Il diario di Fable

Se tre persone si scambiano un euro, ciascuno avrà un euro, se però si scambiano un'idea, alla fine tutti avranno tre idee.

Visualizza gli articoli pubblicati sotto marzo 2005

No Gravatar

Ci sono modi e modi di vivere il proprio lavoro….quello del tecnico è un mestiere un po’ particolare, perchè il tuo lavoro è risolvere problemi …. computer che non si accendono, stampanti che non stampano, letttori che non leggono, e così via. E così quando i nostri utenti ci chiamano, spesso sono arrabbiati: noi non c’entriamo, e lo sappiamo, ma non è colpa loro se non sono di buon umore quando ci parlano.
C’è una lodevole eccezione, una nostra collega napoletana, della sede di via Portogallo, che mi ha scritto questa mail…devo dire che sarà un piacere farle avere, domani, una stampante nuova…bisogna premiare la simpatia, in un mondo dove lo standard è la smorfia ed il fastidio. Brava Annamaria!
——-
Sono stati celebrati oggi pomeriggio – alla presenza di pochi intimi (io e io) – i funerali della mia stampante LASERJET 4000
che non ha più nulla del suo ridondante nome … nè “laser” … nè tantomeno “jet”!!!!!
Tempi lunghissimi (per ogni foglio, prima si “tace” e poi si riprende non riuscendo a stampare due / tre fogli “di seguito”!), fa un rumore da camion (ma questo, forse, perchè è appoggiata direttamente sulla scrivania…..), segnala inceppamento carta: apro vassoio… apro coperchio … premo bottone verde …. e vai…. verso un’altra segnalazione di inceppamento carta!!!! e il bello è che la carta non è inceppata, non ci sono fogli a metà strada.
Penso che sia ora di consentirle il pensionamento. (o magari lo consentite a me e vi tenete lei …………..!)
Scherzi a parte (se non ci scherzavo un pò su, per come sta andando oggi pomeriggio, vi arrivava per “via aerea” in Via Po) è necessario intervenire a cambiarla. mi fate sapere qualcosa? Grazie grazie grazie

No Gravatar

da www.repubblica.it di oggi:

Pechino risponde alle accuse del Dipartimento di Stato sui diritti umani
e diffonde un durissimo rapporto sulla situazione negli Stati Uniti
“America violenta e razzista”
In un dossier la vendetta cinese
Nel documento accuse su povertà, aids, criminalità e discriminazioni
Non è una raccolta di slogan, ma di dati attendibili attinti da fonti ufficiali
dal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINI

Detenuti nel carcere Usa di Guantanamo
PECHINO – Stufa di essere bacchettata ogni anno dal rapporto del Dipartimento di Stato Usa sui diritti umani, la Cina ha deciso di restituire la cortesia. Il governo di Pechino pubblica una pagella sul rispetto dei diritti umani nell’unico paese assente dal rapporto americano: gli Stati Uniti. Il New York Times reagisce seccato. In un articolo intitolato “La Cina dà l’insufficienza all’America”, sostiene che “invece del sobrio studio del Dipartimento di Stato, questo è un atto di accusa e dipinge una caricatura dell’America”.

Ma chi va a leggersi il rapporto cinese in versione integrale (vai al sito) in realtà rimane sorpreso per il motivo opposto: la sua attendibilità. Lungi dall’essere infarcito di slogan di propaganda antiamericana, è costruito attingendo a fonti ufficiali, spesso lo stesso governo di Washington. Elenca una serie di dati incontestabili – dal boom della popolazione carceraria alle ingiustizie razziali, dalla violenza privata alla piaga della povertà minorile – che potrebbero fornire la sceneggiatura del prossimo film di Michael Moore.

Alla fine i cinesi fanno centro: l’immagine degli Stati Uniti come la patria delle libertà, e la loro pretesa di dare i voti al resto del mondo sui diritti umani, ne escono malconce.

Il rapporto, intitolato Human Rights Record of the United States 2004, è suddiviso in sei capitoli: diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza personale; libertà politiche; diritti economici, sociali e culturali; discriminazioni razziali; diritti della donna e del bambino; diritti umani dei cittadini stranieri.

Nel primo capitolo viene ricordato, per esempio, che ogni anno 31.000 americani sono uccisi (in media 80 al giorno) e 75.000 sono feriti da armi da fuoco. Sono per lo più vittime innocenti di una società armata fino ai denti, dove il 41,7% degli uomini e il 28,5% delle donne hanno un’arma da fuoco in casa.

Le statistiche del Dipartimento di giustizia americano dipingono anche una polizia dal grilletto facile, e non solo con fucili e pistole. L’ultimo trend che preoccupa la magistratura americana è l’uso indiscriminato dei Taser da parte dei poliziotti: pistole che lanciano una scarica elettrica, hanno fatto 80 morti dalla loro introduzione come armi d’ordinanza nel 1999. E’ sempre il Dipartimento di giustizia Usa a confermare che l’America ha in proporzione la più alta proporzione carceraria del mondo: si è sestuplicata in vent’anni, da 320.000 a due milioni di prigionieri.

La frequenza di errori giudiziari è elevata. La costruzione di nuove carceri procede implacabile: la California negli ultimi vent’anni ha inaugurato una sola nuova università e 21 istituti di pena. Le prigioni sono il secondo datore di lavoro dopo la General Motors. Il capitolo sulle libertà democratiche si apre con un’analisi (sempre riportata da fonti americane) del ruolo corruttore del denaro nelle campagne elettorali: 4 miliardi di dollari quella del novembre 2004.

Una citazione va anche al problema – molto sentito dalla stampa americana – dei giornalisti perseguiti per non aver voluto rivelare le proprie fonti, o dei reporter stranieri respinti alla frontiera per le nuove normative post-11 settembre.

La discriminazione razziale? Il patrimonio medio di una famiglia bianca è 15 volte quello di una famiglia di neri. Le persone di colore e le minoranze etniche compongono il 70% della popolazione carceraria. Parità fra i sessi? Lo stipendio medio della donna americana è l’81% di quello maschile. Il numero di cittadini che vivono sotto la soglia della povertà ha raggiunto i 36 milioni, in aumento di 1,3 milioni in un anno. Venti milioni di bambini vivono in famiglie sotto il livello di sussistenza, e ogni anno 400.000 minori finiscono vittime dell’industria della prostituzione.

Il rapporto include gli scandali più recenti che hanno avuto come vittime cittadini stranieri: i documentati casi di torture di prigionieri nelle carceri di Guantanamo e di Abu Ghraib, incluse le sevizie sessuali, in violazione della Convenzione di Ginevra. Un orrore su cui ancora sono aperte diverse indagini giudiziarie, e che ha macchiato l’immagine degli Stati Uniti nel mondo.

In quanto alle guerre “di liberazione”, i cinesi ricordano che l’invasione dell’Iraq ha fatto 100.000 vittime civili, in larga parte donne e bambini. Nonostante queste performance, conclude il rapporto di Pechino, il governo americano ogni anno si erge a giudice del mondo intero, assegnando una pagella sui diritti umani a 190 paesi.

Naturalmente il rapporto cinese, pur costruito a regola d’arte, è pieno di ironie involontarie. Il lungo capitolo dedicato alle note disfunzioni dei seggi elettorali americani (dalla Florida in poi) ci ricorda che a Pechino il problema è stato risolto alla radice evitando che i cittadini possano eleggersi i propri governanti. La difesa dei diritti dei giornalisti americani viene da un paese che ha il record di giornalisti in carcere (incluso un cronista cinese del New York Times).

Brillano anche certe lacune nell’istruttoria anti-Usa. Non vengono menzionati i “bracci della morte” nelle carceri americane, forse perché in Cina si eseguono più condanne capitali che in tutto il resto del mondo: per mantenere i giovani sulla retta via, ci portano ad assistere anche le scolaresche. Manca un’analisi accurata del Patriot Act e del regresso nelle tutele degli imputati americani dopo l’11 settembre, ma in Cina la polizia ha poteri illimitati e il giro di vite americano deve essere passato inosservato.

A questo Human Rights Record of the United States si può rispondere ribaltando l’accusa dei cinesi: da che pulpito viene la predica. L’Alta Commissione delle Nazioni Unite per i diritti umani, dopo aver visitato la Cina nel settembre 2004, ha pubblicato nel febbraio 2005 un rapporto in cui descrive il ricorso sistematico ai lavori forzati, ai campi di rieducazione e agli ospedali psichiatrici per colpire “coloro che si oppongono al partito comunista”. Ha denunciato l’uso indiscriminato e generico di concetti come “turbativa dell’ordine pubblico” o “danni alla sicurezza nazionale” per imprigionare cittadini per motivi politici. Ha messo sotto accusa un sistema che persegue penalmente persone colpevoli solo di voler “esercitare in modo pacifico i loro diritti sanciti dalla Dichiarazione universale dei diritti umani”.

Ma la pubblicazione a Pechino di un rapporto annuo sulle libertà in America è interessante a prescindere dalle pessime credenziali degli autori. E’ un gesto indicativo del nuovo rapporto di forze che sta segnando il mondo: ormai solo la Cina può permettersi il lusso di un simile sberleffo. E’ una Cina consapevole della sua forza economica, sempre più nazionalista, sempre meno disposta a subire sermoni dall’America.

Una conferma del nazionalismo si è avuta in occasione della visita di Condoleezza Rice. I mass media cinesi avevano accuratamente censurato dai resoconti dei suoi discorsi i passaggi sui diritti umani, le libertà e la democrazia in Cina. Ma le notizie filtrano lo stesso. Risultato: all’indomani i siti Internet e i forum online dei giornali erano pieni di invettive dei lettori contro le “ingerenze” della Rice.

D’altra parte la contro-lezione cinese sui diritti umani tocca un nervo scoperto in America (come dimostra la reazione del New York Times) proprio perché viene da lei, dalla nuova rivale, dalla sfidante al titolo per l’egemonia mondiale.

(30 marzo 2005)

No Gravatar

Io per fortuna ce l’ho.

dal film “Hitch- lui si che capisce le donne” , visto al Cinecity di Pradamano poche settimane fa

No Gravatar

da www.repubblica.it di oggi

Sun, Annette, Spiro: sono 18 mila gli statunitensi
condannati a morire ogni anno senza cura
Poveri, vecchi e bambini
le Schiavo che la tv non vede
dal nostro inviato VITTORIO ZUCCONI

Manifestazione per Terri Schiavo
Ma quante Terri muoiono in silenzio, lontane dai megafoni che conclamano inflessibili il “diritto alla vita”? È pietà vera, questa dei politici americani scesi in campo a fianco di frati, predicatori, teologi sinceri e dolenti, o opportunismo ipocrita e parassitico costruito sulla via crucis d’una donna? “Se dobbiamo sbagliare, dobbiamo sbagliare dalla parte della vita”, dice Bush ed è impossibile non essere d’accordo.

La sua appare come una posizione nobile, di principio, disinteressata. Ma ha provocato un collasso nella sua popolarità, scesa al minimo storico per lui del 45% di approval, facendo quello che neppure il calvario dell’Iraq aveva fatto, perché molti devono avere capito quanto peloso sia il pietismo di questi “neo Samaritani”. Terri occupa gli schermi della tv da mattina a sera, invade l’anima di chi non sia sordo o disumano, ma nessuno parla di Sun, di Annette, di Spiro, o dei 18mila americani senza nome e senza soldi condannati a morire ogni anno per assenza di cure mediche, come calcola l’Istituto Nazionale di Medicina, un centro di ricerche non politico. Li uccideranno i 45 miliardi di dollari tagliati dalle spese per l’assistenza ai poveri, come vuole quella legge di bilancio che non ha avuto difficoltà a trovare altri 400 miliardi di dollari per il Pentagono e 80 supplementari per tenere attaccati i tubi al malato Iracheno. Demagogia di sinistra, rispondono da destra, come se non fosse demagogia di destra questa processione dietro il letto di Terri.

Ogni giorno, in migliaia di ospedali, sonde vengono staccate, macchine per la respirazione vengono spente, vite umane tagliate, senza che un fotogramma passi sui video e dunque senza che una lacrima venga spremuta alla Casa Bianca. Nessuno, tranne la madre, ha pianto o ha vegliato, martedì scorso, quando i medici del Texas hanno deciso che per suo figlio Sun Hudson non c’erano più speranze di miglioramento né di guarigione. La displasia tanatrofica, il difetto natale con il quale era nato, lo aveva costretto a sopravvivere agganciato a un respiratore perché il suo cuore e i suoi polmoni erano sottosviluppati e la legge sulla “Futilità dell’assistenza”, firmata dall’allora governatore George Bush nel 1999, dà ai medici l’autorità di decidere se sopprimerlo o continuare. Nessun altro istituto era disposto ad accoglierlo, perché la madre, una donna single e semidisoccupata, non aveva fondi propri e lo stato, a norma di legge, non avrebbe più pagato. Sam ha avuto la fortuna di morire in poche ore. Aveva cinque mesi, ma non il diritto allo scandalo.

“Assassini”, si grida attorno all’ospizio dove si consuma un’agonia che diventa la sostanza straziante, non più la forma, della sua fine. Un padre cappuccino, Paul O’Donnel, confessore della famiglia Schindler, si fa intervistare dalla Fox Television, la voce della destra, per chiedere che Jeb Bush, il governatore fratello, “mandi la Guardia Nazionale”, le truppe dello stato a salvarla contro la volontà di ormai 29 giudici locali e federali. Un golpe santo, ma un golpe non di meno.

Eppure non si mosse neppure un agente della stradale quando Annette Arrico, a Dallas, sentì un nodulo nel seno ma non andò a farsi vedere. Non aveva i soldi per il medico, lo stato del Texas aveva tagliato i fondi per lei. Quando si presentò in ospedale era troppo tardi. Annette Arrico aveva 36 anni. Non avendo soldi, non aveva “diritto alla vita”.

Terri si sta consumando. Dice la madre: “Ogni giorno qualcosa cede dentro di lei”, è forse già tardi per recuperarla. Spuntano da ogni studio esperti che diagnosticano a distanza una possibile ripresa, testimoni che giurano di averla sentita parlare (ma nessuno riferisce mai che cosa abbia detto). Il volto sorridente e paffuto di Terri bambina, Terri teenager, Terri sposa luminosa dilaga ovunque. I networks succhiano il suo sangue, che fa il miracolo dei ratings e dello share. Il Washington Post, nel pezzo che pubblichiamo qui sotto, ricostruisce la sua vita. Ricorda che l’arresto cardiaco che le devastò il cervello per anossia, per fame di ossigeno, quando aveva 26 anni, fu scatenato dall’altalena micidiale di anoressia e di bulimia, che la portava in poche settimane a guadagnare e perdere decine di chili. Era una giovane donna timida, la piccola di casa tiranneggiata dai fratelli maggiori, era ignara di amore e di mondo. Sposò il primo uomo che l’avesse baciata sulla bocca, Michael, l’infame, la bestia, il boia dell’ignobile kolossal. Maledetti giudici, ringhia la lobby della vita contro la “cultura della morte”, approfittando per chiedere, sul suo sito, contributi politici per sfruttare Terri nella campagna contro l’aborto volontario.

Ma chi vedrà mai le foto da neonato, i primi passi, i sorrisi del bambino di due anni che è morto tre giorni or sono, quando l’ospedale del Texas in cui era ricoverato ha ottenuto proprio da un giudice, in questo caso molto giusto, il diritto di togliergli la spina, contro la volontà della madre.

Terri deve essere salvata a ogni costo e ormai tutti sono condannati a cavalcare questa tigre politica che soltanto una minoranza rumorosa approva, dicono i sondaggi. L’essere diventata un simbolo ormai disumanizzato, una croce lungo la via dolorosa, ha finito per condannarla, anziché salvarla, trasformandola nel football di una partita storica, teologica e costituzionale infinitamente più grande di lei.

È quello che stanno cercando di fare i figli di Spiro Nikopoulos, che hanno ottenuto dai tribunali di Houston di rinviare la sua sentenza di morte emessa dall’ospedale che non viene più rimborsato dallo stato del Texas e dunque vuol staccare la spina. Ma quale chiesa, partito, parlamentare, presidente mobiliterà aerei, fedeli, iscritti, elettori per Spiro?

Diciottomila americani muoiono ogni anno per mancanza di assistenza sanitaria. Centocinquemila bambini, soltanto in Texas, lo Stato cristianissimo, sono stati esclusi quest’anno dall’assistenza sanitaria pubblica, per risparmiare spese (sprechi, nel gergo elettorale). Sono troppi perché possano andare tutti in tv a strapparci il cuore come Terri.

(26 marzo 2005)

No Gravatar

Il mobbing, dice Dr Masi, non che «la diretta conseguenza dell’attuale organizzazione del lavoro basata sulla competitività e la gerarchia», ma è soprattutto frutto del fatto che «nell’83% dei casi le aziende selezionano i propri collaboratori disinteressandosi alle loro attitudini. Questo significa che non danno importanza nè alla loro creatività nè alla loro felicità. Ciò che interessa alle imprese avere a disposizione dei duttili esecutori, moderatamente infelici: cioe, dei burocrati» «. E dei burucrati sono «capi quasi sempre incompetenti sopra a persone competenti». Il mobbing è quindi una necesità di difesa da parte di burocrati incompetenti nei confronti di collaboratori mediamente migliori di loro. In detinitiva l’impresa moderna è tutta basata, non su un cambiamcnto possibile, bensì su una resistenza al cambiamento anche con mezzi quali la violenza psicologica.

dal libro “Il lavoro molesto”, di Daniele Ranieri, ed. Ediesse, che sto leggendo in questo periodo, dopo aver visto il film “Mi piace lavorare”

No Gravatar

ROMA – Proteste contro la presenza del governatore Storace stamattina durante la cerimonia del 61esimo anno dall’eccidio delle Fosse Ardeatine. Il presidente della Regione faceva parte di una delegazione composta, tra gli altri, dal Presidente della Repubblica
Carlo Azeglio Ciampi, dal Ministro della Difesa Antonio Martino, dal Sindaco Walter Veltroni e il Presidente
Provincia Enrico Gasbarra.

Durante la celebrazione due esponenti dell’Associazione Nazionale Ex Deportati hanno abbandonato la delegazione: “Non doveva essere qui oggi – ha detto un membro dell’Associazione, Mario Limentani, riferendosi a Storace – offende la memoria dei poveri morti. Io sono stato 18 mesi in un campo di sterminio e sono stato torturato”. Aldo Pavia, che è anche presidente dell’ Aned, gli ha fatto eco: “Rispetto le istituzioni, in questo caso non chi le rappresenta. Sono contro la legge che mira a riconoscere i repubblichini di Salò come belligeranti, loro che hanno venduto per 12.000 lire tre persone della mia famiglia e me e mia nonna per 5.000 lire. Trovare qui Storace dopo 60 anni mi sembra semplicemente uno spot elettorale di cattivo gusto”.

Un po’ di storia
Il 23 marzo 1944 in un’azione di guerra a Roma in via Rasella, un gruppo di partigiani dei Gap uccideva 33 soldati del battaglione Bozen e ne feriva 38 facendo scoppiare una carica esplosiva e attaccando la colonna nemica con armi automatiche e il lancio di bombe da mortaioleggere. Accuratamente preparata, l’azione colpiva uno dei battaglioni specializzati in azioni di rappresaglia e faceva seguito a una serie di massacri perpetrati nei mesi precedenti dai tedeschi nelle zone intorno alla capitale ai danni di persone innocenti, spesso donne, vecchi e bambini: 18 vittime a Canale Monterano, 32 a Saturnia, 14 a Blera, 40 a San Martino, 14 a Velletri ecc.
In seguito all’azione partigiana Hitler comunicò che Roma doveva essere interamente distrutta e tutta la popolazione deportata, ma subito dopo rettificò che per la vendetta sarebbe stato sufficiente radere al suolo l’intero quartiere nel quale si era svolta l’azione. Infine Kesselring e il comandante della piazza di Roma, Kurt Maeltzer, stabilirono le modalità della rappresaglia: dieci italiani per ogni soldato tedesco ucciso. L’eccidio avvenne immediatamente e fu affidato al colonnello Herbert Kappler, coadiuvato dal capitano Priebke: il giorno dopo l’azione partigiana, 335 uomini furono uccisi alle fosse Ardeatine, ciascuno con un colpo alla nuca. La maggior parte delle vittime venne prelevata dal carcere di Regina Coeli e dal comando di via Tasso, cinquanta furono scelte e consegnate dal questore fascista Caruso.

No Gravatar

Stamattina cercavo qualche informazione sulle obbligazioni di Banca Intesa. Mi sono trovato un bellissimo opuscolo che un dipendente di banca, ha deciso di scrivere sulla sua storia personale di vessazioni subìte per aver rilasciato una intervista ad un quotidiano locale nella quale scriveva che le banche sapevano tutto dei bond argentini, Parmalat, ecc. Lettera di preavviso di sanzione disciplinare per aver “danneggiato” l’immagine della propria banca. Leggete tutto , è online a questo indirizzo. Vi cito solo alcuni pezzi:

OGGETTO: Contestazione di condotta con rilevanza disciplinare ai sensi dell’art 7 Legge 300/1970
La presente per contestarLe di aver tenuto una condotta di seguito descritta, che appare sanzionabile disciplinarmente perché contraria agli obblighi di collaborazione, fedeltà e subordinazione derivanti dal rapporto di lavoro con Lei in essere.
A pagina 3 dell’edizione del 19 gennaio 2004 del Giornale di Lecco è stata pubblicata, con grande evidenza e richiamo in prima pagina, un’intervista da Lei rilasciata, dal titolo “Caso Parmalat, il mea culpa di un bancario”.
In primo luogo Le viene contestato di aver omesso di richiedere alla Direzione Generale alcuna autorizzazione al rilascio della suddetta intervista, come inequivocabilmente imposto e più volte ribadito dalla normativa aziendale (facciamo riferimento alle Comunicazioni al personale del 19/8/1993, 14/2/1996, 4/3/1997, 12/10/1999, 3/9/2001 e alla Circolare del 24/1/2003). In secondo luogo, e soprattutto, Le viene contestato di avere rilasciato dichiarazioni, allo scopo che venissero pubblicate, contenenti giudizi fortemente critici nei confronti della generalità degli istituti di credito, ma che risultano particolarmente pregiudizievoli per l’immagine della nostra azienda e del Gruppo bancario cui appartiene: il suo intervento trae infatti la propria presunta legittimazione dall’asserita esperienza personale e la Sua identità è stata palesemente messa in primo piano, con ripercussioni facilmente immaginabili nei confronti – come minimo – della clientela delle filiali presso cui opera ed recentemente ha operato.
In terzo luogo, Lei ha fatto accenno, sempre alludendo ad un’esperienza personale, a situazioni – quali la mancata formazione del personale commerciale delle banche, o l’esistenza di direttive volte a privilegiare il conseguimento di obiettivi di redditività aziendale a scapito dei clienti, o addirittura un’intenzionale e sistematica propensione a non rendere il meglio servizio possibile alla clientela – che sono completamente infondate, contrarie alla verità oggettiva, nonché gravemente e gratuitamente lesive dell’immagine della Banca
Tutto ciò premesso, La invitiamo formalmente a presentare giustificazioni relative alla contestazione mossaLe entro il termine di 5 giorni a far data dal ricevimento della presente comunicazione.

CREDITO BERGAMASCO
……il resto, leggetelo ;)

No Gravatar

E’ necessario che tutti si mobilitino (quando verrà indetto il referendum) per bloccare la modifica della Costituzione in senso autoritario, che rischierebbe di trasformare il nostro paese, già in declino costante, in uno stato del “premier”.
Oggi ne parlavo con una collega, che non era più di tanto scossa dal fatto che in uno Stato tutte le decisioni ed i poteri facessero capo al primo ministro “eletto dal popolo” . Peccato che, non solo oggi Bush e Blair, ma anche in passato Hitler e Mussolini fossero stati eletti dal “popolo”. Finchè la stampa ed i mass media continueranno a NON fare informazione (l’80% dei treni ha circolato, secondo Trenitalia, nello sciopero di ieri dichiarato contro le mancate politiche della sicurezza – ma quasi nessun TG ne ha spiegato le motivazioni – io non ho visto passare un treno da Padova a Venezia in 6 ore , eurostar e intercity compresi) , vedi in prima pagina nei TG la scomparsa di Denise e in penutlima notizia la manifestazione a Roma contro la mafia alla quale hanno partecipato migliaia di persone, non sarà che quella la fine che farà il nostro paese. Per approfondire:

http://www.scriptamanent.net/scripta/public/dettaglioNewsCategoria.jsp?ID=1000837

No Gravatar

A SPRON BATTUTO
Significa di gran corsa, a tutta velocità, di gran carriera. La locuzione risale all’antichità medievale, quando il cavallo restava il più veloce mezzo di comunicazione ed il cavaliere che voleva accelerarne la corsa batteva coi piedi gli sproni sui fianchi dell’ animale. Locuzioni simili nel significato sono: a briglia sciolta e a tutta briglia.

No Gravatar

Scioperi di altri tempi: l’insegnamento della storia

MONDINE LOMELLINE

Le lotte per il lavoro

Lotte di inizio ‘900.

Come puntualmente documentato sul settimanale locale “L’Eco della Lomellina”, nel 1901, a Sannazzaro, come in tutta la Lomellina, ci fu l’esplosione su vasta scala delle lotte contadine. Un avvenimento storico, di grande portata. Fino ad allora nelle campagne gli scioperi erano stati occasionali e avevano interessato, più che i lavoratori locali, quelli che ogni anno accorrevano, per 30-40 giorni, per la monda dei risi. Arrivavano a migliaia in Lomellina: dal vicino Oltrepò, dal Lodigiano o dalla più lontana Emilia; si trattava di uomini, donne, ragazzi di 10-11 anni, tutti ingaggiati da appositi intermediari. Quando giungeva la stagione, in maggio, i lavoratori affluivano con ogni mezzo: con i treni, se provenivano da lontano, ammassati su carretti, in genere, se le distanze erano più bre! vi. L’alloggio loro riservato era precario, il vitto non sempre rispondeva alla qualità pattuita e le ore lavorative risultavano massacranti, fino a 15, 16 al giorno. Le ragioni di contrasto coi conduttori dei fondi, volendo, non mancavano. Così, per ricordare un caso, nel’99 alla cascina Erbogna di Valeggio erano scoppiati disordini per l’orario di lavoro, che avevano portato all’arresto di una mezza dozzina di mondariso da parte di un delegato e di sei carabinieri giunti dalla sotto-prefettura di Mortara. Si era detto che gli arrestati erano “dei pochi di buono, dal più al meno dei pregiudicati”. In effetti, lo sciopero era allora da molti considerato alla stregua di un crimine, e chi lo praticava era giudicato in conformità. Il sistema di reclutamento, specialmente, era alla base dei malcontenti, affidato in genere ad individui poco scrupolosi, che speculavano talvolta in modo vergognoso sulla manodopera. Si erano visti intermediari dileguarsi sul finire della campagna, face! ndo mancare ai mondini parte delle loro corresponsioni e perfino il biglietto di ritorno. Per questo, fin dal ‘92, il deputato Alghini di Modena aveva presentato un progetto di legge perché gli agricoltori trattassero direttamente l’ingaggio con apposite rappresentanze dei lavoratori, ma i fittabili non ne avevano voluto sapere: a loro conveniva evitare pattuizioni troppo rigide e una controparte che non fosse debole e divisa per la stessa ragione si faceva in modo che il lavoro non abbondasse per la manodopera locale che così, al tempo della monda, aveva i suoi problemi ad essere ingaggiata. Per il salario si fissavano tre categorie: gli uomini, le donne e i ragazzi; le paghe inoltre mutavano di settimana in settimana raggiungendo i livelli più alti alla fine di giugno, quando i lavori fervevano anche per la mietitura e stare in risaia diventava più penoso. Nel ‘98 a Sannazzaro la prima categoria riceveva, all’inizio della stagione, una lira per dieci ore di lavoro giornaliero! , 0,80 ne otteneva la seconda e 0,50 la terza. Alla fine della campagna il salario della prima risultava salito a L. 1,50 e in proporzione quello delle altre due. Variazioni si avevano altresì da località a località. Rimaneva il fatto, in ogni caso, che si era di fronte a retribuzioni veramente misere, che gli agricoltori giustificavano a causa del basso prezzo dei prodotti… Quello che era mancato fino a quel momento ai contadini era l’organizzazione, ma adesso, nel 1901, il momento pareva propizio e l’ora finalmente giunta per cambiare pagina…Ai primi di maggio di quell’anno, gli scioperi dilagavano nelle campagne: “Dal Bolognese, dal Mantovano, dal Ferrarese” essi si erano estesi anche alla Lomellina, “a Sannazzaro, Lomello, Mede, Torreberetti, Valle, Semiana, Zeme e diversi altri paesi” A Sannazzaro i primi a scendere in sciopero furono i salariati e le mondine dei signori Pollone, Cardoli, Fagnani; poi l’astensione coinvolse anche la grande tenuta della Cascinazza, assumendo un carattere generale. Le contadine ben presto, però, si accordarono, ritenendosi paghe di aver visto salire la loro mercede giornaliera da L. 0,60 a L. 0,75; più a lungo si protrasse invece l’agitazione di famigli, bifolchi e cavallanti che, lasciando ingovernate le bestie, riuscirono alla fine a spuntare miglioramenti più sostanziosi. L’inizio era incoraggiante e infatti trovò attuazione, di lì a poco, la proposta di costituire in paese anche una Società di Mutuo Soccorso fra contadini, braccianti e coloni. Dopo i successi conseguiti, le lotte contadine ripresero quasi subito e continuarono per tutta la stagione della monda; le ragioni al solito non mancavano: quando non era il salario, erano problemi di assunzione, ed altri ancora. Alla fine di maggio, un “martedì mattina, una numerosa turba di mondine invadeva il municipio protestando perché il cav. Pollone non le aveva accettate al suo servizio”. Era successo che 1′impresario Beolchi, avuto l’incarico di assumere 60 donne! , al ponte di S. Pietro, dove si era soliti “far piazza”, se n’era trovato di fronte 200 che gridavano:
“O tutte o nessuna”. Nel corso della stagione la giornata dei mondini salì per le tre categorie rispettivamente a L. 1,80, 1,45 e 1,10 e l’impressione fu che le pretese dei lavoratori fossero fin troppo cresciute, visto che si ricusava perfino il lavoro “nelle campagne un po’ distanti dal paese”. E si doveva constatare inoltre che da parte degli scioperanti si ricorreva talvolta alla violenza. A Ferrera, ad esempio, un giorno un gruppo di donne e ragazzi avevano aggredito, per indurle ad astenersi dal lavoro, le mondine delle cascine Confaloniera, Gattinera e Malandrana: alcune erano state colpite a bastonate e altre costrette a rifugiarsi in una stalla: per questo fatto c’era stato l’arresto di cinque donne e al processo, dove l’arringa venne tenuta dall’avvocato “Piceni di Milano (…)
intersecando la difesa con un po’ di conferenza socialista”, esse vennero condannate a qua! lche giorno di reclusione. Per evitare questi incidenti in giugno venne a Sannazzaro l’on. Cabrini, ammonendo di non lasciarsi “sopraffare dalla passione di rivendicare un’offesa colla violenza”, ma di pensare piuttosto “ad organizzarsi in lega, per sostenere le resistenze contro i proprietari” “. Il suo invito, come quello di altri, fu raccolto, visto che ben presto tutta la Lomellina vide fiorire le leghe contadine. Quale fu la reazione delle autorità e degli agricoltori di fronte al dilagare degli scioperi e nei confronti dell’organizzazione proletaria?
L’atteggiamento del governo fu prudente, diretto ad attenuare le ragioni dello scontento. Per questo il sotto-prefetto di Mortara emanò durante le agitazioni due circolari, con cui deplorava in una il comportamento di quei conduttori che fornivano ai dipendenti, come salario in natura, riso, segale e granoturco di infima qualità o addirittura avariati, e faceva appello con la seconda perché anche le case coloniche, in pessime condizioni igieniche, si adeguassero alle norme sanitarie. Le possibilità che queste ordinanze avevano di trovare applicazione erano tuttavia alquanto scarse, visto che i sindaci a cui erano dirette, erano in genere proprio quegli agricoltori di cui si denunciavano gli abusi. Non era da credere quindi che le cose potessero di molto cambiare. Era comunque un fatto
nuovo, importante, che il governo prendesse atto delle condizioni dei contadini e, anziché schierarsi come prima , al fianco degli agricoltori per reprimere le agitazioni dei lavoratori, ne incoraggiasse di questi in certo qual modo le rivendicazioni. Nelle lotte l’autorità si sarebbe limitata a tutelare la libertà di lavoro…Ma se i lavoratori della terra si organizzavano in leghe, gli agricoltori, vinta la sorpresa del momento, non se ne stavano con le mani in mano e passavano a loro volta al contrattacco… In breve, in Lomellina, alle leghe contadine venne a contrapporsi la Federazione agraria…Alla fine del 1901 t! uttavia il successo sembrava arridere alle masse proletarie, come si poteva constatare anche dalle migliorate loro condizioni di vita…A chi si doveva il merito della rapida organizzazione del contadino, ragione prima dei suoi successi? Innanzitutto alle Camere del Lavoro, che da organi apartitici si erano sempre più trasformate in strumento di lotta politica e sociale al servizio del socialismo e dei lavoratori…Erano venuti gli scioperi, le leghe, i successi; poi, nel 1902, all’inizio della nuova campagna risicola, in marzo, a Mortara si riunirono le Federazioni lomelline delle leghe e degli agricoltori, per un accordo che avrebbe dovuto valere per l’intera zona. Non fu difficile fissare il numero dei giorni e delle ore di lavoro, ma fu impossibile addivenire ad un’intesa sul salario. Gli agricoltori non erano disposti a stabilire. un prezzo, viste le differenze da località a località e la scarsa affidabilità delle leghe – si diceva – a far rispettare i patti.
Nel frattempo si cerc! ava di risparmiare sulla manodopera, riconvertendo in parte le colture e promuovendo l’uso delle macchine… In caso di sciopero l’ordine era di resistere ad oltranza e di non trattare con le leghe. Fu così che, mentre il 1901 era stato per i contadini l’anno delle vittorie, il 1902 risultò quello delle sconfitte. In marzo le leghe contadine del Vercellese avevano presentato un “memoriale” che prevedeva per i braccianti un salario annuo di 600 lire. I fittabili l’avevano respinto ed era stato lo sciopero generale dei lavoratori della terra. Ben presto il contagio si venne estendendo alla Lomellina e scioperi scoppiarono qua e là. A Sartirana l’astensione fu generale, anche dei mungitori, che misero a repentaglio la vita stessa delle bestie. Si ricorse a manodopera dei paesi vicini, ci furono dei disordini, accorsero da Mortara il tenente dei carabinieri e lo stesso sottoprefetto. Alla fine il dissidio parve composto, ma subito “i famigli vennero licenziati con ordine di sfratto en! tro otto giorni. Con pianti ed implorazioni quelli di Casa ducale ottennero di rimanere fino a S. Martino”. La sconfitta era bruciante, tanto più che la lega nulla poté. Qualche giorno dopo si scioperava anche a Sannazzaro, per portare il prezzo dell’ora di lavoro a 25 centesimi: gli agricoltori sostenevano di volersi attenere al concordato, nel frattempo stipulato a Mortara, che ne prevedeva solo 18. Fu chiamato l’on. Montemartini, unico deputato socialista della provincia, per un accordo; ma senza successo. In una animata assemblea alla Società Operaia, Montemartini consigliò agli scioperanti “che se intendevano continuare lo sciopero calcolassero prima per bene se trovavansi in condizioni finanziarie tali da poter resistere, altrimenti andassero a lavorare”. Era un invito alla prudenza, ma all’unanimità si votò per la resistenza, proponendo alcuni, contro il parere di Montemartini, di coinvolgere nella lotta anche i salariati. Gli agricoltori e il cav. Pollone in particolare deci! sero allora di ricorrere a contadini di Dorno, che poterono lavorare sotto la protezione dei carabinieri; così, dopo dieci giorni, grazie sempre all’intervento di Montemartini, si dovette accettare la paga concordata a Mortara. La disillusione fu grande…
In effetti la Camera del Lavoro, le leghe avevano suscitato il moto rivendicativo, ma non erano poi state in grado di sostenerlo e di controllarlo. Finche c’erano stati dei successi i contadini erano con le organizzazioni, ma ora tutto il movimento appariva palesemente in crisi. Era stato un errore il massimalismo di certuni e lo stesso partito socialista rischiava ora di perdere credibilità e consensi… Del problema delle risaie, dopo le vicende tumultuose dei primi anni del secolo,
incominciò ad interessarsi anche il governo con l’intento di regolamentare, con speciale legislazione, tutta la materia. I risicoltori lomellini ne furono subito preoccupati e indissero nel febbraio del 1904 a Mortara un convegno nazionale, al quale parteciparono alcune migliaia di agricoltori. Rilevato che le progettate riduzioni d’orario nei lavori delle risaie sarebbero risultate, per la particolare natura della coltivazione, di danno gravissimo tanto ai coltivatori quanto ai lavoratori, veniva approvato un ordine del giorno così formulato: “Gli agricoltori lomellini, vercellesi e novaresi (…) chiedono agli alti poteri dello Stato che la mondatura non venga sottoposta, quanto alle ore, ad un regime speciale”. Al convegno degli agricoltori faceva immediatamente seguito quello dei contadini in cui, sempre a Mortara, ad un comizio ove parlò l’on. Bissolati fu richiesta “la pronta approvazione della legge sulle risaie con la fissazione ad otto ore della giornata di lavoro in risaia”. Per il momento, però, il Consiglio Provinciale con duro realismo, fissò a 10 ore la giornata dei mondariso locali e a 11 quella dei forestieri, limitandosi solo ad escludere dai lavori i minori di 13 anni. La campagna del 1904 risultò piu! ttosto vivace per le vertenze sull’orario di lavoro. A Mortara si scioperò a lungo per ottenere le 8 ore a 25 centesimi, contro la volontà dei fittabili di non scendere sotto le 9 ore; a Sannazzaro invece furono gli agricoltori a provocare le proteste e le astensioni non accettando, secondo il bollettino di Mortara, la giornata di 10 ore a centesimi 24 all’ora. L’annata fu agitata in Lomellina come lo fu in tutta Italia in quanto culminò nello sciopero generale di ottobre, degenerato in violenze con morti e feriti. Il governo fu abile nella circostanza ad approfittare del malumore insorto nell’opinione pubblica e indisse le elezioni. Gli esiti furono tali che, nel complesso, come su scala nazionale, i socialisti dovevano scontare gli effetti negativi delle loro scelte massimaliste, anche se le azioni tumultuose degli ultimi anni avevano certamente
contribuito a radicare la loro presenza anche là dove fino a quel momento essa era pressoché inesistente. Il soffio della ribellione era penetrato ormai dovunque in Lomellina …Quanti avevano creduto, con le elezioni del 1904, di avere inferto un colpo mortale al socialismo e posto fine alle tensioni sociali dovevano rimanere ancora una volta amaramente delusi. Gli scioperi continuarono, anche se a fasi alterne, e ad essi ci si dovette abituare, come a un connotato dei nuovi tempi. La causa principale del contendere era ormai l’orario di lavoro, che le “leghe di resistenza” volevano ridotto a otto ore. Su questo punto però la posizione degli agricoltori si rivelava intransigente e quando il governo, attraverso l’Ufficio del lavoro, nel 1906 presentò un disegno di legge che prevedeva in risaia un massimo di nove ore, la reazione dei fittabili lomellini fu del tutto negativa e improntata a toni catastrofici. L’anno dopo, però, i fittabili sarebbero stati ben contenti di assumere le mondine a 9 ore giornaliere. Queste reclamavano a tutti i costi le 8 ore. A Sannazzaro all’inizio della stagione Egisto Cagnoni tenne “sulla pubblica piazza una conferenza raccomandando ai contadini di ricostituire la lega e di essere solidali a resistere nella pretesa delle otto ore a 25 centesimi all’ora”. Questa volta l’iniziativa della lotta, in paese, fu presa da quattro donne che decisero di costituire una lega femminile e di sostenere ad oltranza lo sciopero; e, quando da Ferrera giunsero delle crumire, alla cascina Balossina e alla Gravassola esse le affrontarono costringendole ad andare indietro; il capo a sua volta, arrivato in carrozza, “fu investito d’improperi e minacciato di percosse con l’anticipazione di qualche sassata”. In effetti il fronte degli scioperanti era poco unito; spesso si scioperava in paese e si cercava lavoro, ad ogni condizione, in quello vicino. Così 1′anno prima, proprio a Ferrera, durante la stagione del taglio erano stati contadini di Gropello a sostituire quelli locali in sciopero. Sulla questione dell’orario gli agricoltori non erano proprio disposti a cedere. A Zeme nel 19! 08 ci fu da parte dei contadini un memorabile sciopero durato 53 giorni; poi furono costretti a capitolare. Tuttavia il problema rimaneva sul tappeto come si poté constatare 1′anno dopo. Quella del 1909 fu in effetti una primavera “calda” in Lomellina. I primi incidenti si
verificarono nel territorio di Ottobiano, quando 450 mondini in sciopero che tentavano di invadere le cascine Pia e Gorina furono costretti a retrocedere da 35 carabinieri a cavallo. Poi gli scioperi dilagarono un po’ dappertutto e dai campi si estesero alle filande. Particolarmente critica la situazione si fece a Mede: in giugno, quando più dovevano fervere i lavori, 1200 persone, prevalentemente donne, si trovarono in sciopero. Alle mondine si unirono poi le operaie delle tre
filande e il clima era diventato incandescente. Si fecero affluire oltre a numerosi carabinieri “uno squadrone di cavalleggeri e due compagnie di fanteria”. Alla fine si riuscì a comporre la vertenza sulla base delle 8 ore, quando intervenn! ero il sottoprefetto, 1′on. Marazzani, deputato socialista di Vigevano, Gasperini della Federazione lavoratori di Bologna ed Egisto Cagnoni. Nonostante 1′acuirsi dei conflitti di lavoro, in Lomellina, a differenza di altre zone, gli incidenti non degenerarono mai in atti particolarmente gravi di violenza. A fatti di sangue tuttavia in questi anni non si arrivò, come capiterà invece dopo la guerra, anche se il clima sociale in certe località era tanto acceso che c’è da sorprendersi come non si sia giunti a tanto… Con le lotte contadine d’inizio secolo la Lomellina venne alla ribalta degli avvenimenti sindacali italiani. La battaglia per le otto ore fu infatti qui combattuta e vinta, in linea di principio almeno, per la prima volta in Italia.
Di colpo i braccianti e le mondine si trovarono a sostenere una lotta che andava ben al di là dei loro specifici interessi. Nelle battaglie dei contadini lomellini era tutto il movimento dei lavoratori a riconoscersi ed essi costituivano vera! mente, in quel momento, 1′avanguardia del proletariato protagonisti in prima linea per una rivendicazione di fondamentale importanza. Perché tutto questo proprio in Lomellina? Non certo per una vocazione allo scontro dei suoi abitanti, per natura piuttosto pacifici e remissivi, alieni nella vita privata dalle posizioni estreme, quanto per il tipo particolare di agricoltura che qui si praticava. L’irrigazione e la risaia volevano la grande conduzione e le masse bracciantili; la contrapposizione era quindi nelle cose e la lotta di classe la si poteva quasi captare attraverso il paesaggio. Il verde delle risaie non si poteva accordare politicamente con i colori sfumati: esso richiamava le tinte forti, il rosso cupo e, a tempo
debito, il nero ben marcato.

Alessandro Savini

(Riduz. e adatt. da “Una terra, una popolazione – Sannazzaro de’ Burgondi attraverso il suo giornale – 1890 / 1926″, edito a cura del Comune di Sannazzaro nel 1987, per gentile concessione dell’Autore. I passi riportati tra virgolette sono tratti dal settimanale locale “L’Eco della Lomellina”).
Scioperi di altri tempi: l’insegnamento della storia