Il diario di Fable

Se tre persone si scambiano un euro, ciascuno avrà un euro, se però si scambiano un'idea, alla fine tutti avranno tre idee.

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Una splendida veduta dei faraglioni a Vieste (FG)
Una splendida vacanza ma dei servizi (servizi ? ) di trasporto pubblico locale da quarto mondo. Un breve reportage della nostra avventura senza auto a Vieste nel 2004 è stata pubblicata sul quotidiano locale “la Voce di Vieste”, disponibile anche in rete, a pagina 2.

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di Michele Serra

QUATTRO ore tonde per percorrere, di sera, i duecento chilometri tra Milano e Bologna, alla media (di anteguerra) di cinquanta all’ora, smanettando sull’autoradio alla ricerca impervia delle notizie sul traffico, schiacciati tra mandrie impressionanti di camion, sfilando a passo d’uomo lungo cantieri interminabili e quasi sempre deserti, rimuginando (con l’iracondia che fa velo all’affetto) su questo Paese sdrucito, ansante, rassegnato.

Come i vecchi quando invecchiano male.

Mi è accaduto l’altra sera ma è tutt’altro che un’eccezione, mi è accaduto infinite altre volte, a tutte le ore del giorno, in tutte le stagioni dell’anno, su questa tratta rettilinea, apparentemente “facile”, senza gallerie e curve, che infila per lungo una delle lande più ricche del mondo, e che è diventata, negli anni, una spietata parodia di autostrada. La domanda più ovvia diventa anche la più ardua: perché?

Perché da cinque anni (cinque!!), tra Modena Nord e Bologna, i lavori per la quarta corsia riducono l’Autosole a un pazzesco budello (due corsie, una corsia, tappo con quattro-cinque chilometri di coda anche di notte)? Perché i lavori dell’alta velocità ferroviaria, attigui all’autostrada, più altre misteriose opere in corso, hanno trasformato il rettilineo tra Reggio Emilia e Milano in una sequenza di perfide e improvvise chicanes, con righe gialle e righe bianche che si sovrappongono con criteri arcani, creando specie di notte un effetto-traveggole micidiale, tra filari di cappelli da mago spesso sfrittellati dai camion, muraglioni sghembi di spartitraffico in cemento, continui cambi di corsie? Come è possibile che un lungo nastro rettilineo assuma l’aspetto tipico delle autostrade di valico, o di un parco di divertimenti per amanti dell’autoscontro (manca solo un toboga, il resto c’è tutto)? Come mai nei cantieri, tre volte su quattro, non vedi mai nessuno che lavora, e macchine asfaltatrici ferme, e gru pencolanti nel buio, con una sensazione da day-after, o da day-before, che sembra alludere a un abbandono forzato del posto di lavoro da parte di maestranze terrorizzate dall’arrivo di Godzilla, o da un virus alieno, o dalla guerra nucleare?

A cosa serve un servizio pubblico come Isoradio, dal segnale agonizzante per lunghi tratti (come tutte le stazioni di Radiorai, per altro, lasciate allo sbando nella folle giungla delle frequenze), e spesso del tutto assente nelle arterie che portano alle autostrade, cioè proprio laddove servirebbe sapere in anticipo le condizioni del traffico? Ci sono pezzi di Italia (per esempio la provincia di Livorno) dove Isoradio è totalmente sopraffatta da una radiolina locale urlante, e così accade in molti altri luoghi: ma le frequenze di un servizio pubblico non dovrebbero essere protette? Oppure è normale che uno cerchi di sapere in che condizioni è la strada davanti a lui, e invece sia costretto a sentire che Gigio dedica a Monica (dio li strafulmini entrambi) un brano dei Subsonica?

Perché, dopo trent’anni (due generazioni) che si indica l’esorbitante numero dei camion come uno dei problemi infrastrutturali più gravi del paese, i camion sono aumentati a dismisura, e non si riesce a far viaggiare su rotaia le merci, e ad ogni ribaltamento di Tir si blocca mezzo paese per mezza giornata? (L’altra sera era un camion di mangimi: ci si rallegrava, tra gli ingorgati, che per una volta non fosse roba chimica, e veniva voglia di sfamarsi con le granaglie sparse sull’asfalto, per ingannare il tempo). E’ così inaudito, così impossibile programmare davvero, dopo decenni di chiacchiere e lamenti, una riforma del traffico-merci?

E perché i giornali italiani dedicano più spazio alle polemiche (freschissime!) sul patto Molotov-Ribbentrop, e se siano stati più cattivi i fascisti o i comunisti, e così poco spazio a questo assurdo ristagno della politica vera, quella che decide, che indirizza, che cambia?

Tutte queste domande, in quattro ore di tempo, hanno lo spazio mentale per sedimentarsi, e diventare un quasi doloroso grumo di impotenza. Perché le risposte, probabilmente, sono troppo difficili, o sono molte più di una, o sono impronunciabili perché indicherebbero responsabilità troppo gravi, o conflitti di competenza troppo delicati.

Magari in Italia ci vogliono cinque anni, per fare una quarta corsia in un tratto di pianura, perché qualcuno non vuole farsi espropriare il suo orto di patate e ha fatto ricorso al Tar. Magari non si lavora di notte, in cantieri fatti apposta (in tutto il mondo) per lavorare di notte, a causa di qualche complicata grana sindacale, o perché costa troppo, o perché nessuno si incarica di far rispettare tempi di consegna che dovranno pure esistere, in calce a qualche contratto. E magari le radioline private soffocano Isoradio perché in ogni contrada c’è un onorevole protettore della radio di suo cugino, o peggio perché non gliene frega niente a nessuno, di Isoradio, tanto è un servizio pubblico. E magari nella faccenda dei camion nessuno mette seriamente le mani perché prima c’era la Fiat che tirava forte, e doveva vendere tanti Iveco, e oggi c’è la Fiat che non tira per niente, e deve vendere tanti Iveco.

Non so, non giudico, nemmeno mi aspetto risposte precise e convincenti. Semplicemente prendo atto. Pago il pedaggio, ascolto la radio che riesco ad ascoltare, metto a profitto le soste forzate per telefonare, leggere i giornali, mi sono abituato a riconsiderare l’autostrada un po’ come un traghetto, tempi lunghi, braccia conserte, niente fretta e guardare il mare – nel mio caso, facendo di necessità virtù, guardare il profilo degli Appennini, i campi, i frutteti, i casolari, il poco che rimane della pianura padana che è così bella quando è bella, cioè molto di rado.

E non bisogna neanche lamentarsi troppo, in fondo. Peggio che a me, pochi giorni fa, è andata a quattro preti in gita, che per colpa di uno degli infiniti cantieri-imbuto (Piacenza Sud) hanno fatto a sportellate con un’altra macchina e sono finiti a muso in giù dentro un fossato, poveri quattro preti, a rendere l’anima al creatore. Al quale avranno chiesto, magari, perché si deve crepare così, stupidamente, magari per qualche settimana di ritardo nella rappezzatura di una corsia, o per qualche cappello da mago dimenticato qualche ora di troppo, come il misterioso segnaposto di un lavoro virtuale, in un paese sempre più virtualmente ricco e moderno, sempre più quotidianamente sfasciato, stracco, indifferente.

(30 maggio 2005)

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Provata stamattina….di una maneggevolezza incredibile !
Aprilia 650 pegaso strada

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Come è fatto un motore a quattro tempi
1) condotto di aspirazione

2) valvola di aspirazione

3) camma

4) pistone o stantuffo

5) fasce elastiche

6) fascia raschia olio

7) cilindro
8) camera di scoppio o di combustione

9) candela

10) biella

11) manovella

12) valvola di scarico

13) condotto di scarico

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Ok. Non ci siete mai stati. Capita. Non avete mai messo piede in una delle più belle feste d’Italia. Succede. sono entrato in possesso di un video registrato da una tramissione televisiva che mostra quasi tutte le serate più belle a Reggio Emilia e al Cocoricò di Riccione. Bellissimo, ma catturato da cani. Devo assolutamente deinterlacciarlo, ma non so nulla in materia. Ho trovato un sito davvero ben fatto, questo. Al più presto mi metterò all’opera. Speriamo bene .
Una foto del DSquared2 party a le folies de pigalle

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Un carabiniere deve portare un carcerato da una prigione all’altra.
Mentre stanno camminando si mette a piovere, allora il carcerato si ferma e dice: “senti se vuoi aspettami qui che vado a prendere l’ombrello”; e il carabiniere risponde: “sei bravo tu, non sono mica un pirla, così scappi…. aspetta qui che vado io a prenderlo !!”

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ROMA – Dopo la divulgazione del rapporto sulle malformazioni a carico dei topi alimentati con mais transgenico, al centro della bufera è finita l’Agenzia europea per la sicurezza alimentare (Efsa). Ieri l’Efsa ha dichiarato di aver dato il suo giudizio favorevole dopo aver letto lo studio sulle malformazioni e di considerare, ciò nonostante, “il mais Mon 863 sicuro come quello tradizionale”. Secondo l’Efsa, i dati forniti dalla Monsanto, l’azienda produttrice, sono sufficienti.

“Finché si continuerà a chiedere all’oste se il vino è buono sarà difficile sentirsi dire che è cattivo”, obietta la senatrice verde Loredana De Petris. “L’authority europea lavora solo sui dati che le industrie biotech le mettono a disposizione. E i ricercatori indipendenti non hanno a disposizione i fondi per condurre studi in grado di verificare l’attendibilità delle assicurazioni di parte industriale. Noi chiediamo più ricerca, ma che sia una ricerca al servizio dei cittadini e al di sopra delle parti”. Sulla stessa posizione ci sono tutti i gruppi ambientalisti, dalla Legambiente (“Siamo di fronte a una vera e propria omertà da parte delle lobby della biotecnologia, la diffidenza degli europei è più che motivata”) ai Vas (“Ci vuole un’inchiesta pubblica sull’operato dell’Efsa”).

Inoltre Greenpeace – ricorda Federica Ferrario, responsabile della campagna ogm – aveva chiesto alle autorità competenti in Germania e in Svezia di rendere noti i documenti scientifici in base ai quali si era chiesta l’autorizzazione alla commercializzazione del mais transgenico. In entrambi i casi la Monsanto si era opposta facendo ricorso ai giudici. “La ricerca comprendeva elementi che avrebbero potuto danneggiarci presso la concorrenza”, ribattono alla Monsanto. “Ma le autorità scientifiche erano state informate, il rapporto non era segreto”.

Intanto in Italia un altro studio va in direzione simile a quello che ha fatto scoppiare il caso Efsa. Una ricerca condotta dalle Università di Camerino e di Pavia su topi alimentati con soia ogm ha fatto riscontrare delle anomalie. “Abbiamo messo a confronto due gruppi di topi”, spiega una delle ricercatrici, Manuela Malatesta. “Il primo gruppo è stato sottoposto a una dieta che comprendeva un 14 per cento di soia transgenica, il secondo aveva un’alimentazione standard. Nel primo gruppo sono state riscontrate al microscopio elettronico modificazioni al fegato, ai testicoli e al pancreas dei topi. Cambiando l’alimentazione gli organi tornavano normali”.
(a. cian.)

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Un giorno, mentre cammina per la strada, una donna manager di grande successo, Responsabile delle Risorse Umane in una grande azienda, viene tragicamente investita da un camion e muore. La sua anima arriva in paradiso e incontra San Pietro:
- Benvenuta in paradiso! – dice San Pietro – Prima che tu ti sistemi, però, dobbiamo risolvere un problema perché sei la prima Responsabile delle Risorse Umane ad arrivare qui e perciò non sappiamo ancora quale sia la migliore sistemazione per una manager del tuo tipo.
- Nessun problema, fammi entrare! – dice la donna.
- Beh, mi piacerebbe, ma dall’Alto ho l’ordine preciso di farti passare un giorno all’inferno ed uno in paradiso, così poi tu potrai scegliere dove stare per l’eternità. Come vedi ti viene concesso un grande privilegio.
- Di fatto, ho già deciso. – precisa la don na – Preferisco stare in paradiso.
- Mi spiace, ma l’ordine è quello che ti ho detto.
E così San Pietro accompagna la manager all’ascensore e va giù, giù, sino all’inferno.
Le porte si aprono e si trova nel bel mezzo di un verde campo da golf. In lontananza un country club e davanti a lei gli amici-colleghi manager che avevano lavorato con lei, tutti vestiti in abito da sera e molto contenti.
Corrono a salutarla, la baciano sulle guance e ricordano i bei tempi. Giocano un’ottima partita a golf e poi la sera cenano insieme al country club con aragosta e caviale. Incontra anche il Diavolo, che di fatto è un tipo molto simpatico cui piace raccontare barzellette e ballare. Si sta divertendo così tanto che, prima che se ne accorga, è già ora di andare. Tutti le stringono la mano e la salutano mentre sale sull’ascensore.
L’ascensore va su, su, e si riapre al cancello del paradiso dove San Pietro la sta aspettando.
- Adesso è ora di passare un giorno in paradiso.Così la donna passa le successive
24 ore passeggiando tra le nuvole, suonando l’arpa e cantando dolci melodie.
Le piace molto e, prima che se ne accorga, le 24 ore trascorrono e San Pietro viene a prenderla.
- Allora, hai passato un giorno all’inferno e uno in paradiso. Adesso devi scegliere dove stare per l’eternità!
La donna riflette un attimo e poi risponde:
- Beh, non l’avrei mai detto, voglio dire, sì il paradiso è bellissimo, ma, alla fin fine, mi sono trovata meglio all’inferno!
Così San Pietro la scorta fino all’ascensore e ancora va giù giù giù, all’inferno.
Quando le porte dell’ascensore si aprono si trova in un’immensa terra desolata, ricoperta di sterco e rifiuti di ogni genere. Vede i suoi amici lerci, vestiti di stracci, curvi a raccogliere lo sterco ed i rifiuti e a metterli in sacchi neri. Il Diavolo la raggiunge e le mette un braccio sulla spalla.
- Non capisco… – balbetta la donna – Ieri qui c’era un campo da golf, un country club; abb iamo mangiato aragosta, danzato; ci siamo divertiti molto. Ora c’è una terra desolata, piena di sterco e i miei amici sembrano dei poveri miserabili!
Il Diavolo la guarda e, sorridendo, le dice:
- Ieri ti stavamo assumendo. Oggi fai parte del personale…

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Non è importante che si usi una Bic o una stilografica Mont Blanc, l’importante è poter scegliere cosa scrivere

(Autori vari)

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Da Il Mattino di Padova del 18 maggio 2005

I problemi nascono anche dai nomi che si attribuiscono alle cose. Omosessualità, termine di evidente natura scientifica, viene utilizzato correntemente per indicare le persone gay e lesbiche. Ma riduce una persona solo alla sua vita sessuale.

Ed è forse questo l’errore commesso nel collegare la drammatica vicenda di Alessandro Romito, alla vita e alla storia della comunità omosessuale.

Qualcuno recentemente ha coniato il termine, forse un po’ più corretto, di «omoaffettività», perché si evidenzi l’aspetto affettivo, quello delle centinaia di migliaia di coppie omosessuali in Italia che si amano e vivono insieme, assistendosi e aiutandosi reciprocamente. Proprio ieri, 17 maggio, ricorreva la giornata mondiale contro l’omofobia, termine con cui si indica la paura ossessiva verso l’omosessualità e in generale verso le diversità. Questa sì, una malattia. Un atteggiamento che ancora oggi porta purtroppo nel nostro Paese a gesti di violenza e aggressione nei confronti di molti gay e di molte lesbiche. Qualche settimana fa due ragazzi che si tenevano mano per mano in via del Corso, nel centro di Roma, sono stati aggrediti e picchiati da una squadra di violenti. Spesso a causare questo tipo di atti e di violenze è la condanna sociale dell’omosessualità, una condanna che esiste ancora, anche quando non si presenta in forme di violenza.

Il tema portante di tutto il ragionamento è quindi il pregiudizio, costruito e alimentato nei secoli contro le persone considerare «diverse», per giustificare un modello unico e dominante nella società. Le battaglie, condotte con fatica e pagando molte volte prezzi altissimi, per la visibilità e l’accettazione sono servite a sconfiggere e a sciogliere le bende del pregiudizio. Un pregiudizio che, proprio perché secolare, è difficile da sconfiggere. Spesso, alla base di tutto, sta la non conoscenza della comunità omosessuale, una realtà che fatti come quello del delitto di Noventa contribuiscono ad annebbiare.

Oggi però la realtà è diversa rispetto a molti anni fa. Oggi milioni di persone nel nostro Paese non si nascondo, non vivono una doppia vita, non vivono il sesso in maniera «compulsiva» (termine che ricado dalla lettura di questo giornale, edizione di ieri). Milioni di persone nel nostro Paese vivono naturalmente da gay e lesbiche: felici, sereni e orgogliosi. Ma, anche in una società moderna e libera, se viene messa in atto una campagna d’odio nei cofronti della minoranza omosessuale, il pregiudizio riemerge. Proprio perché è un aspetto latente della nostra società.

Lo scenario in cui è maturato il delitto di Alessandro Romito, quel mondo difficile e pericoloso del sesso sugli argini e della prostituzione, è il «nostro» mondo. E’ il mondo di tutti: eterosessuali e omosessuali. Ancora una volta usare il termine «mondo gay» non aiuta: neanche se gli omosessuali fossero abitanti di un altro pianeta. Le stesse scene, le stesse modalità, gli stessi pericoli riguardano analoghi luoghi d’incontro e di ricerca di sesso eterosessuale. I luoghi del degrado nascono da una società ormai sempre più spersonalizzata, attenta più alle relazioni «sessuali» che a quelle «personali», quella società che crea ghetti, barriere e sensi di colpa. Una società che si va atomizzando, lasciando ogni persona sola nelle sue difficoltà. Il rispetto per tutti e il riconoscimento di legami, unioni e sentimenti, come chiede a gran voce la comunità omosessuale, sono certamente degli antidoti a tutto ciò.

Alessandro Zan