Le vetture di tipo Z a scompartimenti, ora quasi scomparse e lo scandalo Freccia sulla Milano-Venezia

(Articolo aggiornato nel 2017).

Nella foto, un gruppo di sportivi si gode una bella giornata di sole mentre sopra alla loro testa sta correndo veloce su un viadotto un intercity internazionale trainato dal “Caimano” E.656  , una serie di carrozze UIC-X , una vettura Z1 a scompartimenti ed una semipilota francese .

L'Intercity internazionale....di casa

In realtà la giornata non è di sole ma di nebbia e quello che state vedendo si trova più o meno a due metri di altezza, sopra la libreria del soggiorno / cucina dell’appartamento dove vivo.  La carrozza grigia che vedete è una delle più confortevoli del parco ferroviario italiano, e purtroppo si trova solo in qualche raro Intercity.
La maggior parte delle carrozze di tipo Z, che qui sotto vedete nella colorazione bellissima che aveva negli anni ’90 (la prima carrozza, quelle successive avevano già la nuova livrea che è ancora differente da quella di adesso), quando gli intercity erano veloci quanto i  Frecciabianca fino al 2017 (Padova-Milano Intercity anni ’90 impiegavano 2 ore e 5 miuti, nel 2016 i Frecciabianca che hanno le stesse vetture “ristrutturate ” – ma ne parliamo dopo – 2 ore e 8 minuti, con un nuovo tratto ad alta velocità tra Pioltello e Treviglio che negli anni ’90 non c’era) ma costavano dalla metà a 1/4 (raffronto fatto sulla tratta Padova-Vicenza, dove nel 2012 un viaggio in Frecciabianca di 16 minuti costava 9 euro, pari a circa 18.000 lire , con le quali si arrivava a Milano nel 1995, e nel 2017, appena cinque anni dopo,  costa il doppio, ovvero 18 euro ).

Solo nel 2017, con l’apertura della tratta Milano-Brescia ad Alta Velocità, i treni Frecciabianca sono stati quasi tutti sostituiti con treni Frecciarossa (che , solo tra Milano e Brescia, possono viaggiare a 300km/h) , con un risparmio di 10′ di tempo, facendo passare il tempo di viaggio da 2 ore e 7 minuti a 1 ora e 57 minuti (contro le 2 ore e 8 minuti degli intercity del 1995…).

Il costo , raddoppiato dal 2012 al 2017, di un treno Freccia tra Padova e Vicenza. Con la metà di questi soldi, 18.000 lire, nel 1995 si andava da Padova a Milano su un Intercity in due ore e cinque minuti.

Le vetture di tipo Z (la prima ancora con la colorazione originaria) a Vicenza

La gestione Moretti di Trenitalia per aumentare i prezzi al ritmo vertiginoso che chi viaggia in treno ha toccato per mano, per cui andare da Padova a Desenzano sul Garda costa ora meno in auto da soli che in treno in Frecciabianca , anche conteggiando benzina, pedaggio e parcheggio nonchè ammortamento del mezzo, ha utilizzato la tecnica del “revamping”, ovvero della ristrutturazione delle carrozze. Nuovi nomi (“Frecce” che , sulle linee tradizionali hanno gli stessi tempi di percorrenza e gli stessi treni dei vecchi Intercity!) , nuovi colori (basati su rosso bianco e grigio che io trovo molto più tristi di quelli degli anni ’95-2000, ma più “manageriali”) ma categoria di treno differente. Gli Intercity quasi scompaiono e vedono un aumento medio del 20% l’anno, mentre al posto degli intercity appaiono i Frecciabianca. Sono le stesse carrozze degli Intercity a cui vengono tolti gli scompartimenti , messi nuovi sedili (che personalmente trovo più scomodi) , con l’aggiunta di prese di corrente in ogni posto (e questa è l’unica cosa che ho trovato di positivo) e molto più rumorose di prima della ristrutturazione, con numerosi problemi alle porte di acesso al treno (!) e dell’aria condizionata, per cui sono un forno d’inverno e un frigorifero d’estate. Tant’è che Trenitalia ha rescisso il contratto per inadempimento con le società che hanno effettuato la trasformazione (leggi qui).
Anche se queste carrozze danno un comfort inferiore a prima della trasformazione, il viaggiatore paga molto caro un viaggio su questi treni, gli unici rimasti sulla Milano-Venezia, dove nè la regione Veneto nè la regione Lombardia hanno più pagato i servizi per i veloci interregionali che c’erano fino al 2005 (Padova-Milano 2 ore e 30 minuti) , che avevano una frequenza di uno all’ora , mentre nel 2012 ne erano rimasti  sono quattro in tutto il giorno e impiegavano 2 ore e 55 minuti e nel 2015 sono stati incredibilmente cancellati, nonostante le proteste e le petizioni dei viaggiatori, solo per rendere più lento e complicato (con il cambio a Verona) un viaggio su treni differenti dalle Frecce.

La Venezia-Milano, a quanto mi risulta, è l’unica linea convenzionale dove non ci siano più treni intercity e il motivo è chiaro ! Dato che non c’è la concorrenza, data dai treni regionali veloci che la regione Veneto (virtuosa, la chiama Zaia) ha tolto quasi del tutto , Trenitalia ha libero gioco nel prevedere in offerta treni carissimi, con tariffe alta velocità, ma che fermano ogni 50 km…per cui la tariffazione Frecciabianca è una follia (vedi il caso di Padova-Vicenza 18 euro o dei 22 euro di Padova-Verona). Se ci fosse un azionista serio (il Ministero del Tesoro) in questo paese che avesse a cuore il core-business di una azienda di trasporto pubblico , che dovrebbe essere aumentare la quota di viaggiatori che usa il treno a discapito dell’auto (per le note conseguenze ambientali e di incidenti stradali) , tutto questo non avverrebbe. E invece abbiamo manager strapagati che hanno come unico fine il far quadrare i conti ed il bilancio. E così ogni anno Trenitalia perde viaggiatori (leggi qui).
Si potrebbe dire che i colori dei treni italiani sono la cartina tornasole del Paese…. siamo diventati grigi.

 

AIDS/HIV e ME/CFS, le similitudini di due malattie all’inizio incomprese.

Due anni dopo il mio blog si prende una pausa grazie al prezioso lavoro di Paolo Maccallini ! Il suo blog (https://paolomaccallini.wordpress.com/) è un punto di riferimento sulla ricerca e gli studi su una malattia , la ME/CFS (encefalomielite mialgica/ sindrome da fatica cronica) rispetto alla quale siamo ancora ad uno stadio simile a quello in cui non si sapeva che l’AIDS fosse causata dall’HIV (grillini a parte, che non se ne sono ancora convinti, ma quella è un’altra storia) e anzi , veniva chiamata Gay Related Immune Deficiency, perché i medici credevano , sbagliando, che riguardasse solo i gay. Quella della ME/CFS è una storia di confusione, disapprovazione sociale, incomprensione che ha molti punti in comune con quella sull’AIDS prima che la ricerca facesse importanti passi in avanti. Ed i pazienti più volenterosi di guarire ricordano alcuni personaggi del film (peraltro pieno di imprecisioni) Dallas Buyers Club , tra antiossidanti per via intranasale e vitamina D.

In una analogia forzata, il rituximab (http://me-pedia.org/wiki/Rituximab) potrebbe essere quello che era nel film l’AZT , che all’inizio nelle dosi sbagliate faceva morire i pazienti e dava effetti collaterali terribili, ma che sarebbe diventato in combinazione con altri farmaci la cura per non far arrivare la malattia allo stadio di AIDS . Per sconfiggere il virus , beh, lì c’è ancora strada da fare.

Fabiola sei volata via troppo presto, ciao

Semplicemente un sorriso, un sorriso che ti resta dentro tutto il giorno: è quello che subito di primo mattino sapeva trasmettere la cara d. ssa Fabiola Bozzolan. In tanti, in veste di medici, infermieri, utenti la ricordiamo per il suo lavoro svolto come reumatologa presso il Poliambulatorio del Distretto di via Temanza, via Scrovegni e Ospedale Sant’Antonio. Sin dalla giovane età, due bimbi piccoli, una famiglia da gestire ma… nonostante tutto, la sua presenza è stata per noi un punto fermo: mai un giorno di assenza al di fuori delle ferie programmate. Appassionata della sua professione, era solita venire al lavoro molto presto al mattino per poter leggere e rispondere alle numerose mail (di visite mediche ed esami di laboratorio) dei suoi affezionati pazienti, prima di iniziare l’attività. Nulla e nessuno passava in secondo piano, ogni paziente diveniva una “creatura” da ascoltare e aiutare. Era lei che entrava per prima nella struttura sanitaria con l’usciere, era lei che accendeva le luci prima dell’alba. In tutti noi rimane vivo il ricordo di una persona discreta, gentile, competente. Una bella presenza nella nostra vita. Di lei rimane un grande vuoto che mai potrà essere cancellato dai nostri cuori, ma sarà ricolmato dal suo luminoso sorriso. “Fabiola sei volata via troppo presto, il silenzio è grande” .
 
Il personale sanitario del distretto di Via Temanza (Padova)
(dal “Mattino di Padova”)

La vagina bidirezionale

Tornavo dall’ultima volta in cui avevo visto Cinzia e Camilla , che ho conosciuto durante il ricovero a Bologna a Neurologia quando mi sono imbattuto in un tizio che lavora in Tribunale a Bologna e che era ancora più maniacalmente interessato di me agli orari dei treni . Si è messo a parlare con una conoscente in modo ossessivo dei danni medici e sanitari della “pratica omosessuale” , ma con una conoscenza pseudo medica che ha attirato la mia attenzione . In particolare il continuo ripetere che la vagina , per il tipo di tessuto che ha , le mucose , bla bla , “é nata per essere bidirezionale” . L’ultima volta che ho utilizzato quel termine credo fosse a proposito delle porte parallele delle stampanti , nel 2004 circa . L argomento non poteva non interessarmi ! Mi raccontava anche di convegni e seminari di approfondimento , ma la mia scarsa memoria ed attenzione mi hanno impedito di raccogliere dettagli . quando la tizia e scesa , la conoscente di questo , mi ha guardato negli occhi e io l ho guardata come dire : ma come , scappo dal Veneto e mi trovo questo ?? hahahah . ecco il link della mentore , medico , di queste persone : http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/01/16/sesso-anale-il-parere-medico-di-silvana-de-mari-si-pratica-nelle-iniziazioni-sataniche-omosessualita-non-esiste/3319301/amp/

Rabbia e desiderio di vendetta, un tema sempre attuale.

Interessante l’articolo pubblicato sul Sole 24 ore di oggi , con l’introduzione di Armando Massarenti : «Chi è benevolo non è portato alla vendetta, ma alla comprensione», scriveva Aristotele nell’«Etica nicomachea». E molti secoli dopo (1942) Gandhi avrebbe aggiunto: «Dobbiamo guardare in faccia il mondo con calma e occhi aperti, anche se gli occhi del mondo oggi sono iniettati di sangue». Per la filosofa americana Martha C. Nussbaum, di cui sta per uscire per il Mulino Rabbia e perdono. La generosità come giustizia, è una caratteristica dei grandi uomini quella di aver saputo reagire alle ingiustizie e alla violenza del mondo evitando l’odio, la rabbia, la vendetta, nella consapevolezza della loro sostanziale inutilità e per il modo in cui si rivelano controproducenti quando si tratta di costruire il proprio futuro. Il nostro vivere comune, e le istituzioni che lo informano, hanno bisogno di uno spirito di riconciliaizone e di una saggia ridefinizione di concetti come perdono, punizione, giustizia. Il che non significa che le ingiustizie non debbano essere contrastate. Anzi. Un’azione strategica e coraggiosa però «richiede intelligenza, autocontrollo, e generosità, una paziente e indefessa disposizione d’animo a vedere e cercare il bene più che a fissarsi ossessivamente sul male». All’analisi filosofica, Nussbaum unisce esempi concreti, come quello che vede protagonista – nello stralcio che proponiamo oggi in copertina e anche in questa newsletter – il leader sudafricano Nelson Mandela. Le sue 250 Lettere dalla prigione, ora inedite, verranno pubblicate dall’editore il Saggiatore, che ne ha acquisito i diritti per l’edizione che uscirà in tutto il mondo nel luglio del 2018, in occasione del centenario della nascita di Mandela. In molte di queste lettere chiaro ciò che sostiene Nussbaum: quanto il carattere del leader si sia costantemente ritemprato anche grazie alla lettura del filosofo-imperatore Marco Aurelio.”

MAIMES : sto all’abuso dei malati di ME/CFS . Il video della Dr.ssa Sarah Myhill.

In questo emozionante ed eloquente breve filmato, la dottoressa Sarah Myhill, una persona riconosciuta a livello mondiale per trattare i pazienti con ME/CFS, descrive perché ha creato MAIMES, un gruppo di pressione che vuole che venga fatta una inchiesta pubblica su come il sistema medico britannico tratta i pazienti con ME/CFS. Ho tradotto io insieme a Giada Da Ros, presidente dell’associazione CFS Associazione Italiana i sottotitoli in italiano.

A proposito di neutralità della Rete e di libertà di informazione.

Volevo raccontarvi una cosa che ho scoperto per caso ieri. Chi di voi sta aspettando una consegna con SDA da alcuni giorni sa che ci sono dei ritardi. Se cercate sui quotidiani , anche online, anche su Google, non troverete NULLA. (cercate “sciopero ad oltranza SDA”). Se invece cercate impostando come data ultimo mese, allora esce una pagina, correttamente indicizzata da Google ma non mostrata, con il blocco dei magazzini e delle consegne in Lombardia. Abbiamo un problema, da anni, di notizie, in particolar modo degli scioperi e della posizione dei rappresentanti dei lavoratori che non arrivano ai mass media, e ….. nemmeno su Google e quindi in rete, a meno che non ci si iscriva a specifiche newsletter. E non è una bella notizia, questa.

Dalla grande bellezza alla grande schifezza.

Lo scandalo della micidiale mistura chimica contrassegnata dalla sigla Pfas è solo l’ultimo anello in ordine di tempo di una perversa semina di veleni che hanno ridotto un paesaggio da favola a un ambiente da incubo. La cloaca sommersa scoperchiata dalle indagini del 2013 nella valle dell’Agno ha peraltro radici remote: già una trentina di anni fa Silvio Ceccato, vicentino di Montecchio Maggiore trapiantato a Milano, ricordava con amarezza e nostalgia quelle sue terre che da bambino aveva vissuto come un eden, per vederle poi devastate dalla furia di una produzione incurante di ogni concetto di limite. E che oggi ha elargito benessere materiale a tanti, ma malessere fisico e spirituale ad ancor più: non pochi hanno già pagato, su decine di migliaia di altri grava il timore e il sospetto di vedersi presentare un micidiale conto. Ma neanche chi abita nel resto del Veneto può sentirsi al riparo. Basta andare a consultare la mappa dell’Arpav, l’agenzia regionale dell’ambiente, per trovarsi di fronte a un quadro da brividi: sono 559 i siti potenzialmente contaminati. “Potenzialmente” significa, in concreto, che in quell’area è presente almeno un valore superiore alle concentrazioni soglia di contaminazione, tale da classificarla una zona a rischio. E considerando che i comuni del Veneto sono 579, in media quasi ciascuno ne ha una in casa; ma se si passa dalla statistica alla realtà, ci sono alcune province messe molto peggio di altre: per dire, Padova, Venezia e Vicenza messe assieme arrivano a 354, due terzi del totale. Una venefica sequenza di industrie, attività commerciali, discariche, dove una perversa confraternita di disinvolti inquinatori ha riversato ogni sorta di scarti senza preoccuparsi delle ricadute: spesso per risparmiare sui costi di smaltimento, non poche volte per lucrarci sopra. E c’è pure la pattumiera più simbolica di tutte, Porto Marghera, sul cui venefico impatto esistono le implacabili cifre dell’apposita commissione parlamentare d’inchiesta: nel periodo compreso tra il 2004 e il 2010, quindi in soli sei anni, sono state recuperate 140mila tonnellate di rifiuti pericolosi, 600mila di rifiuti ordinari, 90mila di rifiuti solidi da bonifica, e 370mila di rifiuti liquidi. I seminatori di veleni sono all’opera non da oggi né da ieri, ma da decenni. Risale addirittura agli anni Sessanta la vicenda delle ex cave d’argilla nell’area di Mestre usate per scaricarvi rifiuti industriali di Porto Marghera, e poi diventate aree di espansione urbanistica. È dei primi anni Novanta il nodo della zincheria di Rosà, vicino a Bassano, contro cui si mobilitò il tenace presidio permanente di San Pietro. E ancora, venendo avanti nel tempo: l’industria galvanica di Tezze sul Brenta, protagonista di uno dei casi più devastanti di inquinamento delle falde acquifere da cromo esavalente d’Europa; le elevatissime concentrazioni di manganese e ammoniaca nelle acque di falda della discarica di Pescantina nel Veronese; l’inchiesta che ha rivelato l’esistenza di una serie di discariche abusive in cui erano stati gettati perfino cadaveri riesumati dai cimiteri. E il Centro ricerche sulla criminalità della Cattolica di Milano ha assegnato alla nostra l’immondo primato della regione italiana con la più elevata presenza di ecomafie. Qui sì che si può dire: prima il Veneto. Ma ne faremmo volentieri a meno. È allo stesso tempo una tristezza e una vergogna, averne fatto il laboratorio di quello che un grande veneto come Andrea Zanzotto, con le sue geniali invenzioni linguistiche, aveva marchiato come «progresso scorsoio ». Già diversi anni fa, aveva avvertito che «salvare il paesaggio della propria terra è salvare l’anima e quella di chi l’abita». In troppi, divorati dall’auri sacra fames, hanno preferito svenderla.

Produttività? Nella PA è solo un’illusione

 

La produttività nell’amministrazione pubblica è una finzione, un gioco che dura da quasi trent’anni, costosissimo, burocraticamente inestricabile, sostanzialmente inutile.
Tutti lo sanno, ma si continua a dare credito ai fattucchieri dell’aziendalismo, che da decenni si sono insinuati tra i consulenti del legislatore (e tra i consulenti e gli organismi indipendenti di valutazione di ciascuna PA), per instillare dottrine che nelle aziende private hanno un senso, mentre nel sistema pubblico assolutamente no.
Lo scrive chi è solo un “burocrate” bizantino e borbonico, insensibile al “miglioramento continuo” ed ai benefici dei piani della produttività?
No. È la Corte Costituzionale, che con la sentenza 27 giugno 2017, n. 153 ci fa fare, come spesso capita a Palazzo della Consulta, un bel bagno di realismo, a disdoro della narrazione trentennale di “risultati” e “performance”, tanto vana, quanto costosa.

La recente pronuncia della Corte Costituzionale
La sentenza ha rigettato la questione di legittimità costituzionale posta (doveroso dirlo: con tanta leggerezza) sulla mancata estensione alla Pubblica Amministrazione (segnatamente all’Agenzia delle Entrate, che secondo la dottrina di Vincenzo Visco, non si capisce perché, dovrebbe rappresentare l’avanguardia dell’aziendalismo nella PA, mentre si tratta di un servizio tipicamente ed esclusivamente pubblicistico) della normativa sulla detassazione dei premi di produttività.
Il ricorso lamenta, dunque, la circostanza che non si applichi al lavoro pubblico “la più vantaggiosa imposta sostitutiva del 10 per cento, prevista originariamente dall’art. 2 del decreto-legge 27 maggio 2008, n. 93 (Disposizioni urgenti per salvaguardare il potere di acquisto delle famiglie), convertito, con modificazioni, dalla legge 24 luglio 2008, n. 126. Secondo tale disposizione, le somme erogate a livello aziendale nel periodo dal 1° luglio 2008 al 31 dicembre 2008 in relazione, tra l’altro, «[…] a incrementi di produttività, innovazione ed efficienza organizzativa e altri elementi di competitività e redditività legati all’andamento economico dell’impresa», sono soggette «a una imposta sostitutiva dell’imposta sul reddito delle persone fisiche e delle addizionali regionali e comunali pari al 10 per cento, entro il limite di importo complessivo di 3.000 euro lordi» (comma 1, lettera c). La misura, introdotta in via «sperimentale» e applicabile esclusivamente al «settore privato» (comma 5), è stata sostanzialmente prorogata negli anni successivi, fino al citato art. 53 del decreto-legge n. 78 del 2010, rilevante per le somme percepite nel 2011, che ne conferma l’applicabilità ai soli «lavoratori dipendenti del settore privato”.
Giusto considerare incostituzionale il fatto che questa normativa particolare non si applichi al lavoro pubblico? Sbagliato, secondo la Consulta. Che ne spiega il perché in modo tanto semplice, quanto tranciante: “La detassazione in esame ha lo scopo, evidente, di incentivare la produttività del lavoro, ma il suo oggetto è ben delimitato dal legislatore, che non lo collega a un generico miglioramento delle prestazioni dei lavoratori dipendenti, bensì all’erogazione di somme «correlate a incrementi di produttività, qualità, redditività, innovazione, efficienza organizzativa, collegate ai risultati riferiti all’andamento economico o agli utili della impresa o a ogni altro elemento rilevante ai fini del miglioramento della competitività aziendale». Questo preciso collegamento, richiesto dalle norme censurate, evoca la necessità di una stretta connessione tra l’agevolazione fiscale delle somme erogate ai lavoratori e l’esercizio da parte del datore di lavoro erogante di un’attività economica rivolta al mercato e diretta alla produzione di utili. Tramite l’agevolazione fiscale il legislatore intende quindi promuovere la competitività delle imprese nell’interesse generale.
Il rimettente muove dal presupposto che a queste stesse finalità sia preordinato anche il «fondo per le politiche di sviluppo delle risorse

umane e per la produttività», istituito dal contratto collettivo nazionale di lavoro relativo al personale del comparto delle Agenzie fiscali, stipulato il 28 maggio 2004, con lo scopo di «promuovere reali e significativi miglioramenti dell’efficacia ed efficienza dei servizi istituzionali, mediante la realizzazione, in sede di contrattazione integrativa, di piani e progetti strumentali e di risultato» (art. 85, comma 1, del contratto collettivo citato).
Questa stretta funzionalizzazione al miglioramento dei servizi istituzionali affidati alle Agenzie fiscali, nei cui riguardi non possono essere fissati obiettivi di miglioramento della competitività aziendale o di incremento della produzione di utili, esclude la connotazione finalistica del regime di detassazione prospettata dal giudice a quo e, con essa, la paventata discriminazione”.
Osservazioni corrette e ineluttabili. Nessuna amministrazione pubblica, nemmeno l’Agenzia delle Entrate, che, a torto, ritiene di essere una sorta di amministrazione a sé pienamente assimilabile ad un’impresa privata, può perseguire né la promozione della competitività nel mercato (per la semplicissima ragione che la PA non opera nel mercato), né incremento di utili (per l’ancor più evidente ragione che la PA produce servizi finanziati dalle imposte e non deve perseguire alcun utile, se non l’interesse pubblico alla corretta ed utile spesa connessa alle entrate).
Le poche, chiarissime e semplici parole della Consulta dovrebbero essere sufficienti a dire basta, per sempre, al giochino del “piccolo manager” che da anni si persegue nella PA. Che, non essendo orientata né al profitto, né all’occupazione di posizioni di mercato, non a caso stenta da sempre (e sempre stenterà) a trovare obiettivi di produttività non risibili e utili. Basti pensare che il legislatore considera, ex lege, come obiettivi di produttività indicatori che con la produttività non hanno assolutamente nulla a che vedere, come la pubblicazione di certi atti, o il rispetto di termini procedurali, cioè meri adempimenti normativi il cui rispetto, se da un lato può essere segno di un funzionamento corretto di ciascun ente, dall’altro non è idoneo in modo assoluto a dimostrare un valore aggiunto nel rapporto input/output di risorse, che rappresenta in modo semplice la produttività.

La Consulta suona la sua campana
Ovviamente, nessuno prenderà atto dell’epitaffio che la Consulta ha scritto sulla pietra sepolcrale che dovrebbe ricoprire l’assurdo sistema di produttività pubblico. E si continuerà col gioco del piccolo manager, come del resto dimostra il d.lgs. 74/2017. E si insisterà sulla contrattazione decentrata, i sistemi di valutazione, gli Oiv, le fasce e le non fasce. Il tutto, mentre alla Corte dei conti ed ai servizi ispettivi non va mai bene niente su quanto si stanzia per la produttività, su come lo si contratta e su quando lo si ripartisce, con incredibili contrasti di vedute tra la magistratura contabile ed il giudice del lavoro, per il quale basta che un contratto decentrato risulti stipulato per fare da titolo legittimo a istituti e connessi pagamenti, invece considerati come la peste bubbonica dalla magistratura contabile.
E tutto questo, per ripartire mediamente, nel comparto regioni enti locali, poco meno di 2mila euro lordi l’anno, con un dispendio di energie lavorative infinitamente più oneroso, roba che nessuna azienda privata si sognerebbe mai di fare e che condurrebbe al licenziamento in tronco del manager che lo proponesse.
La Corte Costituzionale ha suonato la sua campana. Difficilmente la PA saprà comprendere che essa suona, fortissimo, per lei e che le bassissime cifre della produttività sarebbe molto più economico ed efficiente ripartirle con una quattordicesima, connessa alla verifica banale del rispetto di indicatori di bilancio, automaticamente elaborati, senza alcun piano assurdo e senza nessun onerosissimo Oiv.