CGIL)
da www.ristretti.it
Di recente ci sono state le prime dichiarazioni, da parte di membri del nuovo esecutivo, in materia di droga e carcere. Una, la più criticata, parla di aprire le "stanze del buco". Ovviamente è esplosa la polemica, e intanto le carceri si riempiono sempre di più e fuori, negli anfratti più luridi delle città, ci si droga, ci si ammala, si muore. A questo si arriva col piccolo spaccio, rubacchiando tutti i giorni, prostituendosi, tanto che cresce l’odio nei confronti dei consumatori perché rendono insicure le case e le strade. Non dimentichiamo mai che i tossicodipendenti sono una miniera di denaro quotidiano che finanzia le narcomafie: con la droga la mafia compra immobili, attività commerciali, imprese.Credo che occorra allora qualche soluzione coraggiosa, e mi domando perché, avendo a che fare con persone che hanno un problema di dipendenza e sapendo che non si può obbligare a "guarire" nessuno che non riesca a deciderlo spontaneamente, non si possa arrivare a fornirgli, in modo controllato, anche la sostanza: non è forse più immorale regalare queste persone ad un sistema che le renderà macchine per delinquere?
Ma il problema è anche culturale, e su questo la comunicazione sbagliata, relegando ai margini l’elemento umano, rischia di fare il gioco del proibizionismo. "Le stanze del buco", per esempio, è un’espressione schifosa. Un luogo sanitariamente controllato, dove si è assistiti, è invece un luogo per aiutare le persone, proprio perché va oltre l’immagine del "buco", che è malattia, sporcizia, siringhe usate mille volte. È più facile instaurare una relazione con chi continua ad iniettarsi droga in un posto costruito per persone che non stanno bene, piuttosto che nella situazione di oggi, quando la persona che usa stupefacenti, nascosta tra i cespugli di un parco pubblico, cerca di sciogliere l’eroina usando il fondo di una lattina, mentre è lì che impreca perché tra l’ago spuntato e le vene indurite non riesce a iniettarsela, e dopo vari tentativi si accorge che la vena si è rotta ed il braccio fa un male cane. Il percorso di liberazione è una scelta personale che ha bisogno di tempi lunghi, e l’azione d’aiuto, soprattutto per i casi più difficili, è efficace quando chi ne ha bisogno non si trova nella condizione di essere illegale, braccato dalle forze dell’ordine, e poi allontanato da ogni contesto relazionale che non sia quello di chi ha i suoi stessi problemi.
Mi si dirà che con le "stanze del buco" non c’è garanzia di cambiamento del tossicodipendente, ed è vero, ma c’è una questione di civiltà che non si può eludere con il moralismo che identifica il male con la sostanza e chi la usa. Oggi ci si accanisce contro persone, in balia della miseria, della criminalità, della galera, e intanto su di loro il disprezzo sociale aumenta di giorno in giorno.
Stefano Bentivogli
Foto scattata a Lignano alla discoteca Miro, nel 2000.
Gentile Striscia la Notizia, siamo la redazione di Ristretti Orizzonti, un giornale dal e sul carcere interamente realizzato da detenuti, detenute e volontari dell'Istituto Penale Femminile della Giudecca e della Casa di Reclusione di Padova, da dove produciamo anche un sito internet, http://www.ristretti.it, che è fra le più ampie fonti di informazioni sul mondo penitenziario che si possa trovare.
Abbiamo deciso di scrivervi perché è dal 2000 che scoprite carceri, nuove e seminuove, costruite e mai utilizzate, e continuate a chiedere al vento: "Ma se le nostre prigioni sono così sovraffollate, perché non si utilizzano tutte queste carceri abbandonate, che sono pure costate parecchi soldi?".
Visto che nessuna "autorità competente" si decide a darvi una spiegazione, abbiamo deciso che sarebbe stato troppo crudele lasciarvi ulteriormente arrovellare in questo interrogativo metafisico.
Ebbene la risposta alla vostra domanda è che tutte quelle carceri abbandonate che avete scoperto dal 2000 ad oggi non si possono probabilmente né aprire né utilizzare. Così come pare non si possa aprire alcun nuovo carcere in Italia.
La questione è molto semplice: un carcere costa, costa in un modo spropositato. Costa talmente tanto che nessuno si sogna di dire ai contribuenti quanto devono sborsare per le nuove politiche del "tutti dentro" (salvo alcuni, ovviamente). La struttura fisica di un carcere (cioè i muri, le celle, i cortili, i termosifoni, le docce etc.), pur costando decine di milioni di euro, è paradossalmente la voce più a buon mercato di un istituto di pena. In fondo si tratta di una spesa "una tantum", si racimolano cinque milioni di euro di qua, dieci milioni di euro di là e si costruisce la prigione. Il vero problema è farla funzionare, mantenerla. E per far funzionare un carcere ci vuole tanta gente, ma proprio tanta. Per rendere funzionante una delle piccole carceri da 80-90 detenuti che avete scoperto ci vorrebbero come minimo (ma proprio minimo) 60 agenti di polizia penitenziaria (deve essere assicurato il servizio per le intere 24 ore per 365 giorni all'anno, e ogni tanto qualcuno va anche in ferie o si ammala), poi ci vogliono un direttore e un vicedirettore, un commissario, due educatori, assistenti sociali, almeno uno psicologo, tre medici (sempre per il discorso delle 24 ore), un paio di infermieri, un ragioniere. Sicuramente dimentichiamo qualcuno, ma diciamo che con questo personale si riuscirebbero a tenere i detenuti chiusi l'intera giornata in cella, senza ovviamente poter garantire loro un minimo di attività trattamentali, rieducative, lavorative e scolastiche. E tutta questa gente da quale cappello a cilindro dovrebbe saltare fuori?
Non vi diciamo di credere a noi, informatevi pure presso qualsiasi sindacato di polizia penitenziaria e scoprirete che nella stragrande maggioranza delle oltre 200 carceri italiane il personale è endemicamente sotto organico e costretto a turni di lavoro e straordinari massacranti. Per non parlare degli educatori e delle altre figure professionali (qui a Padova, per esempio, ci sono solo due educatrici per oltre 700 detenuti, contro le 10 previste dalle normative). Non vi tedieremo oltre elencandovi le singole voci di spesa che comporta un carcere, ci limitiamo a fornirvi un semplice dato che da solo è estremamente esplicativo: ogni singolo detenuto costa ai contribuenti fino a 250-300 euro al giorno. No, non ci è scappato uno zero di troppo, ogni detenuto costa fino a duecentocinquanta-trecento euro al giorno. In altri termini i 700 detenuti della Casa di Reclusione di Padova costano intorno ai 210mila euro al giorno, per tutti i 365 giorni dell'anno. E a Padova non è finita qui, perché c'è anche la Casa Circondariale con altri 250 detenuti. I 60mila detenuti attualmente rinchiusi nelle patrie galere costano più o meno 18 milioni di euro al giorno, 36 miliardi di vecchie lire ogni singolo giorno che il Signore manda sulla terra.
A fronte di questi costi da albergo a quattro stelle, questi sessantamila esseri umani sono costretti a subire la privazione della libertà (è questa la pena prevista dalle leggi, e vi assicuriamo che è più che sufficiente, costringere le persone a stare stese in branda perché non c'è lo spazio per stare in piedi e strappare loro i denti perché non si può curare una carietta è "un di più" condannato da tutta l'Europa civile) in condizioni di vita spesso da terzo mondo. Con 298 euro al giorno di costo (detraiamo pure l'euro e mezzo, per la precisione 1,58, che viene speso per i "lauti pasti" del detenuto) il Ministero della Giustizia spesso non è neppure in grado di fornire molti medicinali ai reclusi, che li devono comprare di tasca propria, se hanno soldi (altrimenti deve bastare una preghiera), e in qualche situazione non è in grado di fornire nemmeno l'acqua potabile.
Ora, per aprire le carceri abbandonate che avete scoperto e continuate a scoprire non ci sarebbe che un mezzo: massicci arruolamenti nella polizia penitenziaria e negli altri ruoli istituzionali. E da dove potrebbero essere presi i soldi necessari per mantenere questi buchi neri finanziari che creano solo recidiva? Aumentando le tasse? Togliendoli a scuole (li hanno già tolti senza costruire prigioni) e asili? Aumentando la benzina? Dimezzando lo stipendio di tutti i parlamentari e rinunciando alle auto blu? Facendo pagare le tasse agli evasori fiscali? Tassando le rendite? Diminuendo le pensioni? Ma se non si trovano nemmeno i soldi per completare il personale delle carceri che già ci sono…
Questi sono i motivi per i quali noi riteniamo non si aprano nuove prigioni in Italia.
Ed ora rispondiamo all'obiezione che forse avreste voluto avanzare fin dall'inizio di questa lettera: "Ma il ministro Castelli ha annunciato che sta costruendo quattro nuove carceri". E' vero che il ministro farà costruire quattro nuove prigioni, ma mi pare che non abbia spiegato che non saranno quattro galere in più. Saranno probabilmente quattro nuove carceri che sostituiranno quattro vecchie carceri fatiscenti che verranno chiuse e i cui occupanti (agenti, detenuti e via dicendo) si trasferiranno armi e bagagli nei nuovi edifici. E qui sì che un giornalista degno di questo nome potrebbe scoprire qualche fatterello veramente curioso, di quelli che di solito scopre Striscia la Notizia, spesso purtroppo solo dopo che sono ormai "fatti compiuti". Partiamo da un altro esempio facilmente verificabile. A Padova, come abbiamo detto sopra, c'è la Casa Circondariale che sta soffrendo terribili problemi di sovraffollamento, con otto-dieci detenuti stipati in celle da quattro e tre detenuti stipati in celle pensate e misurate per uno solo, con il gabinetto a vista senza nemmeno un separé e condizioni igieniche terrificanti, tanto che lo scorso dicembre è scoppiata una piccola rivolta. Sempre a Padova è da poco stata terminata la costruzione della nuova Casa Circondariale. Ovviamente non si può aprire "anche" questa struttura, per i motivi che vi abbiamo elencato sopra. Ma se la situazione al Circondariale è così precaria, vi
domanderete, perché non si trasferiscono tutti nella nuova struttura? La risposta anche in questo caso è molto semplice: non si possono trasferire perché il nuovo carcere appena terminato è più piccolo di quello vecchio e sovraffollato!!! Se si trasferissero nel nuovo carcere, i problemi di sovraffollamento aumenterebbero perché è stato costruito per un numero di detenuti minore di quello che doveva sostituire.
Con questo precedente sotto gli occhi, vi poniamo noi un interrogativo: supponiamo che l'attuale carcere di Cagliari sia stato costruito per contenere diciamo 300 detenuti e in realtà ne contenga 600 con tutti i gravi problemi che ne derivano, c'è qualcuno che sta vigilando che il nuovo carcere sbandierato da Castelli sia progettato per contenere almeno 600 persone, o magari anche qualcuna di più visto che la ex Cirielli porterà dietro le sbarre migliaia di tossici e disperati? Oppure, come a Padova, bisognerà aspettare che i lavori siano terminati (e i milioni di euro spesi) per scoprire che a Cagliari hanno costruito un altro carcere misurato per 300 detenuti, o magari per 250, a fronte di 600 persone effettivamente recluse? Vi sembra una follia? E invece non è un'ipotesi tanto peregrina. Le normative per un carcere da 600 persone prevedono un personale quasi doppio rispetto a quello necessario per una prigione da 300. E, siccome lo Stato non ha i soldi (e non vuole aumentare le tasse) per assumere nuovo personale, è molto più semplice costruire un'altra struttura da 300 detenuti e stiparvi dentro a forza 600-700 poveracci.
Ringraziandovi per l'attenzione che vorrete dedicare alla nostra segnalazione, vi porgiamo i nostri più calorosi saluti.
La Redazione di Ristretti Orizzonti
Di Pietro la sua battaglia è giusta. sono semplicemente allibito prima dalla faccenda dei taxi e poi da questa dell'amnistia anche per reati gravi (e sempre poco puniti). Cito anche il grave schiaffo economico e morale , tra i tanti, che subiscono i familiari delle vittime per eternit. Con quale faccia Bertinotti potra' tornare tra gli operai di porto marghera ? La certezza della pena e non la clemenza sono alla base di uno stato di diritto, caro Bertinotti. Detto questo, caro Di Pietro, ora dovete provvedere ad inasprire le pene, pecuniarie e non, ferme agli anni 70, per utilizzo di manodopera clandestina, lavoro nero, reati cotnro l'ambiente, inquinamento e disastro ambientale. In questo Paese chi compra una borsa contraffatta in spiaggia ha una multa fino a 10000 euro (si, diecimila- provare a Rimini per credere), chi invece fa lavorare operai a contatto con materiali tossici nocivi e cancerogeni, da oggi è fuori. e nemmeno deve piu' risarcire i danni. BRAVI ROSA NEL PUGNO-DS-BERTINOTTI-PDCI non era questo quello che volevamo da un governo di centro sinistra. Ultima cosa caro Di Pietro. Forse era piu' urgente aprire le carceri ultimate e mai utilizzate, come ha segnalato piu' volte "STRISCIA LA NOTIZIA".
Giorgio:" Non mi fido della loro porchetta"
Lorenzo:" Ieri ho lavorato dieci ore contemporaneamente !"
Lorenzo:"Ma tu in un messaggio, capisci quello che leggi o quello che scrivo ?"
Dialogo1:
Lorenzo: "Mi spiace che da settembre non ci vedremo più. Mi trasferisco".
F:" E dove ti trasferisci ?"
Lorenzo:" In centro. " (a 3 km da dove sta ora).
Dialogo2:
Lorenzo:"Lì devi andare giovedì e venerdì, per trovare gente".
F: "Beh, anche il mercoledì !"
Lorenzo:"Ti credo, è il giorno dell'apertura!"
F:"Come ?"
Lorenzo:"Beh, martedì è il giorno di chiusura".
Roma, 16:08
INDULTO: BERTINOTTI, BELLA GIORNATA PER LE ISTITUZIONI
"Oggi e' una bella giornata per la Camera e per le istituzioni: quando le istituzioni sono capaci di atti di clemenza dimostrano la loro forza democratica". Cosi' il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, ha commentato il via libera della Camera all'indulto. Secondo Bertinotti il via libera all'indulto e' "un fatto positivo anche per la cultura giuridica del paese".
Foto scattata ieri mattina davanti alla Farmacia Centrale di Via Gorizia, a Padova.
Roma, 19 lug. – (Adnkronos) – Il decreto sulle liberalizzazioni varato dal Governo cancella di fatto i privilegi e le rendite di natura anticoncorrenziale dei farmacisti che oggi hanno abbassato le saracinesche in segno di protesta.
Tra i privilegi che il decreto Bersani intende fare scomparire c’e’ l’assicurazione al figlio del farmacista di detenere la titolarita’ della farmacia in caso di morte del padre, ma anche il privilegio esclusivo delle farmacie di essere gli unici esercizi commerciali legittimati a vendere i medicinali da banco, insieme a cosmetici, scarpe, giocattoli e alimenti per neonati. Il decreto, che ha provocato le reazioni dei farmacisti, elimina anche il privilegio per i ‘vecchi’ farmacisti, e cioe’ coloro che gestivano farmacie prima del 1991, di essere gli unici cui la legge concede la facolta’ di costituire societa’ di persone e societa’ cooperative.
Non manca poi un altro e forse meno conosciuto privilegio che consiste nel fatto che l’incompatibilita’ prevista per legge tra l’attivita’ di grossista e quella di rivenditore, ai farmacisti non si applica. In base alla giungla di norme che regolano il settore, di fatto solo ai grossisti non titolari di farmacie e’ impedito di partecipare a societa’ di gestione delle farmacie e non il contrario. Una normativa i cui effetti hanno fatto si’ che oltre 8.100 farmacisti, (circa la meta’ visto che le farmacie private sono 15.978 e quelle comunali 1.365) controllano 40 societa’ di distribuzione intermedia, cioe’ imprese grossiste -societa’ per azioni, cooperative, ecc.- che acquistano prodotti dalle industrie farmaceutiche per poi rivenderli a tutte le farmacie. La quota di commercio all’ingrosso controllata direttamente dai farmacisti e’ cresciuta nel tempo fino a raggiungere oggi il 34%, con un volume di affari che viene stimato in 5 miliardi di euro.