Il diario di Fable

Se tre persone si scambiano un euro, ciascuno avrà un euro, se però si scambiano un'idea, alla fine tutti avranno tre idee.

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Dizionario inglese/veneziano

Dizionario di frasi Venessian-English

Inserisco tra parentesi la spiegazione per persone che non comprendono la “nobile lingua veneta”. Divertitevi!

It’s not finger. = No xe dito (non è detto).

Do you make real? = Ti fa davèro? (fai sul serio?).

Do you want to see? = Ti vòl vèdar? (vuoi vedere? Detto in tono di sfida)

Go to know! = Va savèr! (vallo a sapere!).

You stink like a corpse. = Te spusi da cadavere (puzzi da cadavere. I veneziani sono famosi per questi loro modi di dire particolarmente espressivi).

Hear me a moment. = Scoltime n’àtimo (ascoltami un attimo, prestami attenzione).

Hey, group of gay! = Oi, banda de reciòni! (ehi, banda di culattoni, omosessuali, etc. Appellativo da rivolgere al proprio gruppo di amici, tutti rigorosamente uomini).

It must be. = Gà da èssar (deve essere, qualcosa del genere “eppur si muove”).

It’s made of big plastic. = Xè de plasticon (letteralmente: “è di plasticone”, detto di qualsiasi oggetto visibilmente riprodotto in materiale scadente o fasullo. È “di plasticone” una borsa in finta pelle, un paio di orecchini che sembrano d’argento ma sono in realtà di plastica rivestita di metallo e così via).

Out of methods! = Fòra dai modi! (fuori dai modi, detto di fatto o persona del tutto privo di logica).

Shall we make a shadow? = Se fasèmo ‘n’ ombra? (lett. “ci facciamo un’ombra?”, andiamo a bere un bicchiere insieme?).

Taken with the bombs. = Ciapà co e bombe (lett. “preso con le bombe”, di persona sempre piena di impegni che non ha mai un attimo di requie).

To pretend of apples. = Far finta da pomi (fare il finto tonto, ignoro la connessione con i pomi, cioè le mele…forse perché non parlano).

You do come the milk to the knees. = Ti me fa vegnèr el late ai senoci (lett. “mi fai venire il latte alle ginocchia”, detto a persona eccessivamente noiosa e difficilmente tollerabile).

I’m more there than here. = Sò più de eà che de qua (sono più di là che di qua, più morto che vivo, ma anche più sbronzo che sobrio).

I’m full of shadows. = Sò pien de ombre (sono pieno di ombre, cioè sono ubriaco fradicio).

This thing knows little fresh. = Sta roba sà da freschìn (“queste cose sanno da freschin”, è l’odore particolare che emanano il pesce oppure le uova, del tutto intraducibile in italiano).

It is full load of cunt. = Se pien de mona (lett. “è pieno di figa”, dicesi di posto pieno di belle donne, generalmente disponibili).

I’ll key she = Me a ciavarìa (me la farei).

Uncle run away for the field. = Zio scampà pa un campo (lett. “zio scappato per un campo”. Utilizzabile anche nell’abbreviazione “zio scampà”. Frase priva di significato, serve in realtà per occultare una bestemmia sonora).

Are you behind joking? = Ti xé drio schersar? (ma stai scherzando?)

But are you condom? = Ma ti xé goldon? (ma sei scemo?, goldon è termine per indicare il preservativo ma che indica anche una persona sempliciotta e tarda nel comprendere).

I advance a shadow. = Vanso n’ombra (avanzo un’ombra, detto per significare: “la prossima volta paghi tu da bere”).

Let it lose! = Assa perder! (lascia perdere! Intercalare dei veneziani per tutte le volte che è il caso di lasciar correre. Una città come Venezia ha ritmi di vita particolari da sempre e tutti i suoi abitanti spesso imparano dall’acqua e lasciano correre).

Don’t stay touching me! = No stame tocar! (non toccarmi! Frase detta poco prima dell’inizio di una rissa).

He has pulled my the package = Me gà tirà el paco (mi ha tirato il pacco, mi ha dato buca).

But don’t You have a house, that! = Ma no ti gà ‘na casa, ciò! (ma non hai una casa, oh!. Il ciò è intraducibile, è rafforzativo delle esclamazioni. La frase è rivolta generalmente ad una persona che non si leva mai dai piedi, invitandola a tornarsene da dove è venuta).

He was march roasted, ironed on the floor. = El gera rosto marso, destirà par tèra. (lett. era arrostito marcio, steso a terra. Dicesi di persona ubriaca fradicia, incapace di reggersi in piedi).

Touch balls / touch iron = Toca bae / toca fèro (tocca le palle, tocca ferro. Gesto scaramantico).

What a cancer you are! = Che cancaro che ti xé! (che bastardo sei!)

Covered ash. = Bronsa coverta (brace coperta, dicesi di persona che –all’apparenza calma e tranquilla- si rivela essere tutto il contrario).

Laughing and joking the sun eats the hours. = Ridendo e schersando el sol magna e ore (ridendo e scherzando il sole mangia le ore, cioè il tempo passa in fretta).

I’m full like the eggs = So’ pien come i vovi (sono pieno come le uova. Sinonimo di “son pien de ombre”, ovvero ubriaco fradicio).

You’re out like a balcony = Ti xè fòra come un balcon (sei fuori come un balcone).

As I made you than I can undone you = Come te go fato te desfo (come ti ho fatto, ti disfo. Frase che generalmente una madre rivolge al proprio figlio mentre accompagna alla parola un numero imprecisato di sganassoni).

They’ve called beautiful for tomorrow = I gà ciamà beo par doman! (lett. “hanno chiamato bello per domani”, le previsioni dicono che domani sarà una bella giornata).

Words in a ear, don’t hold a pot. = Paroe in recia no val ‘na tecia (“tecia” è la pentola in terracotta o smalto dei contadini, di poco o nessun valore. Quindi le parole sussurrate all’orecchio –i pettegolezzi- non valgono nulla).

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Una immagine di Porto Alegre
La mia esposizione si è già dilungata troppo. E stata sufficiente per dare un’idea della nostra esperienza di Bilancio Partecipativo. Non ho intenzione di soffermarmi sugli aspetti operativi di come esso si articola. L’oggetto principale della mia esposizione risiedeva nel sottolineare l’obiettivo e il metodo che abbiamo adottato per avviare l’intero processo. E la democrazia sostanziale, partecipativa, che consente alle persone di determinare le proprie priorità. Queste cessano di essere determinate dalla lobby di alcune imprese, dalla pressione dei media o cose del genere. Se aderiamo alle priorità che la popolazione determina, osserviamo che esse sono sempre diverse e in contraddizione con ciò che ci è richiesto dalla stampa: viadotti, tunnel, presentati come sinonimi di modernizzazione e di adeguamento ai nuovi tempi, la cui traduzione è la sottomissione all’automobile. La popolazione non ha mai definito come priorità né i viadotti né i tunnel, nel Bilancio Partecipativo.
Teniamo fede a quello che la popolazione decide e questo è ciò che ha fatto sì che Porto Alegre sia considerata la città con la migliore qualità della vita del paese. Delle grandi città brasiliane, è quella che sta in vetta alla classifica dell’Indice di Sviluppo Umano (lhd) dell’Onu, che garantisce che la città abbia il 100% di acqua potabile, il 99% di bambini in età scolare nell’istruzione di base, pubblica o privata, e praticamente il 100% di raccolta dell’immondizia. Che assicura che la città stanzi fortissimi investimenti per il recupero del Guajba, per il trattamento della rete fognaria, oltrepassando il 50% delle cloache trattate e l’85% delle fognature canalizzate. Le persone non decidono in maniera aleatoria, non decidono assurdità. Decidono esattamente quello che desiderano per migliorare la qualità della loro vita, cioè la pavimentazione, le fognature, che nel 1999, ad esempio, erano al primo posto.
Ora, nella fase in cui si cominciano a decidere le priorità per l’anno 2000, come è successo già due anni fa, durante una dura crisi di disoccupazione, l’abitazione è balzata nuovamente al primo posto cosa che non era così nei primi anni del decennio. Riflesso della crisi generata dalla disoccupazione, per cui le persone sono costrette ad abitare nella periferia e a trasferirsi in zone più lontane, in case e appartamenti più piccoli, mentre quelli che erano già in queste condizioni arrivano a trasferirsi sotto i ponti, nelle favelas, in situazioni precarie.[…] Mentre il neoliberismo propone l’esclusione, noi proponiamo cittadinanza ed inclusione sociale con democrazia e partecipazione.

Socieadede Bresileira de Economia Politica, dal libro “la democrazia partecipativa” di Raul Pont, che sto leggendo in questi mesi.

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Mentre “Studio Aperto” parla di cagnolini abbandonati, degli squali che squartano i bagnanti in Florida ed intervista i passanti di via del Corso a Roma per chiedere se “è giusto” che una persona di più di 25 anni possa utilizzare i pantaloncini corti, il settimanale L’Espresso ha pubblicato un documentato dossier sullo smaltimento illegale di rifiuti tossici e radioattivi in Somalia ma anche in Italia facendo affondare navi piene di rifiuti tossici nel mare Tirreno e Ionio di fronte alle coste calabresi. In questo dossier un collaboratore di giustizia parla delle connivenze con la Camera di Commercio italo-somala e con i socialisti di De Michelis. Ho ritrovato anche in rete l’intero articolo, potete leggerlo qui:

http://www.archivio900.it/it/articoli/art.aspx?id=5814

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da “L’Espresso”

Sulla ribalta della finanza italiana si affacciano molti altri immobiliaristi, tutti romani e tutti fidanzati con Anna Falchi

Ricucci qua, Ricucci là, tutti parlano di Stefano Ricucci e della sua scalata al ‘Corriere della Sera’. Ma l’avventura del giovane immobiliarista romano, che ha accumulato una enorme fortuna quotando in Borsa un condominio alla Balduina e convincendo gli azionisti che si trattava di una multinazionale aeronautica, non è isolata. Sulla ribalta della finanza italiana si affacciano molti altri immobiliaristi, tutti romani (tranne uno, che è di Frascati), tutti fidanzati con Anna Falchi (tranne uno, fidanzato con un giocatore della Roma) e tutti con colossali patrimoni personali. Vediamo i principali.

Riconi Renato Riconi, detto ‘Er Bilocale’, deve il suo successo ad alcune fortunate speculazioni e alla sua mole, due metri e cinque per centotrenta chili di peso. Iniziò da portinaio, accumulando mance di Natale per alcuni miliardi con il raffinato sistema finanziario detto ‘home-jumping’ (minacciava di gettare dal balcone i condomini che rifiutavano di pagare).
In pochi mesi controllava l’assemblea di condominio e lavava la sua Ferrari in cortile con la canna per annaffiare le ortensie. Poi la parcheggiava sulle ortensie. Considerato uno spaventoso cafone, e per questo subito corteggiato dalla Canottieri Lazio dove si reca ogni sabato in shorts e ciabatte, costringendo i soci e le loro mogli a giocare a bocce con lui nella sala ristorante, ha centuplicato il suo patrimonio in pochi mesi vendendo sui mercati internazionali, anche più volte nello stesso giorno, il pacchetto azionario di altre persone, a loro insaputa. Attualmente sta dando la scalata a una banca che ha gli uffici al ventesimo piano, issandosi con una carrucola lungo la facciata e bussando alle finestre dei funzionari, minacciandoli con le mani a cerchio. Nei suoi obiettivi il ‘Corriere’, ma limitatamente alle pagine sportive.

Richetti Nando Richetti, detto ‘Rocchefeller’, fino a pochi mesi fa era garagista. Conquistò la fiducia di Cesare Romiti con un abile stratagemma: gli rigò la macchina con un chiodo e gli confessò subito di essere stato lui. Romiti disse subito agli amici che esisteva un posto, a Roma, dove era possibile farsi rigare la macchina venendo immediatamente a sapere chi era l’autore del danno. Vip, imprenditori e politici fecero a gara nel parcheggiare la macchina da Richetti, e il suo garage divenne in breve uno dei locali di grido della capitale, dove si combinavano gli affari più delicati e importanti davanti alla macchinetta automatica del caffè. Richetti, intelligente e curioso, carpì in breve tutti i segreti del business e accumulò in poche settimane una fortuna incalcolabile con un semplice espediente: raccontava di avere una fortuna incalcolabile. Senza mai spostarsi dalla macchinetta del caffè, ottenne credito per trecento milioni di euro. È interessato alla scalata del ‘Corriere della Sera’, con l’obiettivo di spostarlo a Roma perché la moglie ama molto leggere la cronaca nera locale.

Ricacci I fratelli Ricacci, Aristide e Rocco, sono gemelli monozigoti, anche se, nelle interviste, a questa domanda rispondono che in realtà sono originari di Viterbo. Hanno una licenza elementare in due (Aristide ha fatto la prima e la seconda, Rocco le altre tre classi) ma il mondo della finanza li teme per il grande fiuto per gli affari, e soprattutto perché riescono a fare arrestare sempre e solo Aristide anche quando l’inquisito è Rocco, così che il secondo è sempre a piede libero. Ferventi cattolici, amici personali di monsignor Marcinkus (trattarono insieme l’acquisto di una partita di rosari difettosi: si sfilavano le palline), anche se sono solo dei prestanome controllano lo Ior e altri sei istituti di credito grazie al raffinato sistema del ‘chi l’ha detto’. Funziona così: quando, nei consigli di amministrazione, vengono allontanati dall’usciere che gli dice “voi siete solo dei prestanome”, i Ricacci rispondono: “E chi l’ha detto?”.

Ricazzi Su Manlio Ricazzi, detto ‘Quanno che ariva Ricazzi, so’ cazzi!’, circolano aneddoti quasi incredibili. Dicono che abbia conquistato Anna Falchi incontrandola in un supermercato e sostenendo di essere una provola parlante, l’unica al mondo. In effetti la somiglianza di Ricazzi con una provola è stupefacente, ma ancora più stupefacente è la sua abilità finanziaria. Vende in off-trading le plusvalenze acquistate speculando sul rating delle fiduciarie estere piazzate sul mercato del mastering senza agire sul pluffing, ma spingendo il down-fixing fino a conquistare il blamming delle consorziate-fantasma. Nel tempo libero rapina le banche. “Così, almeno, nun dite che so’ diventato ricco senza fa ‘n cazzo!”, spiega spiritosamente ai giornalisti. Dicono che il suo punto debole sia la vanità: non avendo ancora avuto la copertina di alcun settimanale, le strappa dalle edicole e le appende in camera sua annerendo con il pennarello le fotografie dei suoi rivali. Punta al ‘Corriere’ per mettere la sua foto in prima pagina tutti i giorni.

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Presidente Berlusconi la smetta di prendere per scemi gli italiani di Claudio Rinaldi

Presidente Silvio Berlusconi, posso darLe un consiglio non richiesto? Se nonostante l’età ha ancora voglia di giocare al Piccolo Statista, se ci tiene a vincere le elezioni del 2006, cambi radicalmente il Suo modo di rivolgersi ai cittadini. La smetta di prenderli per scemi. Cominci a dire la verità. Non faccia carte false pur di dimostrare che tutto va bene, non continui ad arrampicarsi sugli specchi per nascondere i Suoi insuccessi.

Lo so, Le sto prospettando un grosso sacrificio: la rinuncia a un aspetto essenziale del Suo pensiero. Che la gente sia cretina, suggestionabile, facile da indottrinare è la Sua convinzione da sempre. Come imprenditore, ricordava ai Suoi che “la maggioranza degli italiani ha fatto sì e no la seconda media e non era nemmeno seduta nei primi banchi”; come politico, ha dato al Suo rapporto con gli elettori l’impronta di una gigantesca circonvenzione di incapaci. Ma in tempi di vacche magre si diventa più sospettosi, ci si rifiuta di dare retta a qualsiasi stupidaggine. Le Sue battute, le stesse che due anni fa divertivano le anime semplici, oggi fanno cadere le braccia.

Il guaio è che la Sua tendenza ad abusare della credulità popolare ha contagiato l’intero Suo entourage. Prenda le esternazioni di un giorno come tanti, lunedì 23 maggio. A Bolzano la Casa delle libertà vince le elezioni comunali con sette voti di vantaggio sull’Unione? Gianfranco Fini proclama che “definire storico questo risultato non è esagerato”. A Milano il Suo amico Cesare Previti viene condannato per corruzione a sette anni di galera? “L’ipotesi accusatoria è stata sconfessata e totalmente cancellata”, giura il difensore Alessandro Sammarco negando l’evidenza. A Bruxelles dai dati Eurostat emerge che nel 2003-2004 il disavanzo pubblico italiano ha sfondato il tetto del 3 per cento del prodotto interno lordo? “È uno scostamento minimale che non deve destare preoccupazione”, assicura Fini senza immaginare che di lì a poche ore l’Ocse calcolerà il deficit del 2005 in un catastrofico 4,4 per cento del pil. Da commenti così sfacciatamente balordi, presidente, non si lascerebbe convincere neppure un bambino.

Fra i Suoi imitatori, il più scrupoloso è stato finora Giulio Tremonti: dal momento in cui ha capito che l’economia era in difficoltà, cioè dal 2001, ha alzato un polverone ininterrotto di giustificazioni pretestuose; pur di non assumersi le doverose responsabilità ha tirato in ballo, nell’ordine,
1. il presunto extradeficit ereditato dai governi dell’Ulivo, 2. gli attentati dell’11 settembre, 3. la guerra in Iraq, 4. le modalità del passaggio dalla lira all’euro, 5. la forza della moneta europea rispetto al dollaro, 6. l’invasione delle merci cinesi. Quando c’è da trattare gli altri come dei mentecatti, però, Lei rimane insuperabile.

Il 12 maggio, non appena ha saputo dall’Istat che l’Italia era in recessione, ha dichiarato senza arrossire: “A marzo ci sono state le vacanze di Pasqua, non si può andare al mare e pretendere che il Pil cresca”. Se poi qualcuno si lamenta perché stenta ad arrivare a fine mese, Lei lo zittisce asserendo (24 marzo) che “siamo uno Stato ricco”, che “le famiglie hanno una ricchezza pari a otto volte il pil”, che “siamo primi in Europa quanto a numero di telefonini per abitante”.

Chi La ascolta può anche essere distratto, d’accordo, ma non tanto da non accorgersi delle bugie più grossolane. Come quella del 17 marzo, quando ha negato di aver mai annunciato il ritiro dall’Iraq benché ne avesse parlato due giorni prima a ‘Porta a porta’; o l’altra del 5 aprile, quando a ‘Ballarò’ ha tentato di far credere che agitando lo spauracchio di un “regime vendicativo e giustizialista” della sinistra aveva soltanto riportato pareri non suoi.

Va da sé che non Le segnalo queste sciocchezze perché mi preoccupi delle Sue sorti elettorali. Non mi dispiace, anzi, che Lei si stia scavando la fossa da solo. Ma il cinismo nel prendere per scemi gli interlocutori è forse il Suo difetto peggiore, il più diseducativo. Lei ha costruito le sue fortune sulla di sinformazione collettiva, sull’ignoranza di massa: non per nulla gli elettori di livello culturale medio-basso sono più numerosi nel Suo partito che altrove. Per il bene del paese mi auguro che questo andazzo finisca, e pazienza se una maggiore serietà Le farà recuperare qualche voto.

Per il rispetto che ho dell’Italia, poi, mi rifiuto di ammettere che una persona popolare come Lei possa avere del popolo un’opinione così bassa. Gli italiani non sono degli ingenui da raggirare. Nel 2002, agli albori della crisi Fiat, Lei sostenne che tutto si sarebbe risolto se sulle utilitarie si fosse appiccicato il marchio Ferrari: ecco, presidente, non sia più un seminatore di illusioni. Da uomo ambizioso qual è, si ponga l’obiettivo di lanciare sul mercato un nuovo Berlusconi. Non si accontenti di cambiare nome e simbolo al Suo partito! “Rinnovarsi non è da tutti”, scriveva Massimo Mila; e “può essere un più sicuro segno di grandezza che non il vano prolungamento di una stagione felice ma conchiusa”.
Coraggio.

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Una delle tante immagini del Social Forum a Porto Alegre
Quando formò la giunta di Porto Alegre, nel gennaio 1989, l’Amministrazione Popolare assunse l’impegno di governare la città attraverso un esercizio permanente di trasparenza, di democratizzazione delle decisioni e di ribaltarnento delle priorità della città, tradizionalmente orientate a beneficio dei ricchi e dei potenti. La pratica politica dell’Amministrazione Popolare in questi due mandati – seria, onesta, democratica e trasparente – sta contribuendo a una rivitalizzazione della partecipazione dei cittadini alla vita pubblica. E, senza dubbio, agevola la costruzione di un modo di vita solidale e col)etti’ o, in opposizione all’ideologia neoliberista, diffusasi negli ultimi anni, che propaganda un’idea individualista di Stato che non pone delle regole e non si occupa del benessere sociale.
Questa avanzata del pensiero unico” veicola una ideologia dominante che si esprime a livello mondiale e tenta di ostacolare e di impedire che nella coscienza collettiva delle società capitaliste si formino delle proposte alternative al neoliberismo. li fallimento del “socialismo reale” delle burocrazie dell’Europa dell’Est ha contribuito alla legittimazione di questo discorso, sebbene in America Latina il capitalismo sia responsabile del sottosviluppo, dello sfruttamento e delle disuguaglianze regionali e sociali.
La concezione solidaria e collettivista rifletteva la visione programmatica del Pt e del Fronte Popolare nella ricerca, nel governo, di una pratica di superamento della democrazia rappresentativa in direzione della democrazia partecipativa. Nei programmi dei nostri partiti, le idee di Consigli Popolari, governi su base consiliare, creazione di meccanismi di deliberazione diretta da parte della popolazione organizzata, esprimeva no più legami teorici e programmatici con esperienze storiche di governi di sinistra che una elaborazione di esperienze realizzate o rivendicate dai movimenti sociali in Brasile.
[...]
Fronteggiare la visione predominante della “privatizzazione” dello Stato attraverso i benefici fiscali, le esenzioni, i privilegi e la corruzione, è un compito della sinistra brasiliana insieme alla presentazione di progetti alternativi globali per il paese.
[...]
Il Fronte Popolare e le forze socialiste che lo compongono sono consapevoli dei limiti della democrazia rappresentativa. Sappiamo che la condizione di cittadinanza – sinora non ottenuta nella maggior parte dei paesi sottosviluppati – non elimina il carattere di classe della società né l’inadeguatezza di una democrazia basata sulla mera eguaglianza politica giuridico-formale. Gli sfruttati continuano a essere poveri e i ricchi continuano a vivere dello sfruttamento.
[...]
Nei primi anni c’era una sfiducia diffusa rispetto all’impegno del governo municipale a rispettare e realizzare le decisioni approvate dalle riunioni popolari. Alle prime assemblee partecipò un piccolo numero di associazioni di quartiere e alcune centinaia di persone. A partire dal secondo anno di governo, quando iniziarono a comparire le opere che riflettevano le decisioni della comunità, il progetto si estese rapidamente. Si ampliò il numero di zone e di partecipanti e il rispetto della pluralità di posizioni all’interno del Bilancio Partecipativo diede una grande credibilità al progetto.

dal libro “la democrazia partecipativa – l’esperienza di Porto Alegre e i progetti di democrazia” , di Raul Pont, a cura di Nando Simeone, ed. Alegre, che sto leggendo in questi mesi, acquistato con Marco al cinecity di Pradamano (UD)

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…sulla moto. Ecco un approfondito reportage.

p.s. ieri finalmente mi è tornata la moto, stavo sclerando con il 18 ;)

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di Cristian Marazzi, tratto da “il manifesto”, 21 aprile 2004

L’anno scorso, a dieci anni dal decreto legge di Giuliano Amato dell’aprile 1993, i fondi pensione italiani hanno conosciuto un sensibile aumento degli iscritti (1 milione e 400 mila persone in più rispetto al 2002). Complessivamente, i fondi chiusi, quelli aperti e le 550 mila polizze assicurative individuali, che assieme costituiscono la pensione integrativa o secondo pilastro, riguardano il 12% dei lavoratori italiani (2.634.819 persone). Se si guarda ai rendimenti, sempre nel 2003, dei fondi rispetto alla valorizzazione del “Trattamento di fine rapporto” (Tfr, o liquidazione), i primi sono stati del 5%, la seconda del 3,2%. Negli anni di crisi di Borsa (2000-03) i Tfr avevano avuto un rendimento nettamente superiore a quello dei fondi. E’ quindi lecito chiedersi se nei prossimi anni, andamento borsistico permettendo, il nodo pensionistico verrà sciolto a vantaggio del sistema a capitalizzazione. Per tentare di dare una risposta a questo interrogativo, il libro di Paolo Andruccioli, La trappola dei fondi pensione (Feltrinelli), è un contributo decisamente utile. Andruccioli, ripercorrendo “dall’interno” gli anni in cui si afferma il capitalismo dei fondi pensione, dimostra come, nel passaggio dal Welfare State renano (basato sul principio della ripartizione e della pensione proporzionale al reddito) a quello “puritano anglosassone” (basato sul principio della contribuzione e della capitalizzazione), più o meno tutti abbiano dato una mano alla costruzione del “capitalismo popolare” dell’azionariato diffuso.
E’ bene ricordare, infatti, che i sindacati dei metalmeccanici e dei chimici (si veda il 3 capitolo del volume) sono stati i veri pionieri dei fondi pensione italiani. Ma la matrice contrattuale/negoziale, che originariamente doveva assicurare ai sindacati confederali Cgil, Cisl e Uil la rappresentanza dei lavoratori dipendenti, si scontra ben presto con i mutamenti del mercato del lavoro: “I sindacati incontrano perciò una serie di difficoltà, oggi, a generalizzare il modello dei fondi pensione chiusi (che pure sarebbe più conveniente almeno dal punto di vista dei costi e della trasparenza) proprio perché si riduce la percentuale degli occupati assunti a tempo indeterminato nelle grandi categorie dell’industria e dei servizi”. Ricordiamo che negli Stati Uniti, i piani pensionistici a contribuzione definita, i famosi 401(k) in cui la rendita dipende dai rendimenti dei titoli in cui sono stati investiti i risparmi dei lavoratori, vennero creati nel 1981, in coincidenza con la perdita di importanza del settore manifatturiero, a lungo roccaforte dei sindacati e dei piani pensionistici su base retributiva. Il declino industriale e la flessibilizzazione del mercato del lavoro autorizzano a credere che anche in Italia la “svolta pensionistica” verso la società del rischio sia ormai matura.
L’emergenza pensioni, come sostiene Giovanni Mazzetta, non è un’invenzione, ma un modo di interpretare l’evoluzione sociale nei paesi sviluppati. Mazzetta prende ad esempio la questione delle “culle vuote”, ovvero il crollo della natalità, e si chiede: si è mai visto un neonato o un adolescente badare ai nonni? E’ vero il contrario, vale a dire che chi non si è ancora affacciato al mondo della produzione dipende da coloro che producono. Ne consegue che le cosiddette culle vuote, invece di sottrarre risorse ad altri possibili usi, le rendono disponibili per altri impieghi, evidentemente anche per gli anziani.
La riduzione nei prossimi 30-40 anni del numero di persone in età compresa tra 0 e 25 anni, a fronte di un aumento del numero degli ultrasessantacinquenni, non comporta dunque un peggioramento delle forme di dipendenza. Sotto il profilo della creazione delle risorse, assai più delle culle vuote, conta il numero di neonati al lavoro. Ma con tassi di disoccupazione crescenti e con la proliferazione di forme di lavoro precario, dare la colpa alla denatalità è senza dubbio fuori posto. D’altra parte, fino a quando il tasso di invecchiamento sarà, come è, inferiore al tasso di produttività del lavoro, il problema non sarà mai quello della mancanza di ricchezza, se mai delle modalità della sua distribuzione.
Il crollo della natalità rappresenta di per sé una riduzione della domanda aggregata che scaturisce dai bisogni di coloro che dipendono da altri in età prelavorativa. Se alla crescita della popolazione anziana non corrisponderà un aumento proporzionale della quota di reddito che essa percepisce, quella riduzione non sarà bilanciata dalla domanda aggregata dei milioni di anziani che, essendo impoveriti, potranno comperare meno di quello che comprano oggi. E ad una domanda aggregata più bassa corrisponderà una disoccupazione più alta o, il che è lo stesso, un crollo dell’attività produttiva.
Di fronte al rischio di riduzione della domanda aggregata risponde cinicamente l’ultima indagine dell’Economist (“Forever young”, 27 marzo di ques’anno), invitando gli anziani a tornare sul mercato del lavoro con salari dimezzati. Si tratta, scrive lEconomist, di fare con gli anziani la stessa operazione che si è fatta con le donne o gli immigrati negli anni `70 e `80, ossia iniettare forza-lavoro a buon mercato per comprimere i salari della popolazione in età lavorativa. Il che dimostra che le scelte fatte dai governi di tutta Europa non sono frutto di una incomprensione delle leggi macro-economiche da parte dei governanti, ma un preciso attacco politico ai sistemi previdenziali gestiti su scala nazionale.
Si consideri la critica del sistema pensionistico a ripartizione da parte di coloro che sostengono il sistema basato sulla capitalizzazione. E’ questo il filo rosso del libro di Andruccioli, che si interroga sui rischi che corrono i lavoratori che affidano i propri soldi al rendimento altalenante delle Borse. Solo degli ingenui possono pensare che i guadagni in Borsa corrispondono ad una maggiore ricchezza reale per la società nel suo insieme. Ciò potrebbe essere vero solo se ad un aumento delle quotazioni corrispondesse un aumento del prodotto interno, il che è lungi dal rappresentare il funzionamento reale dei mercati finanziari. In entrambi i sistemi pensionistici, in ogni caso e in ogni momento sono i redditi degli attivi che finanziano i redditi degli inattivi. Ed è il reddito generato oggi che permette di finanziare le rendite di oggi. Questo vale anche per il regime della capitalizzazione. Infatti, da dove verrà il denaro per pagare le pensioni dei pensionati del 2040? Risulterà dalla vendita dei titoli borsistici nei quali hanno investito i loro risparmi nel corso della vita attiva. Ma chi acquisterà questi titoli? Potranno essere soltanto gli attivi del 2040 che, se lo vorranno, piazzeranno in borsa in quel preciso momento i loro risparmi tramite i fondi pensione.
Il rischio del crollo delle rendite pensionistiche e del valore dei titoli è quindi elevato, se solo si ricorda che il consumo, prima ancora del risparmio, è il motore della crescita. Per “sconfiggere la demografia” i fondi pensione tendono sempre più ad investire all’estero, così invece di sottrarre ricchezza esclusivamente agli attivi nel proprio paese, i futuri pensionati potranno attingere alla ricchezza creata dai lavoratori in altri paesi, preferibilmente emergenti. In questo modo, il sistema della ripartizione, distrutto su scala nazionale dal sistema della capitalizzazione, viene di fatto ricostruito su scala globale. E dal conflitto inter-generazionale si passa al conflitto interno alla moltitudine globale.

Un utile documento che spiega quanto percepiremo con le leggi attuali (riforma delle pensioni) quando andremo in pensione.

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I treni che trenitalia definisce
L’orario delle tratte ferroviarie Trieste-Venezia e Venezia-Bologna sembra fatto apposta per allungare un tragitto, di per sé abbastanza breve. Spesso il sabato e la domenica faccio questo tragitto insieme ad un centinaio di studenti pendolari tra la zona del Friuli e del Veneto orientale e Padova. L’orario attuale, introdotto circa due anni fa e peggiorativo rispetto a quello precedente, prevede l’arrivo a Mestre ai minuti 38 di ogni ora degli interregionali da Trieste, e ben 38 minuti di attesa prima dell’interregionale per Padova-Bologna. In qualche fascia oraria, c’è un regionale per Rovigo che “salva” i viaggiatori almeno diretti a Padova, tuttavia la fascia delle 20 da Mestre a Padova risulta scoperta, e la domenica il flusso dei viaggiatori è davvero imponente.
Il risultato è che i moltissimi viaggiatori – pendolari, che al domenica ritornano o dal mare (d’estate) o a Padova per motivi di studio, arrivati alle 19.38 a mestre, trovano ben tre treni con supplemento (leggi: il biglietto costa il doppio) per Padova, ma il primo interregionale parte alle 20.16, con un ritardo cronico e ingiustificato (tenendo conto che tale treno parte da Venezia) variabile tra i 10 e i 20 minuti, ritardo che si ripercuote puntualmente sul regionale per verona che lo segue. Il risultato è che il sottoscritto due sabati fa partendo alle 18.54 da Portogruaro, è arrivato a Padova alle 20.56 . Ovvero, due ore per percorrere 86km , alla velocità commerciale di poco più di 45km/h , su linee a doppio binario elettrificate. La mancanza di un treno senza supplemento (i due intercity , l’Udine-Roma “Canova” ed il famigerato Trieste-Napoli “Miramare”, oltre ad essere più cari di circa l’80% , non hanno tempi di percorrenza migliori degli interregionali ed anzi sono spesso in ritardo il venerdì e la domenica – per quanto riguarda la pulizia dei treni intercity guardate la foto qui sopra) che dal Friuli prosegua per Padova e viceversa almeno il venerdì e la domenica, si fa sentire. Perché non consentire almeno ai viaggiatori diretti a Padova, di salire sull’intercity per milano in partenza da mestre alle 20.04, senza il pagamento del supplemento ?

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Le esportazioni e la capacità di competere europee sono danneggiate da un tasso di cambio troppo forte? L’euro è davvero sopravvalutato?

Non è facile rispondere. Usando un po’ di teoria economica elementare, ci si può chiarire le idee, anche se la risposta che daremo solleva altri interrogativi.
Procediamo con ordine.
Il tasso di cambio reale (REX) è un indicatore della competitività internazionale di un paese. REX fa ciò misurando il prezzo relativo delle merci provenienti da paesi diversi e calcolati in una stessa valuta. Prendiamo gli scambi tra due aree, l’Europa e gli Stati Uniti. In questo caso, il tasso di cambio reale è dato dal rapporto tra il prezzo in euro delle merci europee (PUE€) e il prezzo in dollari di quelle americane (PUSA$) moltiplicato per il tasso di cambio nominale dollaro/euro (EX$/€). Ossia:

REX = (PUE€ /PUSA$) x EX$/€

La competitività dipende quindi da due fattori: il prezzo reale (relativo) e il tasso di cambio nominale. Quando il tasso di cambio reale aumenta, la competitività delle merci europee si riduce e viceversa.
Supponiamo che il tasso di cambio nominale sia di 1.5 dollari/euro (superiore alla quotazione corrente) e che un paio di jeans costi 40 € in Europa e 50 $ negli Usa. In questo caso il tasso di cambio reale è pari a 1.2. Infatti, il prezzo relativo dei jeans europei rispetto ai jeans americani è di 1.2 sia se lo esprimiamo in dollari (60$/50$), sia che lo esprimiamo in euro (40€/33€). Supponiamo ora che l’euro si deprezzi rispetto al dollaro (che si rafforza), e che il tasso di cambio nominale scenda, per esempio, a 1.2 $/€ (grossomodo la quotazione corrente). In tal caso i jeans europei diverrebbero più competitivi – il tasso di cambio reale sarebbe pari a 0,96 (48$/50$ = 40€/41.7). Ovviamente, i jeans europei diverrebbero più competitivi, a parità di cambio nominale, se il prezzo reale si abbassasse. In ogni caso, quando il tasso di cambio reale è maggiore di 1, si dice che una moneta è sopravvalutata e viceversa che è sottovalutata quando REX < 1.
Di questi tempi, molti esportatori europei, ed italiani in specie, si lamentano del fatto che l’euro è troppo alto rispetto al dollaro e che ciò danneggia le esportazioni dell’Europa nel resto del mondo. Per capire se queste lagnanze sono fondate dovremmo sapere di quanto è sopravalutato, se lo è, l’euro. Poi, sappiamo che la competitività dipende, oltre che dal tasso di cambio nominale, anche dal prezzo reale, che a sua volta dipende dal costo unitario di produzione relativo tra le due aree. Allora bisogna capire i) se l’euro è effettivamente sopravvalutato rispetto al dollaro e di quanto; ii) se i costi unitari di produzione registrano differenze significative.

Gli economisti hanno elaborato una teoria, la teoria della parità del potere d’acquisto (PPP, Purchasing Power Parity), la quale riflette l’idea che il prezzo di una valuta (il tasso di cambio nominale) ne dovrebbe rispecchiare il potere d’acquisto. La PPP indica il valore che il tasso di cambio nominale dovrebbe assumere per mantenere invariato nel tempo il tasso di cambio reale, ovvero il tasso di cambio nominale che renderebbe pari ad 1 il tasso di cambio reale, perequando il prezzo (espresso in un’unica valuta) di una merce nelle due aree.
L’esperienza, soprattutto la storia degli ultimi 30 anni, mostra che i tassi di cambio si sono spesso allontanati da questo standard. Tuttavia come tendenza di lungo periodo la teoria fornisce una guida affidabile; in altre parole, anche se nel lungo periodo ogni valuta finisce per riflettere il suo potere d’acquisto, possono essere necessari da 3 a 5 anni prima che un tasso di cambio (nominale) sbilanciato converga verso il livello d’equilibrio sancito dalla PPP (e non è detto che la convergenza sia completa).
In ogni caso possiamo usare il tasso di cambio reale e la PPP per fare delle inferenze sull’allineamento dei tassi di cambio e per capire quanto una valuta si discosti dal suo potere d’acquisto, risultando o sopravvalutata o sottovalutata, e quindi quali possano essere le tendenze sottostanti.
Dal 1984 l’Economist calcola la PPP per un gran numero di tassi di cambio usando l’hamburger Big Mac come merce di riferimento. Le ultime statistiche compilate dal settimanale inglese indicano che in effetti l’euro è sopravvalutato. Un Big Mac costa in media 2.92 € nella zona dell’euro e 3.06$ negli Stati Uniti. Poiché attualmente il tasso di cambio nominale $/€ è pari a circa 1.22 (ossia occorrono 1.22 dollari per acquistare 1 euro), il tasso di cambio reale calcolato per il Big Mac è maggiore di uno e pari a 1.16. Nei paesi che adottano l’euro, un Big Mac costerebbe 3.56 dollari: l’euro sembra effettivamente sopravvalutato di circa il 16%. Con questi valori il tasso di cambio nominale che renderebbe eguale il prezzo del Big Mac nelle due regioni sarebbe poco maggiore di uno (pari a 1.05$). Gli indicatori calcolati dall’Economist per tutte le altre numerose valute, mostrano un notevole dis-allineamento dei tassi di cambi nominali. Ai tassi correnti, la polpetta MacDonalds “costa” solo 1.27$ in Cina – la cui valuta è la più sottovalutata del mondo (-59%, ma anche lo yen è sottovalutato del 23%) – e la bellezza di 7.40$ in Kuwait, il paese con il cambio più sopravvalutato (+142%). In Europa, la sterlina risulta un po’ meno sopravvalutata dell’euro rispetto al dollaro (+12%), ma assai di più lo sono i cambi del franco svizzero (+65%), della corona danese (+50%) e di quella svedese (+36%).
Per la verità, la PPP ci direbbe esattamente di quanto una moneta è sopra(sotto)-valutata se le merci scambiate fossero prodotte usando esclusivamente input che possono essere facilmente scambiati sui mercati internazionali e se non ci fossero barriere commerciali, costi di trasporto e differenze nei regimi fiscali. Ma non è così. Anche se il peso di questi ultimi fattori si è notevolmente ridotto con la globalizzazione, lo stesso prezzo di un prodotto semplice come il Big Mac riflette le differenze nel costo di due fondamentali input che non sono (facilmente) scambiati internazionalmente: il lavoro e il locale (lo spazio occupato dal ristorante). Mentre i prezzi degli “ingredienti” del Big Mac scambiati internazionalmente (come la cipolla ad esempio) convergono rapidamente verso i valori implicati dalle parità del potere d’acquisto, lo stesso non avviene per il costo del lavoro (salari) e le altre componenti non-traded, che pesano per circa il 65% nella formazione del prezzo di un Big Mac. Per quanto riguarda il costo del lavoro, a contare non è solo il salario nominale ma anche la produttività del lavoro (il costo del lavoro unitario: tasso del salario meno tasso di variazione della produttività).

A questo riguardo l’Economist fa dell’ironia – l’abituale ironia all’inglese che in questo caso deve indurre alla riflessione: «Gli Italiani amano il caffè forte e il cambio debole…Ma hanno ragione di lamentarsi…[che] l’euro è sopravvalutato?…Visto in questa luce, il nostro indice dà poco conforto alle critiche italiane sulla moneta unica. Se l’euro compra meno polpetta di quanto dovrebbe, forse è da biasimare la rigidità dei salari piuttosto che la forza della moneta».