Il diario di Fable

Se tre persone si scambiano un euro, ciascuno avrà un euro, se però si scambiano un'idea, alla fine tutti avranno tre idee.

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Da oltre 40 anni il treno da Civitavecchia a Orte non c’è più. In barba ai miliardi già spesi e all’utilità strategica della linea. Creata nel 1928, raddoppiata durante la guerra, la ferrovia venne chiusa nel ‘61 per una frana. Negli anni ‘80 lo Stato stanziò 200 miliardi di lire per il ripristino. NeI ‘96 altri 123 miliardi per completare gli ultimi sei chilometri. Soldi mai utilizzati. Eppure la riapertura è richiesta non solo da Gianni Moscherini, presidente dell’Autorità portuale di Civitavecchia, unico scalo italiano a vantare una crescita commerciale del 20 per cento annuo, ma anche dalle istituzioni europee. La vicenda infatti è uscita dai confini italiani quando sono scesi in campo i tedeschi della ThyssenKrup e il sottosegretario Gianni Letta, impegnato a mantenere l’italia al secondo posto Ue nella produzione d’acciaio. Il casus belli due anni fa, con la minaccia della proprietaria delle Acciaierie di Terni di chiudere parte degli impianti. Per restare, la multiriazionale pone come condizione l’immediato ripristino della linea. Così, con un accordo del 4 agosto scorso, Fs e governo si impegnano al completamento dell’opera entro due anni. Nell’attesa, alle merci non resta che raggiungere Civitavecchia su gomma, attraverso una contorta strada provinciale o percorrere 165 km in treno passando per il congestionato nodo di Roma. Anti-economico? Non per la Rf i, la Spa di gestione della rete ferroviaria italiana, per cui gli introiti sono inversamente proporzionali alla velocità dei treni, grazie a un decreto del 2000, per cui, nei nodi di maggior traffico il pedaggio viene calcolato in base ai minuti di permanenza sui binari. E così accade che un convoglio diretto a Terni dal Porto di Civitavecchia resti bloccato per quattro ore a Roma spendendo circa 650 euro. Con la linea per Orte, in tutto 86 km, impiegherebbe meno di due ore. Ma pagherebbe solo 190 euro.

E 492 001 durante lo svolgimento delle prove tra le stazioni di Civitavecchia ed Aurelia il 17/12/87 (© Marco Agretti)

Ndr: su questa linea sono già stati spesi molti soldi. Attualmente è chiusa. Trovate una miniera di informazioni su questo sito.

Chiara Longo Bifani (da “L’Espresso” del 29 settembre 2005)

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da “L’Espresso” di questa settimana

Fanno insorgere la Chiesa. E i teocon di casa nostra. Ma le coppie di fatto sono in continuo aumento. E il loro riconoscimento chiama in causa la laicità dello Stato e ‘diritti inalienabili’

di Chiara Valentini

Se la sarebbe mai immaginata, il prudente e misurato Romano Prodi, il ‘cattolico adulto’ già bacchettato dalla Cei per la sua scelta di non astenersi al referendum sulla fecondazione assistita, la valanga di contumelie che lo aspettava per aver messo in campo i Pacs? Per la verità qualche preoccupazione doveva averla avuta se la parola proibita, quelle quattro lettere che nella fantasia curiale sembrano evocare disordini familiari e sregolatezze di ogni genere, non aveva trovato posto nel suo programma per le primarie.

Ma sentirsi accusare (dall”Osservatore Romano’) di voler “lacerare la famiglia”, sentir messa in causa la sua cattolicità dall’agenzia della Conferenza episcopale e, in un crescendo inarrestabile, ascoltare il cardinale Camillo Ruini che tuonava contro le nuove convivenze e denunciava l’incostituzionalità dei Pacs, “che produrrebbero un gravissimo danno al popolo italiano”, questo proprio superava anche le previsioni più nere del Professore. Ad aggiungere sale sulle ferite c’era poi l’uscita di Francesco Rutelli, che proponeva a sorpresa una forma ridotta di tutela alle coppie di fatto, quei Contratti di convivenza solidale (Ccs), ignoti alle legislazioni degli altri paesi, ma che erano l’esatta fotografia dei contratti di diritto privato proposti come unica soluzione accettabile da Ruini. Nel giro di pochi giorni la proposta di legge sui Pacs, che vede la firma del leader dell’Arcigay Franco Grillini fianco a fianco a quelle di Fassino, di D’Alema, di Barbara Pollastrini e di altri 157 deputati dei vari partiti dell’Unione, Margherita compresa, non era più un ragionevole manifesto di nuovi diritti e obblighi civili per le unioni di fatto.

Di colpo era diventato un testo pericoloso e sovversivo, inaccettabile per la Chiesa e per i suoi zelanti sostenitori, visto che voleva dare dignità pubblica “alle coppie che convivono more uxorio” e riconoscere legalmente i rapporti fra partner omosessuali. Del brivido che corre per la schiena di chi ha a cuore la laicità dello Stato si fa interprete il filosofo Giulio Giorello, che nel suo best-seller ‘Di nessuna chiesa’ contesta la deriva teocon. “Brutti tempi quando non si applica più il precetto evangelico ‘Date a Dio quel che è di Dio’, con quel che segue. Voler imporre a Cesare le regole morali della Chiesa è disastroso per lo stesso cristianesimo, oltre che per le leggi della Repubblica”, dice Giorello. Per Barbara Pollastrini, la responsabile delle donne Ds, “in questo caso non ci eravamo ispirati solo ai principi laici, ma anche alla solidarietà umana. Crediamo che sia un fatto di civiltà dare dignità e diritti a centinaia di migliaia di persone che ne sono prive. Bisogna saper riconoscere che la modernità e i nuovi stili di vita richiedono normative diverse”.

Guardati per anni con blando interesse e oggetto di proposte di legge anche da parte del Polo, adesso i Pacs sembrano avere aperto il vaso di Pandora dell’insofferenza conservatrice per ogni convivenza non tradizionale, della nostalgia per i bei tempi della famiglia gerarchica e inossidabile, quando il divorzio non c’era, ma certi matrimoni si scioglievano lo stesso grazie alla Sacra Rota. Quando l’adulterio (ma solo per la donna) era un reato penale e la compagna di Fausto Coppi, la mitica Dama Bianca, denunciata dal marito abbandonato come ‘pubblica concubina’, veniva portata via in manette dalla villa del campione a Novi Ligure e spedita in domicilio coatto ad Ancona.

Una trentina d’anni dopo il referendum sul divorzio e dopo una riforma del diritto di famiglia “fondata sulla spontaneità degli affetti”, come ha ripetuto tante volte Stefano Rodotà, sembra che qualcuno voglia riportare indietro l’orologio della storia e punire ancora le convivenze, se non sul piano penale, perlomeno su quello della tutela dei diritti. Quasi per paradosso tutto questo succede proprio quando nel nostro presente arriva un vento di novità. Uno degli argomenti usati dai nemici dei Pacs è che le convivenze in Italia sono un fenomeno piuttosto marginale e che in genere queste coppie non chiedono di essere legalizzate. Come spiegano numeri alla mano gli studiosi della famiglia, la realtà è piuttosto diversa. È vero che da noi la scelta delle coppie, in primo luogo di quelle più giovani, di convivere senza sposarsi, dilagata inaspettatamente nell’Europa del Nord più di trent’anni fa, ha messo molto tempo a prendere piede. Ancora all’inizio degli anni ‘90 era solo l’1,6 per cento e il 2,7 nel 2000. “Ma poi, a partire da quell’anno c’è stata un’accelerazione, che ha portato le coppie di fatto attorno al 4 per cento di oggi, quasi un milione e 100 mila persone, concentrate soprattutto nel Centro-Nord”, dice il sociologo Marzio Barbagli, che ha studiato il tema nel suo libro ‘Fare famiglia in Italia’. A spingere a questa scelta c’è da un lato un minor interesse per un istituto rigido come il matrimonio, sentito quasi come una camicia di forza per molte donne che lavorano e si mantengono da sole. Ma soprattutto le coppie di fatto non sono più disapprovate socialmente, come era stato a lungo nel nostro paese conservatore. Anno dopo anno sono arrivati all’età di fare famiglia i figli dei sessantottini, della generazione della rottura dei tabù, che non si scandalizzano né chiudono i cordoni della borsa di fronte a queste scelte. E poi cresce il numero di chi convive dopo la rottura del matrimonio precedente (le separazioni sono arrivate al 20 per cento, ma almeno la metà di queste coppie, per ragioni varie, non chiede il divorzio). È in queste famiglie ricostituite che è più alta la necessità dei Pacs perché, spiega l’avvocata napoletana Marinella De Nigris, una delle fondatrici di Telefono Rosa, “è molto duro per una donna separata e che spesso ha dei figli a carico dover vivere nell’irregolarità e nell’insicurezza”. Spesso vale anche per gli uomini. E vale a maggior ragione per le coppie gay, di cui peraltro non si conosce il numero esatto perché nell’ultimo censimento non sono state rilevate, in nome del rispetto della privacy richiesto dalle loro stesse associazioni.

D’altra parte è proprio l’immagine di gay e lesbiche che arrivano mano nella mano in municipio a pronunciare il fatidico ’sì’, e non solo nella lontana Olanda, ma ormai anche nella cattolicissima Spagna, che agita le gerarchie ecclesiastiche. “L’Italia non ha alcuna velleità zapateriana, non è lecito uno sbrego a un’istituzione più che millenaria come la famiglia”, scriveva minacciosamente l’agenzia di stampa della Cei quando Prodi aveva osato assicurare a Franco Grillini che i Pacs sarebbero entrati nel programma dell’Unione. E ha avuto un bel da fare il Professore a spiegare che niente era più lontano dai suoi progetti dei matrimoni omosessuali, che peraltro neanche lo stesso Grillini chiede. Ma Grillini appare in qualche modo il capofila italiano della legge sui Pacs perché le coppie etero, anche se tanto più numerose, non hanno associazioni che le rappresentano e non sfilano nelle strade a rivendicare i loro diritti.

Bisogna dire che negli ultimi tempi in Italia non tira una buona aria per i gay. L’accettazione dell’omosessualità, che sembrava cosa fatta, segna il passo, e proprio il tema del riconoscimento delle coppie di fatto ha aperto la strada a insulti e volgarità che credevamo archiviate. “Nella mia città i culattoni non passeranno”, strepita da Treviso il prosindaco Giancarlo Gentilini. “Prodi che benedice le unioni omosessuali non avrà mica anche quel difetto là?”, ammicca il leghista Roberto Calderoli. E sarà pure un tipo un po’ bizzarro il vescovo di Como monsignor Maggiolini, ma la Curia non si sogna di riprenderlo quando dichiara (in un’intervista a ‘Libero’), che “gli omosessuali si possono curare”.

La settimana scorsa molti hanno letto con un po’ di stupore, in un sondaggio uscito su ‘la Repubblica’, che se due terzi degli italiani sono favorevoli ai Pacs per le coppie etero, solo il 31 per cento vorrebbe estenderli anche a quelle omo. E anche Renato Mannheimer racconta di aver rilevato una tendenza simile. Fino all’anno scorso il consenso si aggirava intorno al 45 per cento, che già era una delle percentuali più basse d’Europa. Secondo Grillini è anche la campagna insistente della Chiesa e la confusione fra patti di convivenza e matrimoni che viene agitata, un po’ come quella fra embrione e bambino ai tempi del referendum sulla fecondazione assistita, a provocare questi sbandamenti.

La campagna della Chiesa attorno al pericolo che correrebbe ‘la famiglia’ arriva fino ad accusare i Pacs di incostituzionalità. Già vari giuristi, dal cattolico Stefano Ceccanti all’ultralaico Luigi Ferrajoli, hanno respinto questa tesi. Va ancora oltre Stefano Rodotà, secondo cui i Pacs non solo non contrastano con l’articolo 29 della nostra Costituzione, che definisce la famiglia come “società naturale fondata sul matrimonio”, ma non escludono in nessun modo altre forme di convivenza. Ricorda Rodotà che l’Europa, nella Carta di Nizza che anche l’Italia ha votato e che dovrà diventare la seconda parte della Costituzione europea, ha messo “fra i diritti fondamentali degli individui, fra i diritti che non sono cedibili”, non solo quello di sposarsi, ma anche quello di costituirsi una famiglia. E ha aggiunto che questi diritti devono essere regolati dalle leggi nazionali. Quasi tutti i paesi d’Europa d’altra parte hanno ormai approvato norme sulle convivenze perché, sostiene Rodotà, “ormai non è più lecito dire che solo il matrimonio è la regola. Ci sono due possibilità, che sono state messe sullo stesso piano”. Una studiosa della famiglia come Chiara Saraceno ha ricordato che la molteplicità e le diversità dei tipi di famiglia in cui le persone scelgono di convivere, anziché indebolire la famiglia ne sottolinea la forza simbolica, confermandola come luogo e istituzione della solidarietà reciproca. Certo, per accettare questa visione bisogna avere il coraggio di guardare alla società com’è e non come si vorrebbe che fosse. E soprattutto non incaponirsi nell’idea di fare dell’Italia l’ultima trincea di una conservazione messa in crisi nel resto d’Europa.

Europa di fatto

Le regole degli altri Paesi per le coppie non coniugate

Non ci sono solo Francia e Spagna. L’elenco dei Paesi europei dove le unioni di fatto sono regolarizzate, o addirittura dove è consentito il matrimonio gay, è ben più lunga.

Danimarca Pioniera dei diritti degli omosessuali, dà loro la possibilità di ufficializzare l’unione con una cerimonia civile già dal 1989.

Norvegia Riconosce ai gay dal 1993 il diritto di registrare la propria relazione.

Svezia Unioni omosessuali regolarizzate dal 1994. Dal 2002 previsto anche il diritto di adottare bambini, ma provenienti dall’estero.

Islanda Dal 1996 è consentito registrare le unioni omosessuali; dal 2000 prevista la possibilità di adottare i figli del partner.

Ungheria Una legge del ‘96 concede alle coppie gay gli stessi diritti delle coppie eterosessuali, tranne quello di adottare bambini.

Francia Dal 1999 stipulando in comune un contratto con una persona di sesso uguale o diverso se ne ricavano gli stessi diritti dei coniugi.

Germania In vigore dal 2001 la legge sulla vita in comune tra omosessuali. Dal 2004 è stata introdotta anche la possibilità di adottare.

Olanda Il nuovo diritto di famiglia, in vigore dal 2001, contempla matrimoni gay e adozione di bambini. Ma già dal ‘98 le coppie gay potevano registrarsi in comune.

Finlandia Prevista dal 2002 l’unione civile fra persone dello stesso sesso, a cui sono accordati gran parte dei diritti dei coniugi.

Belgio Approvata nel 2003 la legge che regolamenta il matrimonio tra omosessuali: stessi diritti dei coniugi di sesso diverso, salvo quello di adottare bambini.

Gran Bretagna Con il ‘Civil Partnership Bill’, approvato nel 2004 dalla Camera dei Lords, accordati alle coppie dello stesso sesso i medesimi diritti dei coniugi.

Lussemburgo In vigore dal 2004 la Legge sul partenariato, che assegna ai partner diritti molto vicini a quelli delle persone sposate.

Spagna Approvata a giugno la legge sulle unioni gay. Ma già prima alcune regioni del Paese riconoscevano le coppie di fatto, di sesso uguale o diverso.

Svizzera In giugno un referendum popolare legittima una legge che consente le unioni gay.

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Zapatero ha dato il via ai ‘Tribunali di genere. Chiamati a prendere decisioni rapide per sconfiggere il cancro della violenza domestica.
Restituendo alle vittime dignità e autonomia.

Tutto si potrebbe dire di Gloria, una faccia graziosa rovinata da una brutta cicatrice sulla fronte, occhi diffidenti e una giacchetta troppo larga che le casca sulle spalle, salvo che si tratti di un personaggio alla moda, di una donna trendy come quelle che attraversano i film di Pedro AlmodÓvar o si incontrano la sera nei caffè chic di Madrid e di Barcellona, icone della società disinibita e postmoderna che sta celebrando i riti dei primi matrimoni gay. Eppure anche Gloria, compagna di un uomo violento che per anni le aveva reso la vita un inferno, è a modo suo una protagonista di questa Spagna che sul piano dei diritti civili cammina qualche passo avanti rispetto al resto d’Europa. Gloria infatti è una delle prime ad aver ottenuto una sentenza da uno dei nuovi ‘Tribunali di generè, entrati in funzione in Spagna da poco più di due mesi e riservati alle sole donne, in applicazione della legge sulla violenza domestica del dicembre del 2004. Nel tempo record di ventiquattr’ore, Gloria è riuscita ad avere non solo la custodia della figlia di tre anni, ma anche gli aiuti per andarsene, mentre il marito è stato condannato a un anno di prigione. Forse, se Zapatero non avesse messo in piedi un governo dove gli uomini hanno lasciato la metà dei ministeri al sesso femminile, non ci si sarebbe spinti così in fretta sul terreno inquietante e apparentemente arcaico che è la violenza sulle donne all’interno della coppia, il ‘terrorismo domesticò, come lo chiamano qui. E forse oggi Gloria non sarebbe seduta su questa panchina del parco del Buen Retiro di Madrid a raccontarci la sua storia di moglie picchiata e terrorizzata per anni da un marito “che alla fine mi proibiva perfino di uscire di casa e di telefonare ai miei genitori, mi aveva tolto qualsiasi capacità di reagire, mi aveva ridotto come una bestia, rassegnata a una situazione che sembrava senza vie d’uscita”. Nella sua scarna drammaticità, la sua vicenda non è molto diversa da quelle di migliaia di altre donne alle prese con rapporti di coppia basati sulla sopraffazione, che possono andare avanti fra alti e bassi per una vita intera o anche, a volte, finire in modo tragico. Il merito di vari gruppi femminil-femministi di questo paese è stato accorgersi che dietro l’elenco arido dei cosiddetti delitti passionali, dietro le 400 donne assassinate in poco più di cinque anni dai rispettivi mariti, compagni o fidanzati e le più di cinquantamila che ogni anno presentano una denuncia per violenze e maltrattamenti in famiglia si muove una logica precisa. “L’uso della violenza maschile fa parte di una situazione di dominio che si perde nella notte dei tempi. Ed è anche oggi una forma di controllo sociale sulle donne, un modo per soffocarne i diritti di libertà”, dice Angela Alvarez della Fondazione Mujer, che registra pazientemente anno dopo anno la crescita delle denunce per ‘terrorismo domesticò (più 15 per cento nel 2004). Difficilmente troverete una donna spagnola impegnata sul fronte femminile disposta ad ammettere che questo fenomeno sia più acuto qui che in altri paesi. In realtà è difficile non pensare che la modernizzazione particolarmente rapida della condizione delle donne non c’entri almeno in parte. Nel giro di pochi anni le spagnole hanno sorpassato gli uomini in tutti gli ordini di studi (oggi ci sono più laureate che laureati) e sono andate a lavorare fuori casa. Si sono prese una ragionevole libertà sessuale e hanno smesso di fare figli, rubando alle italiane la maglia nera della denatalità. Una trasformazione troppo veloce per essere metabolizzata e che può aver contribuito a rendere più conflittuali i rapporti fra i sessi, che pure conoscono violenze di ogni tipo anche nel resto del mondo. Ha quasi un valore simbolico il fatto che la vittima del primo omicidio ad aver scosso l’opinione pubblica, una sessantenne di Granada che si chiamava Ana Orantes, era stata legata a una sedia, inzuppata di benzina e bruciata viva dal marito dopo aver denunciato in televisione i maltrattamenti a cui era sottoposta. Quella donna che aveva osato troppo aveva però segnato una svolta. Dal ‘97, l’anno della sua morte, la violenza domestica era uscita dalla cronaca nera in cui ancor oggi è relegata in Italia e altrove, per essere raccontata nella sua realtà dalle tv, dai giornali, da numerosi libri. Themis, l’associazione delle donne giuriste, pubblicava un dossier sui processi per maltrattamenti, da cui risultava che solo il 28 per cento delle donne trovavano il coraggio di presentarsi in aula a ribadire la loro denuncia, che nell’85 per cento dei casi non avevano un avvocato difensore e che solo un processo su quattro si concludeva con la condanna, quasi sempre lieve, dell’aggressore. Erano dati sconvolgenti, che avevano assunto una valenza politica quando il Psoe di Zapatero, ancora relegato all’opposizione, aveva deciso di fare della guerra al ‘machismo criminalè una delle sue bandiere. Ed ecco allora la proposta di una legge unica in Europa, che mandando a gambe all’aria alcuni principi basilari del diritto stabiliva pene più dure per gli stessi reati, dalle lesioni alle minacce ai maltrattamenti psicologici, se a commetterli era un uomo. Come se non bastasse, istituiva tribunali specializzati a giudicare la violenza domestica, a cui potevano ricorrere solo le donne. Stesa in accordo con i movimenti femministi da una battagliera deputata andalusa del Psoe, Micaela Navarro, la legge precisava fin dal primo articolo che “la violenza di genere si manifesta come il simbolo più brutale della disuguaglianza che esiste nella nostra società”. Potevano sembrare affermazioni destinate a restare nel libro dei sogni. E invece la vittoria elettorale di Zapatero e un’opinione pubblica favorevole a pene più severe per i mariti violenti spingeva anche il partito di Aznar a votare la ‘Legge organica contro la violenza di generè, che passava all’unanimità il 28 dicembre del 2004. Parte da lì una rivoluzione di cui poco si è parlato all’estero. Ma che al contrario dei pubblicizzatissimi matrimoni gay, richiesti finora da poche centinaia di coppie, sta dando una scossa alla società spagnola. è sul punto di scoppiare per le troppe denunce, 1.829 dal 29 giugno al 31 agosto, il Tribunale numero 1 per la violenza sulla donna di Madrid, come d’altra parte gli altri 16 di questo tipo sparsi in tutta la Spagna. E la maggioranza delle 434 sezioni specializzate nei tribunali ordinari sono al limite di saturazione. Basta passare una mattinata in uno di questi tribunali che assomigliano poco a un normale organismo giudicante per capirne le ragioni. Tutto si svolge all’insegna della velocità e dell’impegno a tutelare la donna. I magistrati possono decidere sia sul terreno civile, dal divorzio ormai rapidissimo alla custodia dei figli, che anche su quello penale. Se l’imputato accetta questa specie di giudizio per direttissima, la pena gli viene ridotta di un terzo. “Una delle prime misure che prendiamo se c’è pericolo per l’incolumità della donna è l’ordine di protezione. Le diamo una scorta della polizia o della Guardia Civil, che nei casi più gravi può essere anche di 24 ore su 24″, spiega Raimunda De PeÑaforte Lorente, una nota giudice antiterrorismo, che presiede appunto il Tribunale numero 1 di Madrid. Raimunda non è una femminista storica, si definisce “una moderata in tutti i campi”, ma ha chiesto di essere assegnata a questo settore così nuovo e pieno di incognite, convinta – al contrario di altri suoi colleghi – che “qui non esercitiamo nessuna forma di discriminazione. Questa legge, attraverso la disuguaglianza, ci consente di arrivare a un trattamento effettivamente paritario”. Per la verità, più facile a dirsi che a farsi. Non solo perché in questo tipo di reati non sempre è tutto bianco o tutto nero. Spesso i meccanismi che legano la vittima al suo persecutore sono complicati. Beatriz Monasterio, una delle avvocate più conosciute di Madrid, racconta di una cliente a cui il marito aveva rotto la testa con un martello. Arrivata in aula con i capelli rasati e i punti ben visibili, al momento di deporre era scoppiata in lacrime. “Lui è buono come un bambino,
non posso accettare che vada in prigione, lo rivoglio a casa”. Siccome con le norme che c’erano prima, al contrario di oggi, si procedeva solo su denuncia di parte, i poliziotti avevano tolto le manette al marito, che se n’era andato mano nella mano con la sua compagna. “Eppure in quell’aula sapevamo tutti, statistiche alla mano, che lui ci avrebbe riprovato”, dice la Monasterio . Non è certo una storia eccezionale. Al Centro di assistenza delle donne separate e divorziate, un rifugio che ospita una trentina di donne in difficoltà, si ascoltano racconti come quello di Raquel, una giovane laureata che era stata sul punto di impazzire per i maltrattamenti e le pressioni psicologiche del suo compagno. “Ho impiegato molto tempo a considerarmi una donna maltrattata. Riusciva a farmi credere che quelle sevizie erano dimostrazioni d’amore. Ci sono ricaduta un’infinità di volte”, racconta Raquel. Anche in questi meccanismi la legge cerca di mettere il dito. Il giudice può infatti ordinare all’uomo sotto processo di tenersi lontano di almeno mezzo chilometro dalla casa coniugale e proibirgli qualsiasi contatto con la compagna. “Se è lei a farlo può essere incriminata per istigazione di reato. Come spiego alle donne in queste condizioni, con il marito possono comunicare solo attraverso un poliziotto”, taglia corto Raimunda De PeÑaforte Laurente. Può sembrare un pò macchinoso. Come appare al limite dell’utopia la creazione di speciali corsi collettivi di riabilitazione (nei casi meno gravi possono sostituire la prigione), dove gli uomini dovrebbero scoprire le radici dei loro comportamenti violenti. Ma come si vede nel film cult della violenza domestica, ‘Ti do i miei occhì della regista basca Iciar Bollain, in genere servono a poco. Dove invece la legge spagnola sta già cambiando la realtà è nell’assistenza e negli aiuti alle donne maltrattate. Rosa è una ragazza colombiana che aveva avuto la sfortuna di finire con uno spagnolo sadico e violento, avendone anche una bambina. “Aveva cominciato a picchiarmi quando ero incinta, mi stuprava sul balcone di casa, mi minacciava con il coltello. Ero terrorizzata, mi nascondevo con mia figlia sotto il letto ma restavo in quell’inferno perché non avevo nessun altro posto dove andare”, racconta. Con la nuova legge, Rosa ha molti nuovi diritti. Gode di un salario minimo garantito per i primi due anni, di una casa gratis finché sarà in grado di pagarsi l’affitto e della mutua che aveva perso lasciando il marito. A Madrid c’è una centrale che fa guidare i suoi taxi alle donne maltrattate, un parco pubblico che le impiega come giardiniere. Che il lavoro sia la medicina più efficace per uscire dall’incubo di una relazione violenta lo confermano le donne stesse. In una testimonianza a ‘El paÍs’ una donna maltrattata di 43 anni, Maria C., con un timpano spezzato e una sindrome di nevrosi traumatica come quella degli esuli di guerra, racconta di aver ritrovato un pò di fiducia in se stessa da quando si mantiene scaricando cassette di frutta. E Rosa, la ragazza colombiana: “Solo da quando lavoro ho capito che ce la farò ad andare avanti senza di lui”. Un risultato notevole per una legge che non ha ancora un anno.

ha collaborato Emanuele Giusto

Attenti al maschio discriminato

di Emanuele Giusto

Anche gli uomini possono essere vittime di maltrattamenti domestici e anzi il fenomeno in Spagna risulta in crescita. Da quando, nel 2001, circa 600 maschi avevano presentato le prime denunce, le cifre sono andate crescendo. Sono 8.861 gli uomini che nel 2003 si sono rivolti alla giustizia, e nel 2004 sono diventati 9.518. Sono dati abbastanza sorprendenti, anche se secondo i magistrati dei tribunali ordinari che si occupano delle denunce maschili si tratta molto spesso di ritorsioni o di maltrattamenti psicologici. è significativo che la nuova legge, mentre nel caso di lesioni stabilisce per l’uomo una pena da due a cinque anni contro quella da sei mesi a tre anni prevista per la moglie violenta, per il cosiddetto maltrattamento psichico prescrive una differenza molto minore: da sei mesi a un anno per lui, da tre mesi a un anno per lei. Si ritiene anche che questo lievitare di denunce maschili possa dipendere dal gran parlare che si è fatto in Spagna della violenza di genere, e dalla decisione di vari uomini di ‘attaccare prima di essere attaccatì. Intanto sulla legge è stata posta anche la questione di costituzionalità. E un gruppo di intellettuali e scrittrici, fra cui Almudena Grandes, hanno lanciato una petizione contro la discriminazione dei maschi sul terreno penale che sarebbe provocata da queste norme. Ribatte Immaculada Montalbàn Huertas, esperta dell’Osservatorio contro la violenza di genere del Consiglio superiore della Magistratura: “La migliore giustificazione della legge sta in una cifra: 90,2 per cento. è la percentuale di donne vittime della violenza domestica, contro meno del 10 per cento dei maschi”. Chi difende la legge fa notare che nei primi nove mesi del 2005 la violenza di genere ha fatto 41 vittime, di cui sette nel solo agosto. I morti erano tutti di sesso femminile.

da l’Espresso del 22 settembre 2005

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La locandina
E’ il nome del bellissimo documentario che ho visto ieri pomeriggio al Cinema Edera di Treviso , al prezzo scontato di 4,50 euro dato che era mercoledì. Non ho fatto che bestemmiare all’andata e al ritorno, in macchina, per percorrere i 52 km da Padova Ovest al cinema : all’andata per evitare il caos che ci accompagnerà per almeno una settimana a Padova Est per l’apertura dell’Ikea (grazie Forza Italia ed in particolare alla intelligente donna che ha guidato il Comune negli scorsi 5 anni), all’andata sono passato per Pontevigodarzere e la miriade di strade statali e provinciali costruite al tempo degli antichi romani , tra cardi e decumani, la splendida Noale, il tutto in soli 1 ora e 40 minuti alle 15.40 del pomeriggio !
Ma torniamo al documentario, che parla della soppressione della trasmissione RaiOt di Sabrina Guzzanti; un documentario alla Michael Moore, che punta il dito non sono sul governo An-Lega-Forza Italia (l’Italia, secondo l’associazione indipendente Freedom House, è passata dal 40 esimo al 77 esimo posto per la libertà di stampa e di informazione). Durante la sua visita a Sofia , Berlusconi pronunciò il famoso “editto di Sofia” contro Biagi, Luttazzi , Santoro e Freccero. Tutti cacciati dalla RAI e mai più tornati.
La scusa per bloccare la trasmissione satirica della Guzzanti l’ha data guarda caso Mediaset con una querela alla RAI per svariati milioni di Euro. La RAI per “tutelarsi” (“allora se uno querela il tg1 cosa facciamo, lo chudiamo per tutelarci in attesa della sentenza del giudice ?” – diceva ironicamente ieri la Guzzanti) ha così deciso di sospendere la trasmissione. Il giudice ha dato ragione alla Guzzanti , non solo confermando che essendo la trasmissione satirica non poteva essere querelata, ma soprattutto perchè “i fatti riferiti erano veri”.
Nel documentario si parla anche di Petruccioli dei Ds, che non ha difeso in nessun modo il programma, e che anzi è su posizioni coincidenti con il centrodestra (ma a nessuno dei lettori del blog è saltata la pulce all’orecchio notando l’assonanza d’Alema-Alemanno ?). Cosa risaputa. Quand’era al governo l’Ulivo non ha fatto una legge contro il conflitto d’interessi e l’eccessiva concentrazione del potere mediatico.
E voi direte: cosa c’entra Zapatero ? Ha operato una riforma con la quale, finalmente il governo non nomina più i vertici dell’azienda televisiva di Stato. Ovviamente su un sito di Forza Italia questa riforma è presentata come un attacco alla libertà di informazione. Per fortuna che non mancava nel documentario di ieri che ho visto al cinema, un pezzo di “Porta a Porta” con il premier che cantava. E un succo dell’informazione nell’era Berlusconi : cani abbandonati per strada e le migliori ricette per scoprire l’Italia. Un ‘Italia alla frutta.

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Senza parole

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Puoi fare il test dopo aver visto le performance del nostro Presidente….

http://www.repubblica.it/2005/i/video/sezioni/esteri/berluenglishvideo/berluenglishvideo/berluenglishvideo.html

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dal sito www.ferrovie.it

TREBASELEGHE (Padova) – E’ stata formalmente attivata il 12 settembre la nuova fermata di Trebaseleghe, posta alla progressiva chilometrica 19,410 tra le stazioni di Piombino Dese e Noale Scorzè della linea Venezia – Trento. La fermata è dotata di marciapiede alto, pensilina, rampe di accesso, stalli per biciclette e parcheggio per auto.

La nuova fermata di Trebaseleghe

La nuova fermata di Trebaseleghe è stata ufficialmente inaugurata la mattina di giovedì 8 settembre dall’assessore alle politiche della mobilità del Veneto Renato Chisso, dal vicepresidente della Provincia di Padova Leonardo Martinello e dal sindaco Paolo Lamon.

Attualmente effettuano servizio viaggiatori a Trebaseleghe i seguenti treni:

R 5706 Venezia S.L. – Castelfranco Veneto (ore 8.59);
R 5709 Castelfranco Veneto – Venezia S.L. (ore 10.31);
R 5717 Castelfranco Veneto – Venezia S.L. (ore 14.20 – giorni feriali);
R 5726 Venezia S.L. – Castelfranco Veneto (ore 19.21 – giorni feriali).

Con il prossimo cambio d’orario di dicembre, grazie alla riorganizzazione della circolazione ferroviaria sulla tratta, a Trebaseleghe fermeranno 6 treni al giorno per ciascun senso di marcia.

E QUESTO SAREBBE UN SERVIZIO DI TRASPORTO PUBBLICO CHE DOVREBBE FAR PREFERIRE IL TRENO ALL’AUTO ?

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E’ certo uno dei cereali più nutrienti e più digeribili; viene infatti assimilato dall’organismo in sole 2 ore (contro le 3 che servono per la pasta); contiene vitamine importanti come la A, la B1, B2, B6, carboidrati, grassi (pochi) e minerali (molti) . E’ assai energetico: fornisce 350 calorie per ogni 100 g.

(da Oggi cucino io- il manuale)

L’alba

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Pasqua 2005 al Titilla (Cocoricò)
Un’altra serata al Titilla era finita. Avevamo la schiena a pezzi , le magliette incollate alla pelle , una gran sete , ma ci restava il ricordo dei ragazzi conosciuti appena quella sera ; li avevamo salutati con la stessa intensità di un addio , sapendo che l’empatia condivisa con loro non si sarebbe ripetuta , ma sarebbe rimasta un unicum da conservare gelosamente nel profondo , un’improvvisazione che non ammette repliche .
Ma non bastava . Non bastava alle nostre anime , ancora avide di sensazioni . Esse ci condussero , ansiose , verso qualcosa che non avremmo mai immaginato . Scendemmo dalla collina e ci ritrovammo in spiaggia . Il sole , appena sopra l’orizzonte , aveva una luce ancora lieve , timida , ma di una purezza mai vista prima di allora ; i raggi erano scintillanti nastri d’oro che sfiorando il mare giungevano da noi , avvolgendoci . Davide ed io ci guardammo a lungo negli occhi , le parole erano superflue : ognuno sapeva cosa stava provando l’altro. Per un istante fummo anche noi raggi di sole . Un pensiero si insinuò limpido nella mia mente : siamo tutti luce che continua in eterno il suo viaggio . Non moriremo mai .

2 Agosto 2004, Stefano

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In sintesi le principali novità per le società per azioni sono sicuramente rappresentate:

  • dalla possibilità di destinare, entro determinati limiti, patrimoni ad uno specifico affare;
  • dalla possibilità di costituire s.p.a. unipersonali;
  • dalla previsione di diversi sistemi di amministrazione e controllo;
  • dal nuovo limite del capitale sociale fissato all’amomontare minimo di 120.000 euro;
  • dalla possibilità di emettere azioni senza indicare il relativo valore nominale;
  • da una nuova veste per ciò che concerne i patti parasociali anche sotto l’aspetto della disciplina pubblicitaria;
  • da una maggiore tutela per ciò che concervne gli aspetti connessi alla disciplina del recesso del socio
  • (da Roberto Crosta, La riforma del Diritto Societario, ed. Simone , 2004)